Sulle orme della strega spaziale

6 Agosto 2026

Lindsey Drager è una giovane scrittrice e accademica americana. In un’intervista sul suo insolito saggio “To Possess Is to Extinguish” , conia il termine inedito di “un-fiction”: esso designa tutto ciò che non è “fiction”, ma che non appartiene neanche “fact”. In questo modo, Drager guadagna alla sua produzione più accademica la libertà di esercitare una pressione significativa sulle categorie rigide della critica e l’autonomia per imparentarla con le strategie della narrativa. In effetti, nel saggio di riferimento, Drager rimodella le regole della saggistica avvicinandole moltissimo alle strategie della narrativa e introducendo, per esempio, una gestione insolita delle categorie del tempo. Invece di essere lineari ed esplicative come si usa, esse si avvolgono e si dipanano con la fluidità tipica delle storie di invenzione. Il lettore, colto di sorpresa, si troverà in questo modo davanti a una sfida che richiede una sua agency: dovrà inoltrarsi nel labirinto orchestrato dall’autore e implicitamente “gotico”, perché imprevedibile e imprevedibilmente attraente.

È mia opinione che Drager attribuisca genialmente una forma e una denominazione al suo muoversi, come altre scrittrici, sulle tracce della “space crone” della SF ( che sta per science fiction o speculative fiction, a seconda di quel che si preferisce). Le Guin è la strega spaziale, e così si autodefinisce nel volume pubblicato postumo con questo titolo: Space crone (2023), appunto. La definizione compare già in un breve saggio, incluso in I sogni si spiegano da soli, un volume sapientemente curato da Veronica Raimo. Mi discosto un poco dalla traduzione italiana proposta in quella sede, che è “vecchietta spaziale”. Mi viene di pensare che a Le Guin si adatti meglio la conservazione della sfumatura di cattiveria presente nel termine inglese “crone”. La “space crone”, per me, è una anziana un po’ inquietante e con una riprovevole tendenza a fare cose proibite: tipo, appunto, aprire un blog a 81 anni. E da che mondo è mondo, una donna che fa cose proibite è, appunto, una strega. Da strega spaziale, Le Guin scrive il più delle volte seguendo l’innata capacità di identificare, in qualunque tipologia del testo, il metodo più idoneo a trascinare chi legge nel suo labirinto. Se i romanzi e le storie di visione sono legittimamente “fiction”, più difficile da incasellare è tutta la sua produzione per così dire “saggistica”: un termine chiaramente inadeguato a testi come “Perché gli americani hanno paura dei draghi” o “Il genere è necessario?” o persino l’ormai famosissimo “La teoria letteraria del sacchetto della spesa” (di cui già ho detto altrove). Sono tutte queste e molte altre avventure narrative, storie raccontate, garbugli cronologici e tematici che ben si addicono all’idea di “un-fiction” introdotta da Drager. E nel caso di Le Guin, questo è stato forse il suo ambito più prolifico, certamente quello più politico, e teneramente quello più intimo.

