Guerre contro il futuro: Franco Fornari

24 Giugno 2022

Ci sarà una guerra nucleare?, si  chiedono gli adulti senza riuscire a pronunciare la frase a voce alta. Da settimane, la sera, prima di addormentarsi, molti bambini fanno questa domanda ai genitori. La minaccia atomica, lanciata sul tavolo del negoziato russo-ucraino, agita la psiche collettiva, evoca la storia naturale della distruzione, Hiroshima e Nagasaki.

Franco Fornari, presidente della Società Italiana di Psicoanalisi, di formazione kleiniana, pacifista attivo e impegnato, rivendica il diritto della psicoanalisi ad affrontare il tema della guerra, e conduce, con altri colleghi, una ricerca relativa alla crisi della guerra creata dall’era atomica. “Con che diritto – si interroga nell’introduzione a Psicoanalisi della guerra – uno psicoanalista si occupa di queste cose che non sono di sua competenza?”. E poi argomenta che la situazione analitica è una “condizione privilegiata per osservare le modalità individuali (…), le modalità in cui inconsciamente la guerra è fantasticata dagli uomini”.

Fornari richiama l’attenzione su quelle che chiama singolarità simboliche che riguardano due protagonisti della situazione atomica: il comandante del B-52 che sganciò l’atomica su Hiroshima battezza l’aereo con il nome di sua madre, Enola Gay, e il generale Leslie Groves, responsabile del Progetto Manhattan – costruzione della prima bomba atomica –, che dopo il primo successo telegrafa a Truman: Baby is born. Se una realtà distruttiva pantoclastica è associata ai simboli della creatività e della conservazione della specie, all’originario rapporto d’amore tra madre e bambino, “esiste la possibilità che ciò costituisca una operazione destinata a coprire profonde angosce depressive o persecutive e che tale occultamento abbia in sé grande probabilità di predisporre colui che lo fa a distorsioni gravi dell’esame di realtà e quindi a non trovarsi nelle condizioni di poter prevedere correttamente le conseguenze possibili dei suoi atti”. 

Nel 1964, a Milano, al XXV Congresso degli Psicoanalisti di lingua romanza, Fornari presentava per la prima volta la sua teoria che continuerà a sviluppare lungo tutto l’arco della sua vita. Nel 1964 esce Psicoanalisi della guerra atomica, nel 1969 Dissacrazione della guerra: dal pacifismo alla scienza dei conflitti, la prima edizione di Psicoanalisi della guerra (fuori catalogo da tempo) è del 1966. Il suo pensiero riceverà una grande attenzione internazionale alla Conferenza dell’ONU sulla pace a New York e al Comitato Mondiale di ricerca sulla pace di cui diventa membro. In Italia contribuì alla nascita di un movimento di educazione alla pace che realizza nel 1965 nel Gruppo Anti-H e nel 1967 nell’Istituto Italiano di Polemologia. 

La sua passione intellettuale aveva un’origine personale, scaturiva dall’esperienza traumatica degli eventi bellici – Fornari è nato in provincia di Piacenza nel 1921 –, dall’attonimento seguito allo scoppio della bomba atomica. “Mi è caduto addosso il male del mondo (…) Volevo fare qualcosa per la pace perché mi sentivo colpevole della guerra” afferma Michele, il protagonista del suo romanzo giovanile Angelo a capofitto. Pazzo di dolore di fronte alla distruzione causata dalla guerra e pazzo d’amore nel suo vano tentativo di salvare il mondo dalla prospettiva di distruzione totale, il protagonista attraversa, negli incontri con il suo psichiatra, una vicenda segnata da eros e thanatos.

Per Fornari la guerra è un’istituzione sociale che può essere ben simbolizzata da un iceberg costituito dalle sue due parti, quella visibile e quella invisibile. Quella visibile “rappresenta la difesa da un pericolo esterno”, (...) mentre l’altra, quella nascosta, è inconscia e riguarda un’operazione di difesa e di sicurezza di fronte a terribili realtà fantasmatiche, (...) che potremmo chiamare ‘il Terrificante’”. Il paradosso consiste nel fatto che l’azione militare non ci serve in realtà, come appare, a difenderci da un nemico esterno, ma a dare un volto, carne e ossa, al Terrificante interno che in questo modo diventa il nemico reale. Si va in guerra, dunque, per recuperare un oggetto d’amore primario, indispensabile all’identificazione del gruppo. E, se immaginiamo che questo “oggetto” possa essere rappresentato da un luogo sacro, da una memoria storica o da un mito, la tesi di Fornari, per quanto molto discussa – perché non si occupa del nemico reale –, richiama alla responsabilità individuale e prefigura un rapporto integrato tra le due parti dell’iceberg. 

