Vasco Brondi, musica e satori
I racconti di Rudyard Kipling sono spesso molto belli, ma uno in particolare è meraviglioso fin dal titolo: The Wrong Thing, “La cosa sbagliata”. Appartiene al ciclo di Puck, lo spirito ancestrale che ha il potere di far apparire personaggi noti e meno noti della storia d’Inghilterra: Elisabetta la Grande o un anonimo legionario di stanza sul Vallo di Adriano, giusto per dare un’idea. L’elemento caratteristico è che questi spiriti non vengono riconosciuti come tali. Chi entra in contatto con loro li tratta normalmente, da ospiti benvenuti e forse addirittura attesi. È l’incantesimo di Puck, il suo modo di ingannare il tempo, alla lettera. In “La cosa sbagliata”, il dialogo si svolge tra Mr Springett, che ha il ruolo di tuttofare nella tenuta di campagna in cui agisce il folletto, e Sir Harry Dawe, capomastro alla corte dei Tudor. Mentre il fantasma rievoca una sua antica disavventura professionale (una polena di proporzioni eccessive e potenzialmente catastrofiche), i due discutono indispettiti di sindacati, gilde e corporazioni. «L’arte è una, amico mio, una soltanto», proclama il redivivo Sir Harry, che approfitta dell’occasione per rimettersi a lavorare il legno. Kipling, il massone Kipling, allude alla sostanza immateriale che anima la materia, e non per niente lo stesso Sir Harry si qualifica come master mason, definizione in sé ambigua, che può riferirsi sia al responsabile di un cantiere sia a un iniziato di rango superiore. Ma il punto non è questo. «All art is one, man – one!» è solo la prima parte della frase che ci interessa. Sir Harry prosegue con un’osservazione che resterebbe in sospeso, «and to wait on another man to finish out –», se Mr Springett non provvedesse a completarla: «To finish out your work ain’t no sense». Dipendere da qualcun altro «per portare a termine il lavoro che hai avviato tu, non ha senso», traduce Ottavio Fatica. Devi finire quello che hai iniziato, o almeno provarci finché non hai raggiunto la soglia del fallimento. Solo così l’arte diventa qualcosa di spirituale. Ed è in questa densità misteriosa, non nelle condizioni contrattuali, che all art is one. (Per inciso, Sir Harry lascia che sia Mr Springett a dire l’ultima parola, contraddicendo e insieme dando consistenza alla regola che sta enunciando, perché nulla si possiede, se non si è disposti a rinunciarci).
Una cosa spirituale. Non fare niente e altre forme d’arte (Einaudi, pagine 160, euro 13) è il libro con il quale il cantautore Vasco Brondi condivide la propria esperienza di musica e di meditazione, fino a lasciar intuire come la musica possa sfociare in meditazione. Non favorirla o peggio ancora esserne ispirata, perché quando ci si inoltra nel territorio della mistica il principale equivoco che va sventato è proprio quello di tipo strumentale. La musica – o qualsiasi altra forma d’arte, se davvero all art is one – non serve a meditare meglio, esattamente come la meditazione non serve a stare meglio o a essere più artistici. Dopo di che, certo, tra meditazione e arte viene a stabilirsi un circolo virtuoso, per cui risulta impossibile stabilire dove finisca una e inizi l’altra. Ma questo avviene nella vitalità del dono, non nelle strettoie della performance. Salvaguardare l’unicità dell’arte, sosteneva Annie Le Brun in un bel saggio di una decina di anni fa, significa custodire ciò che non ha prezzo e che, non avendo prezzo, sfugge alla misurazione e, di conseguenza, si sottrae alle leggi di mercato. Il concetto di ce qui n’a pas de prix evoca l’inesorabilità di un gesto assoluto e impetuoso, dettato da un’urgenza che la meschineria del buonsenso non riesce a contrastare.