A volte accade che uno scrittore o una scrittrice raggiungano una tale fama da dover stare attenti a quello che lasciano in giro, perché per distrazione potrebbero ritrovarsi a stampa scritti rigorosamente privati. La tendenza prevalente dell’editoria, lo si sa, è riassumibile nel detto: “Cavallo che vince non si cambia”. Nel genere che chiamiamo SF, qualcosa di analogo è successo a Philip K. Dick e a Kurt Vonnegut Jr., ma a mia memoria è la prima volta che capita a una donna. Di U. K. Le Guin, almeno in Italia, si sta pian piano, e felicemente, recuperando ogni cosa. Con una ripartizione fin qui equa, la saggistica è uscita prevalentemente con SUR e la narrativa è affidata alla pregevole collana degli Oscar Mondadori, in una veste grafica riconoscibile e con le raffinate copertine di Rodrigo Corral. Ora, in Italia, le imprese editoriali leguiniane si stanno moltiplicando: mentre Crocetti si prepara a mandare in libreria Il mondo mi sognò, io sogno il mondo, NN pubblica Non c’è tempo da perdere, una selezione dal blog di Le Guin, attivo tra il 2010 e il 2017. Come spesso accade, il titolo inglese ha un impatto maggiore della traduzione italiana, curata e tradotta da Serena Daniele: in No time to spare, risuona l’espressione “spare time”, che significa “tempo libero”. Nel testo che inaugura il volume, Le Guin riflette sulla natura di questo concetto per una persona che non è in pensione perché non ha mai avuto un lavoro da cui andare in pensione e, a più di ottant’anni, ha ancora una quantità di cose da fare, tra le più eterogenee, dai sogni a occhi aperti al ricamo, dalle e-mail ai parenti alla scrittura in poesia in prosa, per poi arrivare fino agli esercizi di meditazione che si infilano negli interstizi di altre attività essenziali, tipo leggere e andare a fare la spesa. Insomma, conclude Le Guin, “Io sono libera, ma il mio tempo non lo è”.

j

Quando la vitalissima scrittrice comincia a scrivere il blog, nell’ottobre del 2010, ha ottant’anni, non sa se ne sarà capace, ma è ben intenzionata a seguire il modello di José Saramago. Interrompe l’impresa il 25 Settembre del 2017, e se ne andrà poco tempo dopo, nel 2018. Il blog è interamente accessibile sul suo sito, e parzialmente pubblicato da Houghton Mifflin Harcourt nel dicembre del 2017. La selezione dei testi e la loro organizzazione è opera di Le Guin stessa e risponde alla consueta capacità di muoversi in modo apparentemente erratico tra temi diversi, con l’incredibile risultato di integrare la teoria critica e una comunissima quotidianità. Le storie del gatto Pard si intrecciano con riflessioni sul processo di invecchiamento e sul mondo che lasceremo alle generazioni future. La struttura in parti, più che razionalizzare i contenuti, conferisce un ritmo poetico al dipanarsi dei contributi, e trascina chi legge in un’avventura analoga a quella che si vive affrontando un romanzo. Occorre fidarsi della congruenza complessiva e seguire le briciole di una storia che fatalmente rimarrà aperta.

Mi interessa questo tipo di riflessione saggistica per due motivi. Il primo: contributi di questo tipo rappresentano un genere poco o nulla frequentato in Italia. Qui esiste la critica accademica, strutturata secondo regole precise e di solito indifferente al piacere della lettura, oppure il commento improvvisato, spesso giornalistico, più leggibile, ma non sempre documentato (non è il caso dei fan, che spesso conoscono anche i dettagli dei loro idoli). Il secondo motivo di interesse è per me centrale. Nei generi popolari, soprattutto quelli caratterizzati da una tradizione in prevalenza maschile (il giallo e la fantascienza, in tutte le loro molteplici declinazioni), le scritture marginali, invisibili e poco seguite – come i blog, le interviste di testate poco note, i commenti a margine di una conferenza e via dicendo – sono spazi più facili da colonizzare per le donne. A mio parere, sono i luoghi nei quali più spesso si trovano intuizioni folgoranti. Abituate a muoversi lungo i margini, le scrittrici frequentano queste periferie, prendono posizioni risolute e le esprimono in una forma spesso assimilabile a quella che Drager definisce “un-fiction”: attraverso narrazioni che, come il suo saggio sul gotico, sono (deliberatamente) difficili da catalogare.