La paura verso l’estraneo che coglie il bambino nel suo ottavo mese di vita si amplifica nell’aggressività assoluta del farsi bellico. Per Fornari non è una condizione nevrotica, ma psicotica, che inverte gli stadi dell’evoluzione che accompagnano le diverse fasi del ciclo di vita non solo individuale, ma anche familiare. Si ritorna alla fase orale, a modalità primitive, dove il gruppo prevale sull’individuo: è una “regressione pantoclastica” che deforma la realtà. 

Il rapporto dell’uomo con il mondo passa attraverso strutture di relazione e di significazione naturali, precodificate, che assumono la funzione di guida per la sopravvivenza dell’individuo e della specie. Fornari chiama codici affettivi i diversi sistemi di valori che guidano l’uomo nel suo rapporto con il mondo. La guerra è il risultato del meccanismo di elaborazione paranoica del lutto, la morte è un male che dobbiamo espellere da noi per salvare la vita in ogni modo e a ogni costo, anche cercando un colpevole da uccidere, un nemico da annientare. Il lutto impossibile che l’uomo non riesce ad accettare è quello relativo alla propria morte.

Nella prefazione a Il coraggio di Venere. Anti-manuale di psico-socio-analisi della vita presente di Luigi Pagliarani, (Raffaello Cortina, 1985), suo paziente che diventerà amico e collaboratore, Fornari suggerisce “che lo sbigottimento di fronte al nostro tempo potrebbe derivare dalla paura del bene. Il ‘corpo a corpo’ della nascita segue il ‘faccia a faccia’ dell’amore e precede il ‘faccia a faccia’ dell’allattamento”. Nel percorso tra questi due movimenti si nasconde la possibilità della catastrofe”. 

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LA CRISI DELLA GUERRA

Vista nel suo insieme di operazioni che riguardano la conservazione dell’oggetto d’amore attraverso il poter mettere concretamente la causa della sua distruzione nel nemico, la guerra, da un punto di vista psicologico, – se si prescinde dalla sua slealtà – appare un’istituzione ammirevole. Essa permette, specialmente in caso di vittoria, di fronteggiare e risolvere in un sol colpo le due angosce psicotiche di base: l’angoscia depressiva e l’angoscia paranoidea, alle quali si collegano le emozioni più intensamente penose che l’uomo possa provare nei riguardi della conservazione del Sé e nei riguardi della conservazione del proprio oggetto d’amore. Anche se una tale operazione costa agli uomini una quantità enorme di sacrifici, sembra che gli uomini si siano sempre sobbarcati a tali sacrifici con animo lieto: segno che il gioco valeva la candela. Il fatto nuovo però, il fatto imprevedibile del quale la nostra epoca ci rende sempre più coscienti, è che la guerra, come guerra atomica, sta per perdere la capacità di assolvere le sue funzioni: non permette più di vivere l’illusione paranoidea di salvare il proprio oggetto d’amore uccidendo il nemico nel quale si mette la causa della distruzione. Il fatto nuovo è dunque che la guerra è entrata in crisi come sostiene tra gli altri uno storico dell’autorità di Toynbee; questo fatto merita, a mio avviso, un’indagine particolare, perché, oltre a coinvolgere i paradossi dell’era atomica, dei quali abbiamo parlato, ci sembra il crocevia specifico della psicologia individuale e della psicologia di gruppo.

