Etty Hillesum malgrado tutto
Judith Koelemeijer, attraverso un’indagine amorosa e intelligente delle testimonianze, delle lettere e degli alberi genealogici, cerca di ricostruire la vita intera di Etty, quella della sua famiglia, e il contesto in cui sono nati i suoi diari (Etty Hillesum, Il racconto della sua vita, Adelphi 2025). Chi era Etty prima dell’incontro con lo psicoanalista Julius Spier, e come arrivò a prendere la sofferta decisione, “per sentirsi parte di un destino collettivo che occorre accettare”, di lavorare alle dipendenze del Consiglio ebraico nel campo di Westerbork dove si trovò di fronte al male? A Westerbork, infatti, venivano portati gli ebrei destinati alla deportazione. Judith Koelemeijer racconta due anni, dal 1941 al 1942, di vita intensamente vissuta e raccontata, prima del 7 settembre 1943 quando Etty Hillesum salirà con i genitori e il fratello Mischa su un convoglio diretto ad Auschwitz-Birkenau, e di loro si perderà ogni sua traccia. Etty era una giovane donna con tanta voglia di vivere, alle prese con la propria guerra interiore – quella che Spier chiamava costipazione spirituale; comprese presto, grazie al lavoro su di sé, che doveva smettere di avanzare pretese verso i suoi genitori perché ognuno ha il proprio destino. È stata proprio lei a scrivere che “una persona crea il proprio destino dall’interno (…) non importa chi o cosa sei, né com’è la tua vita, ma la tua reazione interiore agli eventi che la caratterizzano; è così che si decide il destino.” Questo fu per lei liberatorio: solo così poteva trovare la sua strada, e imparare a fidarsi della sua forza interiore.
Era l’estate del 2012 quando Judith Koelemeijer parlò per la prima volta di questo volume con l’editore Geurt Gaarlandt; penso che solo una donna poteva pensare a una biografia che mettesse al centro il quotidiano e le relazioni, e sono queste le cose fondamentali per conoscere Etty che, nel corso della sua pur breve vita, ha vissuto di amicizie profonde e coraggiosi legami sentimentali nel tempo della catastrofe: “ho spezzato il mio corpo come se fosse pane e l’ho distribuito agli uomini”. Anche a Westerbork racconta la vita quotidiana. Koelemeijer ha ricostruito lo sfondo e lo straordinario mosaico che circonda i Diari, che possono così essere compresi meglio, facendo emergere più nitidamente Etty come figura.
Etty – che non usciva mai senza portarsi qualcosa da leggere, e che sognava di diventare scrittrice – rimase molto colpita dall’incontro con Spier e dall’idea che si potessero leggere non solo i libri ma anche le mani come un secondo volto. Le vite sono spesso segnate da una svolta – un incontro o un evento –, da un prima e da un dopo, e l’incontro con lo psicoanalista segnò questo passaggio: la rinascita di Etty come persona, e l’inizio dell’esperienza come scrittrice. Spier aveva visto nelle sue mani la linea dell’esperienza interrotta intorno ai 30 anni: intuì che non avrebbe superato quell’età? Se così fu, non disse niente; per non condizionare la vita delle persone e perché sapeva, in base alla sua esperienza, che le linee della mano possono ancora cambiare nel corso della vita. La cosa fondamentale per lui non era prevedere il destino ma mostrare alle persone i punti forti e quelli deboli della loro psiche, le potenzialità e gli ostacoli, in modo che potessero farsi carico pienamente del proprio destino. Il teologo Panikkar direbbe “diventare le mani del proprio destino”.
Koelemeijer – studiando la vita di una creatura che ha saputo guardare in faccia il male – pone le domande che, leggendola, ci poniamo tutti noi. Perché Etty aveva scelto la morte quando le era stata offerta la vita? Cosa può esserci di più importante di una vita umana? Non la vita a tutti i costi, scrive Hillesum, perché se mi sottraggo toccherà a qualcun altro, e poi dipende da come la si conserva, la vita. “Se noi dai campi di prigionia, ovunque siano nel mondo, salveremo i nostri corpi e basta, sarà troppo poco. Non si tratta infatti di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva”. E ancora: “ho il coraggio di guardare in faccia ogni dolore”.
La giovane donna comprese presto che la vita interiore può essere la bussola per reggere l’impatto di un mondo che crolla, e la minaccia della guerra e delle persecuzioni rappresentarono in primo luogo una prova interiore: era lei stessa un piccolo campo di battaglia in cui dovevano combattersi gli interrogativi del suo tempo. “Il mondo interiore è tanto reale quanto quello esterno” aveva scritto Etty proprio il giorno del rastrellamento. Una forma di resistenza interiore, la sua?
