H.G. Wells, realista del fantastico
Il 13 agosto 1946, a circa un anno dalla fine della seconda guerra mondiale, in una Londra ancora martoriata dai massicci bombardamenti tedeschi, Herbert George Wells moriva nel suo appartamento nello Hannover Terrace, fiancheggiante il Regent’s Park. L’anziano scrittore era voluto rimanere a Londra durante l’intero corso della guerra, malgrado la maggior parte degli intellettuali inglesi avessero preferito rifugiarsi nelle campagne. Dopo tutto, Londra, nella cui sterminata periferia egli era nato quasi ottant’anni prima in una famiglia lower-middle-class, era sempre stata il centro della sua vita. Nella metropoli, diventata da poco la capitale dell’Impero più vasto del mondo, e in cui si erano affermate in modo radicale, le teorie evoluzionistiche di Charles Darwin, Wells si era formato presso l’Imperial College, una istituzione universitaria dove insegnava biologia T.H. Huxley, uno dei discepoli più agguerriti di Darwin, e si era dedicato subito all’insegnamento e alla divulgazione scientifica, affermandosi anche come giornalista e recensore letterario di ampie vedute. Il ‘salto di qualità’ sarebbe avvenuto per lui verso la metà degli anni ’90, quando Londra era, assieme a Parigi, la capitale della cultura europea, soprattutto per quanto riguardava l’attività teatrale e il romanzo. A livello teatrale, l’impatto decisivo di due autori di origine irlandese, Oscar Wilde e G.B. Shaw, si accompagnava alla scoperta di Ibsen e al recupero di Shakespeare non più solo sommo poeta (come lo avevano celebrato i Romantici), ma drammaturgo da mettere in scena, grazie all’impegno della Royal Shakespeare Company e dei grandi attori dell’epoca, tra cui il nostro Tommaso Salvini. Nello stesso periodo si raccoglievano a Londra, o nei dintorni, molti romanzieri che godevano dell’accoglienza favorevole di un’editoria fiorente o delle numerose riviste letterarie della capitale. Non a caso a Londra si trovavano gli americani Henry James e Stephen Crane, il neo-cittadino britannico di origine polacca Joseph Conrad, l’anglo-indiano Rudyard Kipling, lo scozzese J.M. Barrie, l’irlandese George Moore. Quest’ultimo era il più vicino alla poetica del naturalismo di Zola, malvisto dalle autorità inglesi, che alla fine degli anni ’80 avevano arrestato l’editore Henry Vizetelly, colpevole di aver pubblicato in inglese nel 1888 La terre di Zola. Sebbene il sistema politico inglese fosse tollerante rispetto ad altri regimi dell’epoca, ogni tanto agli intellettuali più anti-conformisti non mancava di arrivare qualche segno di avvertimento. Così nel 1895 – un anno cruciale, come vedremo, anche per Wells – Oscar Wilde era stato condannato per sodomia a due anni di carcere, senza alcuno sconto di pena. Non è un caso se nel scientific romance più famoso di Wells, La guerra dei mondi (1898), quando Londra viene evacuata, piombando nel caos e nell’anarchia, per l’imminente arrivo dei Marziani, sulle sorti della monarchia e dell’anziana Regina Vittoria non viene spesa una parola.
Non tutti amavano Londra. Nel 1889 lo scozzese Robert Louis Stevenson, dopo un prolungato soggiorno americano, si era rifugiato sulle Isole Samoa in Polinesia, dove sarebbe morto nel 1894. È pur vero che l’autore di L’isola del tesoro continuava a contare a Londra un fedele gruppo di seguaci del romance avventuroso, da lui contrapposto al novel, il romanzo basato sull’introspezione psicologica esaltato dalla narrativa del ‘maestro’ Henry James. Negli anni ’90 Arthur Machen, Algernon Blackwood, Bram Stoker avrebbero approfondito gli aspetti orrifici e gotici del romance.
Messi da parte i romanzi della piena tradizione vittoriana, spesso così diffusi da richiedere, per Dickens come per George Eliot, una pubblicazione in tre volumi (i cosiddetti triple decker), opere narrative più agili si rivolgevano a un pubblico più ampio, mentre fioriva il genere della short story, corteggiato dai periodici letterari. Nel 1891 nasce lo Strand, un mensile che inizia subito a ospitare i racconti polizieschi di Arthur Conan Doyle che hanno come protagonista il geniale e stravagante detective Sherlock Holmes. Anche riviste dotate di un nobile pedigree non disdegnano nuovi tipi di narrativa. Nel febbraio del 1900, in occasione dell’uscita del suo millesimo numero, il glorioso Blackwood’s Magazine comincia la pubblicazione in tre puntate di Cuore di tenebra di Joseph Conrad, un romanzo decisamente insolito per la sua complessa struttura narrativa.