Se si accetta la tesi che la guerra è entrata in crisi nella sua funzione di risolvere problemi fondamentali degli individui nella vita di gruppo, gli individui stessi, nel momento in cui prendono coscienza che una funzione di base del gruppo è entrata in crisi, prendono simultaneamente coscienza di se stessi in prima persona come abbandonati dal gruppo. Si può ritenere che se un’istituzione così fondamentale della vita dei gruppi come è l’istituzione della guerra è entrata in crisi, la vita dei gruppi rimane radicalmente coinvolta da tale crisi, in quanto la vita stessa dei gruppi, privata di una sua istituzione di base, potrebbe non essere più in grado di assolvere le sue funzioni di base. Nella concreta vicenda della guerra, allorché il capo muore, quando cioè l’oggetto di comune identificazione del gruppo non è più salvabile, si determina il panico. La scoperta di Freud relativa allo sciogliersi del gruppo quando l’oggetto d’amore e d’identificazione comune viene perduto, costituisce la prova indiretta che la vita di gruppo è impensabile senza un oggetto d’amore, come oggetto di identificazione comune: ciò corrisponderebbe a quello che Durkheim chiamava l’anomia dei gruppi. Essa inoltre ci autorizza a ritenere che dal momento in cui gli uomini cominciano a percepire che l’istituzione della guerra, in quanto guerra atomica, ha perso la sua funzione di garantire agli individui di un gruppo la salvezza del loro oggetto d’amore, pone gli individui del gruppo nella situazione del “si salvi chi può”. La crisi della guerra sembra implicare dunque un ritorno all’individuo delle funzioni di sopravvivenza, come relativa desocializzazione, nel momento in cui il processo di socializzazione, o meglio il processo di socializzazione di tipo bellico, si rivela come la causa stessa della distruzione del comune oggetto d’amore e di identificazione del gruppo.

La crisi della guerra sembra avere come primo risultato una spinta desocializzante, la quale di fatto significa che il soggetto ritira il mandato e recupera la propria sovranità alienata nella sovranità dello Stato, a sua volta strettamente collegata all’organizzazione militarizzata del gruppo.

Prima di trattare di questo processo di relativa desocializzazione che, come abbiamo visto, Glover ha proposto come auspicabile sotto forma di indebolimento dei legami dell’individuo con lo Stato mediante il ritorno agli oggetti d’amore privati, cioè la rinascita della cultura familiare, mi sembra necessario un chiarimento di cosa io intenda per “crisi della guerra” in termini psicologici e in termini di riduzione al soggetto.

Per me la crisi della guerra è definibile come situazione in cui non è più possibile distruggere l’oggetto nemico senza coinvolgervi l’oggetto amico. Sulla spinta di una angoscia distruttiva quindi l’oggetto amico e l’oggetto nemico, in quanto accomunati da un identico destino di distruzione, tendono a fondersi l’uno nell’altro. Al posto cioè dei due oggetti distinti antitetici (amico-nemico) tende ad emergere una situazione paragonabile ad un oggetto “misto”.

Storicamente tale condizione si è verificata attraverso un processo tecnico, cioè attraverso la scoperta delle bombe atomiche. Riviste specializzate ci informano che – al limite – i dispositivi della guerra atomica potrebbero essere siffatti che, anche nel caso di un attacco a sorpresa che riuscisse ad annientare in un solo colpo il nemico, l’aumentata radioattività dell’atmosfera potrebbe servire da innesco automatico per il lancio delle bombe atomiche che partirebbero dal paese colpito, senza intervento umano, per andare a distruggere il paese aggressore. La credenza degli uomini primitivi che i morti sono particolarmente temibili, perché pieni di desideri di vendetta nei riguardi dei vivi, cesserebbe di essere – qualora la prospettiva citata potesse realmente verificarsi – una pura credenza magica, ma diventerebbe una concreta realtà non più propiziabile però magicamente attraverso la guerra come reazione paranoica del lutto. Troviamo quindi qui di nuovo confermata l’intuizione di Glover che l’era atomica rischia di farci perdere la possibilità di distinguere nettamente ciò che è illusorio e ciò che è reale.

Se ora da tale realtà storica e politico-militare dei gruppi umani, come gruppi dell’era atomica, passiamo all’individuo, cioè all’interno di ognuno di noi, siamo colpiti dal dover constatare che la crisi della guerra (cioè il fatto che non è più possibile uccidere l’oggetto nemico senza simultaneamente coinvolgere nella distruzione anche l’oggetto di amore) è qualcosa che l’individuo in prima persona porta al di dentro di sé come un fatto costitutivo dell’uomo in quanto tale.