Del resto per lo stesso Jung il mondo interno, lo scrive in Ricordi, sogni e riflessioni, ha avuto più peso dei fatti esterni. Forse è questo che ha portato Etty a sostenere che: “si è a casa sotto il cielo. Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi”. Questo lo aveva imparato da Spier, e aveva trovato in sé una forza tale da poter sopportare qualsiasi cosa. E lo scrivere, trovare le parole, le permise di resistere e non cadere, come l’asta che il funambolo tiene per non perdere l’equilibrio. La scrittura come mezzo per far fluire emozioni represse e pensieri irrequieti. Etty aveva solo quindici anni quando cominciò a provare l’intenso desiderio di trovare la parola giusta in grado di liberarla, e riportava per questo citazioni di grandi autori e filosofi, perché voleva ricordare le frasi più belle. La lingua custodiva le risposte a tutte le domande.
Il mondo, la violenza che c’era fuori non li poteva cambiare, ma poteva cambiare se stessa, e interrompere le battaglie che viveva dentro di sé. Jung disse – quando gli chiesero se ci sarebbe stato un altro conflitto – che se ci fossero state persone in grado di reggere interiormente la tensione tra gli opposti non ci sarebbe stata un’altra guerra. Assumersi il male, non proiettarlo sugli altri, chiamarlo con il proprio nome, come fa Ged nella Saga di Earthsea di Ursula LeGuinn, affrontare le proprie guerre interiori.
Ma così si può reggere e resistere di fronte al male? La vita di Etty sembra indicarci questo sentiero difficile: il mondo interiore, non odiare, e combattere le proprie battaglie interiori. Etty sosteneva che il marciume che è negli altri è anche in noi: “Non credo più che si possa migliorare qualcosa nel mondo esterno senza aver prima fatto la nostra parte dentro di noi”. Questo ha fatto Etty Hillesum.
Non è bastato a salvarle la vita, ma forse ha contribuito ad altro.
Siamo all’altezza di questa eredità? Etty è stata capace nell’inferno del tempo in cui ha vissuto, di stare dove inferno non è, e di coltivare quel luogo, le relazioni, e di non smettere di pensare di fronte all’impensabile. James Hillman ha parlato di stay thinking di fronte alla morte, lei è stata capace di essere cuore pensante della baracca di fronte al male e alla depravazione, e di scriverne. E noi oggi di fronte a un male – che si presenta non solo con il volto del disumano, ma anche con quello del post umano come ha detto il filosofo Salvatore Veca – cosa possiamo fare? Cosa scriverebbe oggi Etty della strage degli innocenti a Gaza, della disperazione delle donne ucraine? A Westerbork Etty sceglie di essere testimone, essere orecchie e occhi dell’impensabile, di qualcosa che sapeva che sarebbe toccato anche lei. Vestire e preparare chi stava andando a morire è follia o un atto di pietà? Etty ha scelto di non fuggire e di non chiudere gli occhi: guardare, testimoniare e aspettare.

Come poteva rendersi utile? Aveva solo la sua presenza da offrire. “Così tutto viene e viene, e basta solo esserci con tutto il cuore” aveva scritto Rilke in una lettera su cui lei spesso tornava. “Essere presenti con tutto il cuore”: solo questo poteva fare. Mostrare un sorriso, abbracciare una donna in lacrime, mormorare “non devi disperarti”. Andare in cerca di scarpe per una anziana signora che indossava pantofole. Parlava poco, si limitava a guardare negli occhi. Voleva trovare ciò che di buono c’è nell’altro. Spier le aveva detto che se fosse esistito anche solo un essere umano veramente degno di essere chiamato tale, tanto gli sarebbe bastato per continuare a credere nell’umanità. L’odio era una malattia, questo comprese e questo la commosse e segnò il suo destino: cristico. Scelse di restare umana; anche nel clima di oppressione e barbarie del campo le persone potevano scegliere: “la scelta di continuare a vedere la bellezza di una brughiera punteggiata di lupini gialli in fiore, la scelta di alleviare la sofferenza del prossimo con un gesto o una parola di conforto, la scelta di restare umani, anche in mezzo ai lupi, e di rinnovare la fede in Dio e nel bene di cui l’umanità, malgrado tutto, era capace. I pensieri erano liberi, sempre e comunque. Nessuno aveva il potere di portarteli via”.
Nel libriccino L’arte di vivere che l’amica Tide le aveva regalato per il suo ventinovesimo compleanno, alla voce servire, la giovane donna aveva annotato una citazione tratta dal Vangelo secondo Matteo che rafforzava la sua convinzione che, in ultima analisi, ciò che contava erano gli altri a cui si sentiva profondamente legata: “perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Infatti quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?” Judith Koelemeijer scrive che, nonostante una donna ebrea in quel momento non avesse possibilità di scegliere, quella era la sua scelta, la libertà spirituale di fare ciò che riteneva moralmente più giusto: “forse quella scelta idealistica e altruista l’avrebbe portata alla morte, ma lei ne era consapevole e lo accettava. Se invece si fosse sottratta al destino, una parte fondamentale in lei sarebbe morta.”