Conrad, un ex-ufficiale della marina mercantile, aveva iniziato la sua carriera letteraria nel 1895 con La follia di Almayer. Nello stesso anno, H.G. Wells pubblica il primo dei suoi romanzi basati sull’immaginario scientifico, La macchina del tempo, a cui seguono, accanto a racconti e romanzi di impianto comico sulla nuova generazione middle-class, L’isola del dottor Moreau (1896). L’uomo invisibile (1897), La guerra dei mondi (1898), Quando il Dormiente si sveglia (1899; tradotto da noi anche con il titolo Londra 2100), I primi uomini sulla Luna (1901). Si tratta del serbatoio più ricco e più diversificato di temi, di paradigmi, di invenzioni narrative che calano una visione del presente e del futuro, carica di attese e di paure, nel corpo della cultura di massa, traghettando dentro di essa, assieme all’ampliamento delle conoscenze astronomiche, antropologiche, biologiche promosse dal pensiero darwiniano, anche una serie di fonti letterarie appartenenti alla tradizione: La tempesta di Shakespeare, I viaggi di Gulliver di Swift, Frankenstein di Mary Shelley. Nel Wells dei primi scientific romance, al senso della meraviglia provocato dall’irrompere nella vita quotidiana degli scenari avveniristici si sovrappongono i concreti riferimenti alla realtà contemporanea: il lontano futuro raggiunto dal Viaggiatore del Tempo nasce dalla divaricazione estrema, di natura genetica, tra il ceto operaio e gli antichi capitalisti e non è altro che il preludio dell’apocalisse cosmica che segna la fine (e forse anche l’inizio) della vita animata sulla Terra; gli animali vivisezionati dal dottor Moreau ricordano gli Yahoo swiftiani, ma anche gli abitanti di Londra; il folle uomo invisibile, perseguitato dalla folla impaurita, sogna di stabilire un Regno del Terrore, come fosse un terrorista anarchico. Non a caso Conrad, che ammirava le opere di Wells e lo appellava “realista del fantastico” ̶ una definizione che piacerebbe a ogni scrittore di fantascienza ̶ dedicherà al collega, “lo storico delle epoche a venire”, il romanzo L’Agente segreto (1907), ambientato in una Londra cupa e priva di valori etici, per le cui strade affollate si aggira “il professore”, un anarchico che porta su di sé una potente carica esplosiva pronta a detonare. Infine, in La guerra dei mondi fin dall’inizio viene istituita un’analogia esplicita tra la violenza annientatrice dell’invasione marziana, che disintegra qualsiasi tentativo di difesa dell’esercito britannico, e il genocidio praticato nella Tasmania ottocentesca ai danni delle popolazioni native da parte dei colonizzatori inglesi. Che i primi scientific romance abbiano una dimensione profetica per la loro forza visionaria, piuttosto che in una banale prospettiva futurologica, lo sostiene anche il maggior studioso dello scrittore, Patrick Parrinder, nel suo Shadows of the Future (1995). Nel 1900 Wells gode già una notevole notorietà, tanto è vero che l’autorevole casa editrice Tauchnitz di Lipsia pubblica il volume Tales of Space and Time (1900).
Ma HGW non si ferma qui: cresce l’ambizione di allargare i suoi orizzonti e i suoi obiettivi pedagogici con opere di vasto respiro, in cui prevalgono il taglio sociologico e una visione utopica sempre volutamente problematica: Anticipazioni (1901), Un’utopia moderna (1905), La liberazione del mondo (The World Set Free, 1914). Questo impegno culmina nel 1920 con la pubblicazione dell’Outline of History (in Italia ne esiste una versione più breve, Breve storia del mondo). Wells crede nel progresso tecnologico, cogliendo immediatamente l’importanza dello sviluppo del volo aereo, ma insiste continuamente che esso va imbrigliato e controllato da una civiltà che superi i nazionalismi (da qui la sua idea di un World State, che avrebbe dovuto essere attuato dalla Società delle Nazioni), che sia basata sull’eguaglianza tra uomini e donne, e che sia guidata da un’aristocrazia intellettuale illuminata e impegnata a promuovere un processo educativo su scala mondiale. Se non si verificano le condizioni per disciplinare il cammino dell’umanità, l’alternativa è costituita dal prevalere del fanatismo religioso e dall’uso bellico della tecnologia, che porterà alla fine del mondo.
