Pippo Baudo, astuto puparo

16 Agosto 2026

La prima caratteristica di Pippo Baudo come protagonista televisivo, cioè come Pippo Baudo, è quella di non averne. Direbbero i linguisti, è il grado zero del personaggio. Se gli altri conduttori – di varia epoca, sesso e natura – creano del loro per caratterizzarsi nell’insalata mediatica onde emergere anything goes, Baudo no, lui sta sempre indietro d’una spanna. E, da lì, organizza tutto.

A un anno dalla sua scomparsa – 16 agosto 2025 – vale la pena di rifletterci su.

Icona mediatica assoluta, rappresentante perfetto dell’uomo medio che sa farsi strada e sa insegnarla al pubblico imbolsito e adorante, Pippo Baudo ha ricevuto una certa attenzione critica anche da parte degli studiosi di spettacolo. Laddove Umberto Eco s’era esercitato, com’è arcinoto, su Mike Bongiorno – formidabile emblema dell’acculturato senza capirlo – tratteggiandone la fenomenologia, altri semiologi e sociologi hanno prestato il loro sguardo analitico per anatomizzare il presentatore catanese, ricostruendo il senso e il valore della sua immagine pubblica. Fra questi, sicuramente spicca Omar Calabrese, originale critico d’arte, opinionista instancabile, polemista di vaglia, la cui finezza interpretativa ancora rimpiangiamo. In un volume collettivo intitolato Perché loro?, edito da Laterza nel 1984 (libro da ripescare: ci sono dentro bellissimi saggi su Armani, Berlusconi, Dalla, Falcao, Pertini etc. di quegli anni lì) Calabrese dedica a Baudo pagine importanti, cercando di spiegarne le ragioni tecnico-comunicative del successo, questo suo essere al tempo stesso, per dirla con la retorica, una tautologia (Baudo è Baudo), un simbolo (Baudo è tutti noi) e un’allegoria (Baudo è la sincerità).

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Pippo Baudo, si sa, era un presentatore, non un performer: né attore, né cantante, né ballerino, né altro; semmai qualcuno che li introduce, li mette a loro agio, li fa esibire, guardandosi bene dal partecipare alle loro prestazioni più o meno spettacolari; senza aggiungere né togliere nulla, da bravo padrone di casa che accoglie gli ospiti prendendosene amorevolmente cura fin che stanno sotto il suo tetto. Ma il presentatore, pensandoci bene, è una figura strana, uno che dà la sintassi della trasmissione senza farne parte attiva: disegna la sequenza degli ospiti, batte il ritmo generale, impone pause e accelerazioni, riaggiusta il tutto a seconda degli imprevisti e delle probabilità. La sua origine è il teatro di rivista, detto non a caso varietà proprio perché cumula e lascia consistere nel corso dello spettacolo numeri anche molto diversi, dalla canzone alla barzelletta, dal balletto più o meno osé al monologo teatrale. E, più indietro ancora, il presentatore sta al circo, con la medesima funzione di lasciar scivolare dinnanzi agli spettatori cose diverse, di fatto uniformandone il valore. In questo senso, il cosiddetto programma contenitore, da Baudo sostanzialmente canonizzato (si pensi a Domenica in) non è altro che la prosecuzione del circo d’antan e della rivista di varietà.

Il presentatore è dunque un tecnico, uno competente nei codici dello spettacolo, che sa far funzionare senza esibirsi di persona. Un intrattenitore discreto, un traduttore instancabile, un mediocre nel senso letterale del termine: uno che sta nel mezzo, e che media. In questo Baudo era un maestro, forse il maestro. E lo era per una ragione molto semplice: riusciva a non essere mai, come si dice, un tipo, un carattere preciso, restando sempre e in ogni caso se stesso. Per Calabrese è chiaro: “Baudo non è il finto tonto alla Mike, non è il pacioccone alla Corrado, non è l’istrione alla Villaggio, non è il mattatore alla Gassman, non è il mellifluo alla Costanzo, non è l’intellettuale alla Biagi, non è il sarcastico alla Vianello, non è il nostalgico di sinistra alla Minà, non è il pagliaccio alla Lionello. Non è neppure un sentimental-confidenziale alla Tortora. Baudo, anzi, non è nulla”.

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Ecco emergere, col Pippo nazional-popolare, un curioso espediente teorico che potremmo chiamare mediologia negativa. Come Dio, per certi teologi, si può definire soltanto sulla base di ciò che non è, analogamente, si parva licet, accade a Baudo nel mondo dello spettacolo. Baudo è uno qualunque, e cioè: non è particolarmente bello, non si veste stranamente, non ha un accento definibile, non è irresistibile nelle battute, non è calamitante come presenza verbale; e, soprattutto, non manifesta alcuna particolare emozione, positiva o negativa che sia. Sembra insomma non avere caratteristiche proprie, né tantomeno assume le funzioni operative necessarie ed esplicite allo svolgimento della trasmissione. Non è un esecutore, come musicisti o cantanti; non è un interprete, come gli attori; non è un corpo in azione, come i ballerini; non è un direttore dei lavori, come registi e direttori d’orchestra; non è un tecnico, come cameramen, fonici e siparisti. Ed è proprio questa specie di personalità bianca, di carattere vuoto a decretarne lo strepitoso successo.

