Il giornalismo nel frullatore del web

23 Luglio 2026

Rappresentiamo il mondo per capirlo, e quella rappresentazione non è la realtà, ma lo strumento principale per condividerne il senso. Ho letto insieme, di recente, due libri diversi ma affini: libri parenti nel loro essere entrambi legati al mondo del giornalismo, che della rappresentazione fa il suo mestiere. Il fatto di non essere giornalista io stessa mi mette nella condizione ideale di guardare dall’esterno un lavoro che sta cambiando pelle e natura. Se i giornali hanno perso terreno, lo si deve almeno in parte all’incremento di velocità della comunicazione, prima attraverso la televisione (i canali all-news), poi via cavo (social e piattaforme di vario genere). Specularmente all’imporsi di una sorta di “escape velocity” alimentata da una apparente democratizzazione dei sistemi di informazione (Mark Dery, 1996), si sono sviluppati due fenomeni, uno involontario e l’altro deliberato. C’è stata una decrescita dell’attendibilità della notizia, nel senso che è diventato sempre più difficile discriminare il falso dal vero, ma si è capito anche con estrema chiarezza che Stories are Weapons (2024), come recita il titolo di uno straordinario studio di Annelee Newitz. E il modo in cui si racconta una storia attraverso il linguaggio è un dato centrale nella manipolazione dell’universo culturale di un popolo. Il linguaggio, lo si sa, non è neutrale: è più esatto definirlo, come suggeriva Stuart Hall, una pratica di significazione.

La manomissione delle parole di cui già tempo fa aveva detto, in campi diversi, Gianrico Carofiglio (2010) è nel giornalismo, un problema reale. Ne scrive in modo poetico e documentato Venanzio Postiglione nel suo Le dieci parole tradite. Come abbiamo smarrito le radici della nostra civiltà. Pubblicato da Solferino nell’aprile 2026, il volume risulta da un’esperienza giornalistica ventennale al Corriere della sera e da una consapevolezza piena, nutrita di riferimenti letterari e culturali di insolita ampiezza, del senso e del valore delle parole. Appena un mese prima, esce per Einaudi un volume curato da Paolo Giordano. Non è un giornalista, e tuttavia è stato protagonista di esperienze affini al giornalismo, dalle riflessioni sul COVID (Nel contagio, 2020) ai viaggi in zone di guerra e nelle missioni di salvataggio nel Mediterraneo. In ogni caso, la voce primaria del libro non è la sua, ma quella di 6 giornalisti di guerra. Il volume si intitola Da vicino. Raccontare la guerra oggi, e risponde alla esplicita volontà del curatore di ascoltare la voce di “una nuova generazione di professionisti” per capire come, di nuovo, il giornalismo stia cambiando, e, se è buono, stia tornando a essere indispensabile. 


Per me, l’affiancamento tra i due volumi è stato accidentale, e come spesso accade nelle circostanze fortuite, si è risolto in una comprensione illuminante di che cosa significhi oggi provare a raccontare i fatti, e fatti complessi, con una lingua che ha cominciato da tempo a tradirci. Su questo, l’incipit del libro di Postiglione è folgorante e spiazzante. Non parte dalle parole, ma da alcune immagini, tutte divenute icone: il bambino nel ghetto ebraico di Varsavia nel 1943, la bambina in fuga col corpo bruciato dal napalm nel 1972, il ragazzo in piedi davanti a un carrarmato che avanza in piazza Tiananmen nel 1989. Tutte e tre le immagini, scrive Postiglione, sono “Testimonianze, pezzi di storia”. La bambina in fuga, peraltro, è citata anche da Annalisa Camilli, nel volume di Giordano. Margherita Stancati, invece, istituisce un confronto rievocando una foto ugualmente iconica ma scattata con un cellulare: quella dei due ragazzi appesi al carrello di un aereo in decollo il giorno in cui gli Stati Uniti abbandonarono l’Afghanistan, il 13 agosto del 2021. Rispetto ai documenti fotografici che cita, Postiglione chiede e si chiede come mai siano diventati simbolici. “La loro eccezionalità è che sono ‘vere’”, scrive, e lo sono in un modo in cui non potrebbero esserlo oggi, o per quel che vale nel 2021. Ora, tutto è manipolabile, e ogni immagine è preselezionata sulla base di criteri che non sempre rispondono alla corretta informazione. Bene lo spiega Cecilia Sala, nel volume di Giordano, quando cita le foto dei delitti inauditi consumati nel Darfur. Nessuno le ha viste, perché quella è una guerra dimenticata e perché le foto “sono sgranate e poco valide dal punto di vista estetico, e perché spesso sono troppo dure per finire nei servizi del telegiornale o per essere messe in pagina sui giornali”. 

