La guerra nelle città

6 Marzo 2026

Colonne di fumo salgono lente verso il cielo. Suoni indistinti di rotture, crepitii, urla, sirene si mescolano all’odore acre che si sparge nell’aria. La guerra non è solo l’immagine che invade i giornali e i social, ma è un tutto, assoluto, che t’invade al punto da paralizzarti e farti sentire fragile, solo, in un mondo sempre più dominato da un uso della forza assoluto e spropositato.

Questa immagine oggi è Teheran, Dubai, Tel Aviv, Beirut ma anche Gaza, Kiev, Kabul, Caracas in un loop che sta montando in maniera preoccupante, riempiendo quotidianamente i nostri occhi di immagini di una guerra su scala globale, frammentaria, ma sempre più presente al punto da renderla accettabile nella sua terrificante ordinarietà. In questi ultimi anni i mezzi d’informazione ci stanno progressivamente formando all’accettabilità di qualcosa che prima sembrava impossibile, rendendo parole come guerra, armamenti, riarmo e atomica come termini semplici da pronunciare e parte della nostra vita quotidiana.

Eppure non c’è nulla di normale in tutto questo, soprattutto per gli occhi e le menti di chi, in Occidente, pensava di abitare una bolla di pace e diritti apparentemente inviolabile.

Peccato che fuori da questa bolla artificiale le guerre continuassero, benedette dal libero mercato, con la loro scia di morti, violenza, distruzione che non hanno mai smesso di placarsi.

La mia generazione scoprì la guerra alle porte con il conflitto in Jugoslavia: la strage infame di Srebrenica, gli scontri nelle città croate, slovene e kossovare, il bombardamento alleato di Belgrado e soprattutto l’assedio lunghissimo di Sarajevo che mi fece incontrare il neologismo “urbicidio”. Proprio nel 1994 curai una mostra intitolata “Wararchitecture. Urbicide Sarajevo”, presso lo Spazio Opos a Milano, che riportava in maniera sistematica e terrificante la pulizia etnica e culturale svolta dall’esercito serbo contro tutte quelle architetture che rappresentavano le culture altre che andavano cancellate al pari dei loro abitanti.

Al di là del mero dato autobiografico, emerse un termine così chiaro per esprimere una pratica bellica che stava evolvendosi, spostandosi sempre di più dalle persone alle loro case e monumenti, con un disegno consapevole e chirurgico che è mutato negli ultimi decenni.

La pratica della “damnatio memoriae” accompagna da sempre la memoria dell’uomo da Gerico, Troia, passando per Cartagine, Dresda, Hiroshima fino al Nagorno Karabakh, Gaza o Vovchansk in Ucraina, ma quello che Francesco Chiodelli ci racconta nel suo recente libro intitolato Città in guerra. Appunti di geopolitica urbana (Bollati-Boringhieri, 2026) è un salto di scala, fisica e concettuale che si concentra sul ruolo delle metropoli, su cui vale la pena riflettere.

Chiodelli, geografo urbano attivo presso l’Università di Torino, da sempre riflette sulla relazione tra politica, conflitto e territori attraverso una lettura necessariamente geo-politica, ponendo le città di carne e pietra al centro delle sue ricerche. In un mondo che si è fatto quasi completamente metropolitano è inevitabile guardare ai paesaggi urbani come allo scenario bellico più naturale e al luogo diffuso in cui l’immaginario bellico si sta progressivamente diffondendo nella realtà di tutti i giorni.

Il suo lavoro s’inserisce in un filone che sta crescendo per qualità e profondità delle ricerche a incrociare studi urbani, antropologia, geografia e politica che vede una serie di studiosi di nuova generazione e sguardo trasversale interrogare il nostro tempo e i suoi paesaggi, fisici e umani, in profonda metamorfosi.

Lo ha dimostrato, ad esempio, il lavoro prima sui Territori Occupati e recentemente sulle aree di guerra in Ucraina portato avanti negli ultimi due decenni da Elial Wiezman con il collettivo Decolonizing Architecture, che hanno anticipato pratiche militari poi applicate a Gaza.

Sotto questo punto di vista il lavoro recente del ricercatore torinese porta a confrontarsi con una dimensione più sottile, pervasiva e per questo rischiosa che si sposta dai tradizionali scenari di guerra all’immagine e agli spazi delle metropoli.

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Se la prima parte del volume è dedicata al tema dell’urbanizzazione della guerra a raccontarci come il tradizionale scenario di scontro si è progressivamente spostato nelle città, a causa di un processo di crescita delle metropoli e della loro popolazione che copre attualmente quasi il sessanta per cento del totale degli umani viventi. Il paradigma della disciplina militare è radicalmente cambiato e adesso la maggior parte degli scontri avvengono in quelle giungle di cemento che sono le nostre città, con un grado di imprevedibilità e complessità crescente che ha imposto sempre di più l’affiancamento dei militari con robot, macchinari auto-comandati e dispositivi d’intelligenza artificiale sempre più sofisticati. Le tecniche e le strategie stanno mutando e vedono nei casi estremi la decisione di eliminare il “problema” delle città semplicemente cancellandole completamente. Le immagini di Gaza sono significative, con percentuali di distruzione che raggiungono quasi il 90% del totale degli edifici, tanto che il caterpillar blindato israeliano D-9 è una delle macchine da guerra più efficaci e definitive in quest’azione. L’effetto è duplice: l’eliminazione di ogni possibile rifugio che possa diventare trappola mortale per l’esercito ma, soprattutto, la cancellazione materiale e simbolica di un luogo a cui è legata una comunità nemica; un grado zero che prepara la prossima colonizzazione, come dimostra il video postato da Donald Trump sulla New Gaza, luogo straniante tra Dubai e Miami che non mantiene alcuna traccia di un insediamento che aveva segnato la vita di questo territorio per almeno 5000 anni.