Strano, uno che ha successo senza far nulla. Ma è così solo in apparenza. In effetti Baudo non sta un attimo fermo, fa tutto lui facendo finta di non far nulla, tiene tutti sotto controllo, assumendo, come ha spesso sostenuto, la funzione basilare del secondo regista. Non si limita a presentare gli ospiti, e li invita a esibirsi non senza aver prima chiacchierato un po’ del più e del meno, come nel tinello di casa. Allo stesso tempo, diversamente da molti colleghi che amano stupire, Pippo si pone al livello – cognitivo e passionale – del suo pubblico, facendo la parte di chi ne sa e ne prova tanto e quanto lo spettatore: espressioni come “come voi certamente sapete”, “come al solito adesso tocca a”, “com’è d’abitudine a Domenica in” sono frequentissime. In tal modo, più che proferire un discorso, Pippo sembra ricordare vagamente qualcosa di impreciso, sa che c’è qualcosa da sapere ma non sa bene cosa e come. Esattamente come il suo pubblico – che surrettiziamente contribuisce e formare. Inoltre, credo sia stato lui a inventare (o comunque a istituzionalizzare) il gesto di chiamare la telecamera che proprio in quel momento è bene riprenda ciò che sta succedendo in trasmissione. Dà del tu agli spettatori in studio. Interpella spesso, guardando in macchina, lo spettatore a casa. Informa su quel che accadrà, gestendo allo stesso tempo le interruzioni pubblicitarie, i dialoghi con altre trasmissioni (come il calcio, il tg o il meteo), e divenendo perciò, di fatto, il garante non solo della lunghissima trasmissione ma del palinsesto nella sua interezza. E dunque della Rete per la quale lavora. A lungo, Baudo è stato il logo di RaiUno. Generalista fino all’osso.

In questa dialettica fra il tenersi in disparte e il dominare la scena, fra presentare gli altri e reggere in toto il programma, fra stare dietro le quinte e insieme alla ribalta sta la sua inconfondibile professionalità. Baudo non ha maschere, e lo sa. Costruendo con questo la sua fortuna mediatica, il suo essere, semplificando, il correlativo oggettivo della televisione nella sua essenza. Riapriamo Calabrese: “probabilmente, è proprio questa scissione che fa di Baudo il personaggio che è: da un lato una figura con cui è facile identificarsi proprio perché non assume atteggiamenti troppo personalizzati, è una persona normale, che pone domande e fornisce risposte su qualsiasi argomento come pensa che farebbe un qualsiasi curioso e non uno specialista o un intellettuale; dall’altro invece un attento controllore del prodotto che costruisce, e nelle cui trasmissioni solo il minimo indispensabile è lasciato al caso, e tutto il resto è frutto di una regia sottilissima”.

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Baudo, del resto, è perfettamente consapevole di questo suo gioco interminabile fra primo piano e sfondo, e sa che da esso dipende il suo successo. Ha rilasciato decine di dichiarazioni e di interviste in questo senso. Una volta, a chi gli rimproverava di star troppo sul video, ha risposto con estrema lucidità (e fatidica allusione): “Io in questo momento sto esagerando con la presenza, almeno rispetto agli standard. Ma il pubblico sopporta l’eccesso proprio perché non mi vede come un personaggio o protagonista, ma più come un puparo, uno che tende a non farsi vedere, ma tiene in scena le marionette e le fa muovere”. Un puparo: mica male come metafora. Con tutte le ambivalenze del caso. E a chi gli rimproverava di non fare trasmissioni intelligenti, rispondeva con grande chiarezza: “io non penso che esista uno spettacolo che abbia per definizione l’etichetta di intelligenza. Piuttosto, esistono dei generi di spettacolo, dotati di loro regole, e l’intelligenza sta solo nel far crescere gli indici di ascolto di quel genere con le opportune innovazioni”. Ancora: “un conduttore non deve forzare la mano al genere di cui si sta occupando; l’intelligenza di uno spettacolo è la sua migliore riuscita rispetto alle potenzialità offerte da un genere”.

Così, da una parte, Baudo ribadisce l’esistenza indiscussa di format televisivi canonici (intrattenimento, informazione ed educazione erano i tre grandi generi, mai rispettati, dell’emittente pubblico alle sue origini) e rivendica una lucida competenza nel rispettarle. Niente ibridazioni tipo docu-fiction o infotainment. Dall’altra parte però, colpo di genio, riversa tutti i generi televisivi, e non solo, dentro il programma contenitore che riempie interi pomeriggi domenicali, inventando una sorta di macro- o di meta-genere che spopola nella sua perversa semplicità. Una canzone, poi un’intervista, un balletto, un po’ di sport, la presentazione di un libro, il meteo, le ultime notizie, lo stacchetto pubblicitario… e lui, sempre là, a gestire il traffico, a predisporre l’ordine generale del tutto, a normalizzare le differenze appiattendole nel grande sbadiglio post prandium. Come, ripetiamo, nel salotto di casa. Grande cornice dove tutto si crea e tutto si distrugge.

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In copertina, Pippo Baudo durante la finale di Fantastico 7, 6 gennaio 1987. Foto attribuita a Franco Ferrajuolo, via Wikimedia Commons, licenza CC BY-SA 4.0.

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Paolo Landi | Il miracolo di Baudo

Pubblicato col titolo “L’arte di comunicare”, in “Riecco a voi. Un anno senza Pippo Baudo”, supplemento a “Repubblica - Palermo”, 8 agosto 2026. Si ringrazia Emanuele Lauria per la gentile concessione.

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