Mi si dirà, e con ragione, che è prodigo di questi interventi anche Kurt Vonnegut Jr, e certamente non è una scrittrice. È vero, ed è stato amatissimo anche per questa sua generosità espositiva. Tuttavia, la sua cifra è diversa, più ironica e divertita, meno colorata di impegno civile. I brevi interventi raccolti in Italia in Divina idiozia (1974) sono piccole perle, ma Vonnegut vi prende posizione esercitando soprattutto una potente ispirazione comica. Per intenderci, quando esprime un parere sullo stato del paese, l’autore di Mattatoio 5 scrive: “Solo un pazzo vorrebbe diventare presidente”. Anni dopo, Le Guin, nel suo blog, prova a immaginare una serie di titoli di giornali su Donald Trump sforzandosi di renderli davvero incredibili, tipo:

Trump Apologizes For Everything He Ever Said. 
Trump Declares Himself Next Dalai Lama. 
Trump Relieves Himself on Fox TV Newscaster on Fox TV. 
Trump Dumps Wife, Woos Mrs. Cruz.

Ne conclude che quando si entra nella “Trump Zone”, non esiste la sospensione dell’incredulità. Che è quello che sta succedendo ora. Il riferimento è al primo mandato trumpiano: nel 2026, ne stiamo sperimentando uno nuovo di zecca e questa visione agghiacciante si è avverata. Perciò le frasi ben circostanziate della scrittrice fotografano alla perfezione una situazione che era, in tutta evidenza, prevedibile. In altri termini, Le Guin non ha paura di essere precisa, anche quando a farlo si corrono alcuni rischi.

Certo che poi questo post non viene selezionato per la raccolta a stampa. In Non c’è tempo da perdere, compaiono però considerazioni ugualmente scomode. Lo sono per esempio le riflessioni sul deterioramento ambientale e sul totale disinteresse degli organi di governo per la devastazione cui andiamo incontro. In “Mentire a tutto spiano”, ad esempio, Le Guin connette con molta chiarezza il disagio sociale e la noncuranza per lo spazio che abitiamo. “Sembra che abbiamo rinunciato a una visione a lungo termine – scrive Le Guin. – Che abbiamo deciso di non pensare alle conseguenze, alla causa e all’effetto. (…) Un tempo vivevo in un paese che aveva un futuro”.

Un argomento di questo tipo torna a emergere con grande evidenza in scrittrici di oggi, che peraltro scelgono di raccontare la crisi attraverso la loro fiction, ma sono anche capaci di trasformare questa battaglia nei fatti di un attivismo concreto, di parole e di azioni. Deborah Tomkins, ad esempio, è molto generosa ed esplicita su questo argomento. In un’intervista pubblicata di recente su ClimateCulture, la scrittrice si espone senza troppi giri di parole. “Scrivo romanzi – dice – e ho cominciato a scrivere climate fiction nello sforzo di capire a che cosa stiamo andando incontro”. Tomkins ha ben chiaro che se ne sia cominciato a parlare 20 anni fa, ma senza frutto: ora non c’è più tempo per le parole. La scrittrice non si limita alle parole, e nel 2017 fonda l’associazione Bristol Climate Writers. Tuttavia anche in quella che intende come una battaglia concreta, continua a rivendicare il potere delle storie che “sono potenti, e i nostri atteggiamenti sono modellati dalle storie che scegliamo di raccontare o di tacere”. Non è un caso che il romanzo più noto di Tomkins segua anch’esso le orme di Le Guin, rammodernandone il contesto. Aerth, pubblicato nel 2024, racconta una storia simile a The Dispossessed (1974), conosciuto in Italia come I reietti dell’altro pianeta (ma anche in questo caso il titolo italiano non riproduce l’intensità di quello inglese, che significa più precisamente “gli espropriati”). Il protagonista Magnus, originario di un pianeta morente i cui abitanti, ormai sterili, hanno dovuto adottare un sistema di vita basato sulla soddisfazione dei bisogni essenziali, adempie il sogno di partecipare al programma spaziale e arriva su Urth, un pianeta gemello, definito da un sistema di vita consumistico e nel quale Magnus non riesce a riconoscersi. Le analogie fanno quasi pensare a un omaggio, ma Tomkins si allontana presto dal tracciato leguiniano per costruire una storia differente, più esplicitamente ambientalista e meno speranzosa sulle capacità degli esseri umani di autogovernarsi.