Il «principio della necessità interiore» era già stato stabilito con chiarezza da Vasilij Kandinskij nel classico Lo spirituale nell’arte (1911), ma qui non è questione di cronologie né di primati. Ognuno ci arriva quando ci arriva, ed è sempre la prima volta. Ci arriva come ci arriva, ed è sempre – inspiegabilmente – il modo giusto. In questa prospettiva, Una cosa spirituale è la confessione di un ragazzo della provincia emiliana (Brondi è nato a Verona nel 1984, ma è cresciuto a Ferrara) che ha avvertito d’istinto il bisogno di capire o, meglio, di conoscere. Esordiente nel 2008 con il progetto Le luci della centrale elettrica, sperimenta un travolgente successo iniziale, ma non per questo smette di farsi suggestionare da spunti e incontri in apparenza disparati. Un ruolo rilevante spetta al contesto, tra la Reggio Emilia dei CCCP (ai quali Vasco deve la precoce intuizione che il satori è in agguato ovunque, a Carpi come a Lhasa oppure a Berlino) e la composita tradizione monastica che ha tenacemente attecchito sulle pendici dell’Appennino. La dedica di Una cosa spirituale in memoria di Luca Tartarini, cultore e maestro di discipline orientali nel Ferrarese, è la conferma di questa vivacità e pluralità di stimoli, ai quali Brondi si è sempre esposto con una generosità che rischierebbe di risultare disordinata, se in questo ambito la nozione di disordine non fosse di per sé incongrua. Che il vento dello Spirito soffi dove vuole, del resto, è un insegnamento decisivo già nel Vangelo di Giovanni (Gv 3,8).
Dalle Scritture cristiane Brondi valorizza un altro brano celebre, nel quale il Signore dell’Apocalisse rimprovera e rigetta la chiesa di Laodicea, insipida e tiepida al gusto (Ap 3,15-16). Coerentemente, le testimonianze convocate da Brondi provengono da figure che non hanno mai amato le mezze misure, anche a rischio di bruciarsi o finire assiderate: musicisti come Lou Reed, Franco Battiato e Keith Richards, artisti come Andrea Pazienza e Marina Abramović, registi come Federico Fellini, Werner Herzog, David Lynch. E ancora le voci della poesia, da Eugenio Montale a Chandra Livia Candiani passando per Antonia Pozzi e Walt Whitman; e ancora i diversi maestri di meditazione ai quali Brondi si è via via affidato nel suo pellegrinaggio. L’elenco, per quanto incompleto, non è inutile, perché la ritualità della nominazione è uno dei dispositivi che consentono di scardinare la supremazia dell’io, dando accesso alla dimensione del distacco, della gratuità, dell’inazione.
Sono categorie che ricorrono con insistenza nell’opera dei Byung-Chul Han, forse il pensatore contemporaneo citato più volte da Brondi, che peraltro si muove con sicurezza in una bibliografia tanto eclettica quanto ragionata. Ma le pagine più affascinanti restano quelle del Vasco allo stato selvaggio, che proprio non sa che cosa sia questo duende riconosciuto da un fonico entusiasta nei due accordi di cui si compongono le sue primissime canzoni. Le letture vengono più tardi, più tardi vengono i viaggi (non solo da fermo, non solo nell’arco dei tre chilometri raccomandati da Luigi Ghirri), più tardi viene la pratica del respiro consapevole, dello yoga, della vipassana. I rimandi più evidenti vanno verso l’induismo e il buddhismo, eppure una riflessione di straordinaria intensità può nascere anche dal raffronto un po’ attonito fra la stanza di Andy Warhol e quella, pressoché identica, della nonna dell’autore: «avevano lo stesso letto, lo stesso crocifisso sul comodino, lo stesso quadro della Madonna sulla parete e poi rosari, immagini sacre, icone varie, libri su un vecchio mobile».
Le storie di spiritualità non sono mai uguali l’una all’altra, ma si somigliano tutte. Per il desiderio che le abita, per i fallimenti che comportano, per la fatica che esigono (esemplare l’aneddoto della ragazza che vorrebbe assistere alla creazione di un brano, salvo pentirsi quando è costretta ad ascoltare per ore e ore lo stesso abbozzo di melodia). Presto o tardi, succede qualcosa che ricorda le peripezie del Manalive di Gilbert Keith Chesterton, uno strano soggetto che un bel giorno esce di casa dalla porta sul retro e per rientrare dall’ingresso principale non trova percorso più breve di quello che lo obbliga a fare il giro del mondo. Poco importa quale sia l’indirizzo. Sempre lì si arriva, e sempre seguendo la strada che meno ti aspetteresti.