Le prime frasi del suo Diario, in data 9 marzo 1941 – “Avanti, allora!” “È un momento penoso, quasi insormontabile: devo affidare il mio animo represso a uno stupido foglio di carta a righe” – colpirono l’editore Geurt Gaarlandt quando iniziò a leggere il manoscritto che Klaas Smelik jr gli fece avere. Smelik era figlio dell’amico scrittore Klaas Smelik che aveva cercato di salvarla, ma che aveva dovuto accettare che Etty volesse condividere il destino del suo popolo. A lui dovevano essere consegnati i Diari, tramite l’amica Maria Tuinzing, se lei non fosse tornata dalla Polonia per farli pubblicare, ma lui non ci era riuscito. Anni dopo suo figlio, Klaas Smelik jr, li aveva portati a Gaarlandt, che era interessato soprattutto al lato umano della guerra, non a quello disumano. I quaderni furono pubblicati nel 1981, proprio grazie a quel bambino che aveva sentito da piccolo parlare di Etty dal padre, e che aveva sempre provato un’attrazione misteriosa per i quaderni di una persona morta, conservati in un comodino, che lui a cinque anni non poteva decifrare.
Per Etty scrivere è stato vitale, a fine dicembre 1942 completò il suo resoconto, che sarebbe passato alla storia come la prima lettera da Westerbork, un intenso reportage letterario in forma epistolare, in cui tracciava un quadro della vita nel campo. Le due donne, le sorelle sconosciute a cui scriveva, simboleggiavano tutti gli olandesi che avrebbero dovuto sapere cosa succedeva lì. Quando scriveva lei si doveva rivolgere a qualcuno, e questa forma epistolare rappresentò per lei la forma ideale per la sua testimonianza. Le epistole di Rilke furono del resto, per lei, una vera e propria rivelazione: “credo che vi si possa trovare un intero programma di vita e che vi siano contenute parole che non ti abbandonano mai per tutta l’esistenza”. E non c’è dubbio che la sua forma epistolare avesse trovato lì ispirazione, ma, a differenza di Rilke, non rifuggiva dall’umorismo e dall’ironia. Etty coglie l’aspetto umano, le sue descrizioni fanno pensare ai molto umani reportage di guerra di Francesca Mannocchi, non a caso un'altra donna, capace di accogliere in grembo la sofferenza, e di guardare alla guerra con questi occhi e in questo modo.
Nella sua seconda lettera da Westerbork, la notte prima della sua deportazione, Etty aveva fornito assistenza a chi stava per partire, facendo visita ai malati che conosceva, consolando le madri disperate, aiutando nelle piccole cose, e guardando il sinistro spettacolo che aveva davanti a sé. Koelemeijer sostiene che siano le più belle pagine di prosa che Etty scrisse nella sua breve vita. In brevi bozzetti tragicomici – che tutti dovrebbero leggere – Etty descrisse le persone a cui aveva detto addio quella notte, le sue azioni e le sue domande: “Ma stanotte io vestirò tutti i bambini piccoli e tenterò di calmare le madri, e questo lo definisco ‘aiutare’, potrei quasi maledirmi da sola: sappiamo bene che abbandoneremo le persone indifese e malate del campo alla fame, al caldo e al freddo, alla vulnerabilità e alla distruzione, eppure le vestiamo noi stessi e le accompagniamo ai nudi carri bestiame, e se non sono in grado di camminare le portiamo sulle barelle. Ma che cosa succede qui, che misteri sono questi, in quale meccanismo funesto siamo impigliati? Non possiamo liquidare il problema dicendo che siamo tutti dei vili. E poi, non siamo così cattivi. Ci troviamo di fronte a interrogativi più profondi...”.
Koelemeijer scrive che ad Auschwitz se si cammina ancora nell’area in cui un tempo sorgevano i depositi del Canada – la parte del campo destinata a stoccaggio e smistamento dei beni confiscati ai deportati – è ancora possibile trovare per terra qualche bottone. Il fango che li ha inghiottiti continua a riportarli in superficie: “i piccoli bottoncini, forse un tempo cuciti con amore sul vestitino di una bimba, continuano a ripetere la storia di cui furono testimoni, in un eterno ritorno delle cose che mai si potrà estirpare”. Etty credeva nella vita con tutto il cuore, e non temeva la morte. Sapeva che la vita sarebbe andata avanti anche senza di lei e che, un giorno, sarebbero arrivati tempi migliori. Sperava che l’umanità sarebbe riemersa dal fango come specie umana più gentile e amorevole: “Mi piacerebbe vivere abbastanza a lungo per poterlo spiegare agli altri, e se questo non mi sarà concesso, bene, allora qualcun altro lo farà al posto mio, continuerà la mia vita dov’essa si è interrotta. Ho il dovere di vivere nel modo migliore e con la massima convinzione, fino all’ultimo respiro: allora il mio successore non dovrà più ricominciare tutto daccapo, e con tanta fatica. Non è anche questa un’azione a beneficio dei posteri?”.
A Etty fu negata la possibilità di diventare poeta del campo “che da poeta viva anche quella vita e la sappia cantare”: ma ci possono essere parole in grado di descrivere poeticamente – o addirittura cantare – la vita ad Auschwitz? A Gaza? A Bucha?
Etty, questo ha testimoniato, credeva nella vita malgrado tutto: e noi possiamo, con e come lei, non smettere di combattere la nostra battaglia interiore. E sperare.
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