k

Dal punto di vista teorico, più possibilista appare Elvia Wilk, autrice del romanzo Oval (2019), ma soprattutto urbanista e una delle teoriche più attive del Solarpunk. Nel suo Narrazioni dell’estinzione (2022), la scrittrice campiona testi di un-fiction raccontando della crisi ambientale e di come affrontarla con un ampissimo uso di riferimenti letterari – da Margaret Atwood ad Amitav Gosh, da Anne Richter a Kathe Koja – per mostrare il potere delle storie nell’ipotizzare una migliore gestione del paesaggio in cui ci muoviamo. Le piante vi compaiono come compagne di viaggio e i pianeti come una possibilità per il futuro. Ma tutte queste, nella narrazione di Wilk, sono progetti da mettere in campo, non profezie che si realizzeranno indipendentemente da noi. Ed è un “noi” molto intenso, in Wilk, nel senso che il cardine del ragionamento è che si può sperare di salvarsi solo insieme.

“Insieme” sembra essere anche la parola magica di Nnedi Okorafor, che introduce una variabile in più nella relazione giustizia ambientale/giustizia sociale, raccontando di una Nigeria in cui i guasti del colonialismo e del neocolonialismo sono ben presenti nel territorio. Di nuovo, però, quel che mi interessa è il modo in cui la scrittrice rivendica una identità terribilmente fraintesa. “Africanfuturism Defined”. il manifesto africanfuturista è pubblicato inizialmente sul suo blog e poi ristampato nel 2020 da Wole Talabi nell’antologia da lui curata, African Futurism. An Anthology. Esso nasce da un episodio specifico: l’indignazione di Okorafor quando Neil Bloomkamp, nel suo film District 9, dipinge i nigeriani come mercanti d’armi, spacciatori di droga e papponi. La consapevolezza che Blomkaamp, da occidentale, si sta appiattendo su uno stereotipo reclama una serie di precisazioni, che prendono forma in una rivendicazione identitaria da declinare anche nella SF. Diventa importante – per Okorafor come per il pubblico che legge – ricordarsi che nigeriano non significa criminale e anche che “africano” e “afroamericano” non sono sinonimi. Piuttosto sono definizioni separate da una serie di contingenze storiche e soprattutto da una black diaspora che si è conclusa in un altro continente con le contaminazioni che ne sono conseguite, mentre nel frattempo l’Africa – e la Nigeria nello specifico – continuava a subire un sistematico esproprio simbolico, culturale, economico e politico in situ. Entrambe le condizioni sono tragiche, ma la questione è che sono diverse: non sono la stessa storia.

Così ha ragione Drager quando sostiene che le storie sono storie, fiction o un-fiction. E sono preziose sempre. Sono le storie che lei stessa racconta nel suo romanzo più poetico e struggente, L’archivio dei finali alternativi (2019) dove tra le altre cose c’è una strega “con un’anima oscura perché accoglieva degli uomini sbagliati”. Ma la strega, come Le Guin, non lo è nel senso tradizionale del termine: soltanto, fa cose diverse da tutti gli altri, e accoglie in casa giovani morenti che le loro famiglie non vogliono più. Questa strega, esattamente come le scrittrici che ho campionato fin qui e seguendo le tracce di U. K. Le Guin, racconta storie che “sono sopravvissute per secoli e venivano raccontate con un unico scopo, che era di dire questo: ‘Essere umani è difficile. Eccone le prove’”.

Leggi anche:
I precedenti articoli di Nicoletta Vallorani

Da quest’anno tutte le donazioni a favore di doppiozero sono deducibili o detraibili. SOSTIENI DOPPIOZERO (e clicca qui per saperne di più).
TAGGED: Ursula Le Guin