In questo complicato contesto, ci portiamo ancora addosso il senso del saggio di Susan Sontag che Giordano sceglie come base del suo ragionamento con i giovani reporter di guerra che interroga, In Davanti al dolore degli altri (2003), la filosofa ragiona sull’impatto delle immagini nel racconto dei conflitti e sulle reazioni che esse producono. Non è la prima a farlo: anche Virginia Woolf si era misurata con la tragicità della distruzione bellica rappresentata attraverso le fotografie. In Le tre Ghinee (1938), la scrittrice aveva rivendicato l’attendibilità assoluta dei documenti fotografici, definendoli “semplici dichiarazioni di fatto dirette alla vista”, dunque incontrovertibili e destinate a produrre la medesima reazione emotiva di “orrore e disgusto”. All’epoca della guerra di Spagna, quel che dichiarava Woolf era certamente attendibile, e il mestiere di giornalista era senza dubbio più semplice. C’erano i fatti, e le parole e le immagini servivano a rappresentare i fatti. Ora siamo passati attraverso la fase del giornalismo diffuso per entrare nel gigantesco luna park dell’invenzione, che ha contaminato a sorpresa anche il mondo visuale. Perciò davvero ha ragione Postiglione: in questo amletico “tempo fuori sesto” rassegnarsi a una “nuova normalità” – come la definisce Giordano – non è la soluzione. Forse davvero occorre tornare alle parole. Ed è quello che fa, con abilità e commossa sottigliezza Venanzio Postiglione.

La campionatura delle 10 parole tradite, selezionate con cura e concatenate con abilità, risponde al desiderio trasparente di recuperare i cardini della nostra cultura. Il ragionamento intorno a ciascuna parola sviluppa – accanto alla riflessione sulle radici etimologiche di ciascun termine – anche una ricchezza di riferimenti alle civiltà fiorite intorno a quel Mediterraneo che lo storico Fernand Braudel definisce una collezione di baie, golfi, penisole e isole caratterizzate da un continuo movimento di genti diverse. Però poi non c’è solo questo. Per raccontare la densità delle parole, Postiglione costruisce traiettorie attraverso il tempo e i generi letterari. Per esempio, per parlare di Democrazia, il giornalista e scrittore parte dall’etimologia greca del termine “popolo”, che si declina originariamente in quattro possibili varianti: laos (la gente in modo generico), ethnos (il popolo con i suoi usi e le sue tradizioni), oikos (la massa informe), demos (il popolo che si autoregola con diritti e doveri). Dunque, la democrazia si chiama così perché si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza. Navigando tra il discorso di Pericle per i morti nella prima Guerra del Peloponneso e la neolingua di Orwell, tra Polibio, Cicerone e Donald Trump, la nozione di popolo cambia e con essa il concetto stesso di democrazia.