All’inizio del ‘900 Wells si era avvicinato alla Società Fabiana, la roccaforte socialista riformista inglese, frequentata anche da G. B. Shaw. Anche se il suo individualismo aveva incontrato non poche resistenze, egli godeva di un certo seguito, anche tra alcune giovani donne (Rebecca West, Amber Reeves), alla cui emancipazione egli si sarebbe dedicato stabilendo con loro legami sentimentali abbastanza imbarazzanti, considerato, che dopo un primo divorzio, viveva d’amore e d’accordo con Catherine Robbins, detta Jane, una moglie molto comprensiva.
Capace di spaziare dalla preistoria alla politica contemporanea, dalle scienze naturali alla letteratura, Wells coltiva fin dall’inizio anche il progetto di diventare un grande romanziere, forse il successore di Charles Dickens, per la carica comica e l’impegno sociale. Nascono così le indagini narrative sulla “condizione dell’Inghilterra”, vista come un paese in tumultuosa evoluzione, del cui cambiamento avrebbero dovuto essere protagonisti gli esponenti di quella lower middle-class da cui HGW proveniva.
Sebbene alcuni dei suoi romanzi ‘realistici’ siano da rivalutare – tra di essi Kipps (1905), Tono-Bungay (1909), e alcuni esperimenti narrativi più brevi degli anni ’30 – l’uso di una forma aperta, a tratti volutamente disordinata e prolissa, mette inevitabilmente Wells in conflitto con gli autori più raffinati della sua epoca – Conrad, e soprattutto Henry James, con cui intrattiene rapporti di stima reciproca, ma che rimane profondamente offeso, quando in Boon (1915), uno dei suoi prodotti narrativi più caotici ed eterogenei, egli trasforma l’anziano Maestro in un pedante pomposo e ridicolo, il creatore di una prosa insulsa e incomprensibile.
È probabile che gli insulti a James, pur seguiti da una valanga di scuse, abbiano influito sull’ostracismo, praticato a lungo contro Wells a livello accademico. A ciò si aggiungono, nel nostro paese, le sue prese di posizione contro la Chiesa cattolica, che culminano nel pamphlet Crux Ansata (1943), in cui il papato viene accusato di ogni nefandezza dai tempi delle Crociate.
In Italia molte delle opere wellsiane sono state raccolte in origine dall’editore Ugo Mursia in una eccellente serie di grossi volumi, che si affiancavano a quelli dedicati a Melville e a Conrad. Recentemente, sia pure in modo sparso, l’editoria italiana ha rinnovato il suo interesse per Wells, come si può verificare in Tutti i racconti di H.G. Wells (Fanucci) e in Il giocatore di croquet a cura di Maria Teresa Chialant. Essendo stato coinvolto in entrambe le iniziative, non dirò una parola di più. Va comunque segnalata l’attenzione della casa editrice Elliot, che negli ultimi anni ci ha fatto conoscere varie opere di Wells.
Sostenitore della necessità che l’Inghilterra partecipasse alla I Guerra Mondiale, che, secondo uno slogan da lui creato, avrebbe dovuto por fine a tutte le guerre, dagli anni ’20 Wells comincia a nutrire forti dubbi sul futuro dell’umanità. Giornalista famoso, spesso presente sulla scena americana, uno dei pochi che riesce a intervistare Stalin, egli comincia a essere considerato una voce del passato. Da lui prendono le distanze sia Virginia Woolf, che apparteneva a un ceto sociale assai più alto, sia George Orwell, che gli rimprovera (lui, che era stato a Eton) una scarsa considerazione per la working class. Ma Wells rifiuta di essere emarginato, tanto da scoprire l’importanza del cinema come strumento di comunicazione di massa. Nel 1936 arriva sul grande schermo Things to Come (in Italia La vita futura o Nel 2000 guerra o pace?) di Cameron Menzies, tratto da un’opera di Wells, a cui si deve anche la sceneggiatura del film. In contrasto con la cupa visione di Metropolis di Fritz Lang (1927), la storia dell’umanità viene vista come un processo contraddittorio e drammatico, ma che si conclude con la partenza della prima navicella nello spazio interplanetario.
David C. Smith, l’autore di H.G. Wells Desperately Mortal (1986), ancora oggi la più completa biografia wellsiana, ci riferisce che negli ultimi mesi della sua vita HGW lavorava a una sceneggiatura cinematografica, “The Way the World is Going” (“In che direzione va il mondo”), concepita per un film che avrebbe dovuto essere il seguito di Things to Come. Pur convinto che non vi fosse redenzione per l’umanità, HGW non aveva rinunciato a mettere in guardia contro l’apocalisse, a cercare nel linguaggio una possibilità di salvezza.