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Intendo qui riferirmi agli accadimenti psichici messi in rilievo dalla Klein a proposito del passaggio dall’oggetto parziale all’oggetto totale, intimamente collegato all’insorgenza della posizione depressiva del bambino. Come è noto, l’aumentata integrazione interna delle presenze fantasmatiche originarie buone e cattive, associata alla spinta maturativa delle aumentate capacità di integrazione percettiva della madre come unico oggetto reale, conducono il bambino alla costituzione dell’oggetto totale. Il bambino viene così esposto all’angoscia di sentire che i suoi attacchi verso la madre-strega coinvolgono ora anche la madre-fata. L’angoscia depressiva nasce dal fatto che il bambino vive ora la madre come oggetto “misto” in quanto le due immagini fantasmatiche, buona e cattiva, vengono vissute come incorporate nella madre come oggetto totale. Tutto il vissuto della posizione depressiva può essere quindi in definitiva ricondotto alla simultaneità dell’amore e dell’odio verso lo stesso oggetto e all’intima sensazione che non è più possibile distruggere la madre come entità fantasmatica cattiva, senza simultaneamente coinvolgere nella distruzione anche l’oggetto d’amore.

La crisi della guerra, in quanto guerra atomica, corrisponderebbe quindi ad una situazione storica depressiva il cui significato, pur essendo nuovo per la vita dei gruppi, contiene una realtà drammatica che l’uomo, sul piano individuale, porta al di dentro di sé.

Si potrebbe quindi dire che la crisi della guerra contiene in sé le premesse per le quali la storia dei rapporti tra i gruppi, che si è sempre realizzata attraverso rapporti a tipo di oggetto parziale, si trova spinta ad elaborare le stesse angosce che il soggetto in prima persona esperisce nel passaggio dal rapporto con oggetti parziali al rapporto con l’oggetto totale. 

Sorge quindi un quesito: è possibile, stando così le cose, che il gruppo possa evolvere verso un’autentica coesistenza, al punto da poter sentire l’altro da Sé come costitutivo del Sé, come viene richiesto all’individuo in prima persona?

La mia risposta è che un tale passaggio sembra impossibile nell’ambito delle strutture dei gruppi così come esse si sono “ossificate” attraverso gli attributi dello Stato sovrano come base essenziale per il funzionamento dell’istituzione della guerra. Sembra invece possibile che la riduzione integrale del fenomeno guerra al singolo soggetto, ad ogni soggetto in prima persona, attraverso un processo di relativa desocializzazione crei le condizioni e le premesse indispensabili per una nuova socializzazione che si fondi su nuove istituzioni sociali. Può avere un senso cioè parlare della riduzione integrale del fenomeno guerra al sadismo e al masochismo di ogni uomo, alle sue necessità originarie di amore e di violenza e alle sue originarie necessità di colpa e di riparazione nei riguardi del proprio oggetto d’amore, solo in quanto tale riduzione è propedeutica per la fondazione di istituzioni sociali nuove.

Credo che il portare all’evidenza scientifica una tale possibilità di riduzione al soggetto in prima persona del fenomeno guerra – scopo che sembra impossibile senza una conoscenza scientifica dell’inconscio umano – debba essere il compito specifico della psicoanalisi nell’era atomica. Perché però quest’opera specificamente psicoanalitica possa avere una qualche utilità storica sembra impensabile che i dati scoperti nell’inconscio umano, i quali permettono la riduzione del fenomeno guerra al soggetto, non rimangano un problema privato, ma diventino un oggetto d’amore collettivo, in una nuova socializzazione, e che questa costituisca come proprio oggetto d’amore un nuovo nomos fondato sulla responsabilità individuale della guerra. Dopo aver dichiarato il gruppo come incapace di evolvere verso un processo di autentica convivenza con l’altro gruppo e dopo aver quindi postulato la necessità di ritorno al soggetto, ci troviamo ora a dover riaffermare la funzione essenziale del gruppo nel rendere valido, con i suoi misteriosi processi di validazione, ciò che rimanendo sul piano privato rischia di essere veramente irrilevante.

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