Insomma, conviene stare attenti alle parole che si usano. Già lo rilevava, in un contesto politico-culturale ugualmente complesso, il fondatore degli Studi Culturali Britannici, Raymond Williams, nelle sue Keywords (1976), incoraggiando lettrici e lettori a prendere consapevolezza di come sia cambiato il significato di alcuni termini chiave della cultura occidentale attraverso il tempo. Dove Williams costruisce una sorta di dizionario della cultura europea negli anni ’70 del Novecento, Postiglione distilla il senso di un percorso che dovrebbe idealmente servire a recuperare le radici e il senso della cultura che portiamo nel nostro corpo, facendo lavorare insieme l’esperienza giornalistica e la sedimentazione di letture eclettiche variamente assortite. Così dalla Democrazia com’era e come pretende di essere ora, nella contraddizione palese di una serie di democrazie illiberali, si passa alla Felicità come bene pubblico e come “divino dentro di noi”: essa è il completamento necessario della nozione di stato democratico e comprende l’arte e la buona vita, la legge e la bellezza. Fraternità è termine complesso, la cui difficoltà si articola tra il delitto di Caino e la pietas di Antigone, per poi sciogliersi nella terza enciclica di Papa Francesco, Fratelli tutti. Seguono, quasi costruendosi una sull’altra, Libertà, Misura e Pace. La mia preferita è Misura, perché diventa rispetto, che è la chiave – sempre – di ogni forma di coesistenza civile. Essa si lega a Parità (nel senso del rispetto dell’altro), Pianeta (nel senso del rispetto del luogo che abitiamo) e Talento (nel senso del rispetto e della valorizzazione di quello di cui siamo portatori). Restano fuori da questo mio catalogo la sesta e la decima parola di Postiglione: Pace e Verità. E tutte e due mi riportano al libro di Giordano.

La prima evoca il suo correlativo, ovvero la guerra che i sei giornalisti intervistati da Giordano cercano di raccontare, studiando modi per arginare quella “geopolitica da divano” che sta invadendo il resoconto bellico. L’abbondanza di documenti realizzati da persone comuni, del tutto ignare delle basi tecniche, scientifiche ed etiche del giornalismo, determina una facilità di giudizio che è all’origine di molti terribili malintesi. Nello Scavo scrive: “Torno spesso su Robert Capa. Rivedo le sue immagini e rileggo i suoi appunti: ‘Se le tue foto non sono abbastanza buone, non eri abbastanza vicino’ La vicinanza è fisica, certo. Ma è anche morale. È la scelta di non spettacolarizzare il dolore”. Tornare a Robert Capa significa ricapitolare un giornalismo originario, diretto, sganciato dalla fatale manipolazione dei fatti che si verifica quando una testimonianza di qualunque tipo entra nel frullatore del web o nel sistema del giornalismo venduto alla politica. Daniele Ranieri, riferendosi alla Russia di Putin, ne definisce la strategia come una vittoria dell’atto sulle parole: “L’azione paga e nell’immobilità di altri paga ancora di più. La politica del fatto compiuto è potente e non c’è punizione”. E l’azione interviene a spezzare relazioni e alleanze possibili, frantumando il senso stesso di un progetto di pace, che etimologicamente – scrive invece Postiglione – rimanda al concetto di “fissare, legare, pattuire, unire. Anche conficcare”. Su questo si basa anche la risemantizzazione del termine, che è arrivato a significare l’imposizione manu militari di un nuovo potere, un potere che si definisce “democratico” ma risulta in realtà da una operazione imperialista. “Le spese di difesa sono il prezzo della libertà”, dichiara orgogliosamente la Presidente Meloni nel suo intervento recente davanti alla Confindustria. Suona davvero come lo slogan delle mobilitazioni negli Stati Uniti ai tempi della guerra in Vietnam: “Bombing for Peace is like fucking for virginity”.

Dunque, in questo garbuglio dove sta la verità? E verità e realtà coincidono? Non c’è risposta, a me pare. Postiglione cita Ponzio Pilato e il suo “Quid est veritas?”, e subito dopo ripete la molto discussa vicenda in cui la consigliera di Trump al suo primo mandato presidenziale, quasi garbato rispetto all’oggi, invocò i “fatti alternativi” nell’interpretazione di una foto con contenuti imbarazzanti. Una scrittrice di fantascienza, Ursula K. Le Guin, gli rispose di lasciare in pace gli scrittori, che possono narrare fatti alternativi perché fanno fiction, e non hanno mai preteso di raccontare la verità: in politica invece i fatti alternativi sono, più semplicemente, bugie.

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