Ma è la seconda parte del volume, intitolata “Stato di guerra urbana permanente” che sposta argutamente lo sguardo sulle nostre città e una metamorfosi in corso che sta mutando gli spazi che abitiamo, ma anche le parole e lo sguardo su una condizione di addomesticamento della cultura bellica vista come un dato di normalità. Tutto sembra cominciare in maniera esponenziale con l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, seguito dagli attentati di Parigi, Londra, Madrid e Nizza.

Il trauma collettivo che tutti noi abbiamo vissuto ha condizionato radicalmente la forma dei manufatti urbani di nuova costruzione e la gestione degli spazi collettivi, perché da quel momento il paradigma tecnico della sicurezza ha segnato bandi di concorso internazionali, nuove leggi urbanistiche, regolamenti di sicurezza nei luoghi considerati sensibili, modificando la forma dei luoghi e insieme i modi che noi abbiamo di viverli. La questione diffusa della sicurezza e quella ad esso collegata della paura si sono combinati, innestando dentro di noi un modo di guardare e pensare agli spazi pubblici che è cambiato radicalmente portandoci a giustificare una presenza sempre più diffusa dell’esercito e dei suoi mezzi nei luoghi urbani, oltre che pratiche di controllo pervasive sui cittadini comuni giustificate secondo il criterio della nostra protezione che solo quest’anno ha raggiunto i sessanta milioni di controlli effettuati dalle forze dell’ordine nel nostro Paese.

La questione in realtà è molto più complessa perché la società della massima sicurezza può tramutarsi facilmente in una società del controllo, senza che ci sia chiarezza su che limiti hanno i controllori rispetto alla privacy dei dati personali e all’uso che ne potrebbe essere fatto, come dimostra il fatto che tutti i governi mondiali stanno investendo sempre più risorse sull’applicazione militare e politica dell’intelligenza artificiale nella gestione, analisi e utilizzo dei miliardi di dati che quotidianamente forniamo attraverso i social e i dispositivi elettronici che usiamo.

Quello che la studiosa Shoshana Zuboff definisce “capitalismo della sorveglianza” nell’uso strumentale dei dati sta vivendo un importante travaso nella sfera politica e militare, anche vista la crescente insofferenza verso ogni sistema di controllo democratico da parte della nuova tecnocrazia che sostiene con risorse economiche, strumentali e ideologiche i tanti governi populisti sparsi nel mondo.

Molto cinema contemporaneo o la recente mostre del MOMA “Video after video” rendono evidente che ognuno di noi può essere monitorato e seguito in ogni luogo urbanizzato attraverso la presenza di migliaia di video-camere che potenzialmente potrebbero registrare ogni nostro momento pubblico, insieme al fatto che ogni dispositivo elettronico nelle nostre mani è un potenziale radar e orecchio da cui ascoltarci. Questo sistema così capillare e normalizzato si combina ai tanti recinti, dissuasori per il traffico, barriere, controlli che arredano i nostri spazi pubblici in un immaginario della città che si avvicina sempre di più a un addomesticato terreno di battaglia che si sovrappone ai luoghi dell’abitare collettivo. Quella che sta avvenendo è una progressiva banalizzazione e normalizzazione di immagini e paradigmi che prima erano unicamente militari e che, invece, sono entrati nelle nostre parole e modi di vivere. Insieme ogni forma di potenziale conflittualità viene contenuta, neutralizzata e demonizzata in nome di una sicurezza che permette i sonni tranquilli di quella maggioranza silenziosa che sembra disposta a scambiare una parte della propria libertà individuale in nome dell’annullamento apparente di ogni possibile paura derivante dall’ambiente urbano e dagli abitanti diversi e indesiderati.

È quello che sta avvenendo con la progressiva chiusura di molti Centri Sociali tra Milano, Torino, Roma e Napoli e con l’adozione dei due, distinti, pacchetti di sicurezza prodotti dal Governo Meloni. Basti guardare alla militarizzazione del quartiere Vanchiglia prossimo al centro sociale Askatasuna a Torino per cogliere con chiarezza il grado d’invasività violenta e arrogante degli spazi urbani e. comprendere il livello superato ampiamente tra uno scenario di normalità e quello a cui stiamo abituandoci e che vide nei fatti del G8 a Genova una premessa eccezionale che sembrava impossibile in una città occidentale.

Come contrastare un fenomeno così pervasivo che muove dalle panchine “scomode”, agli spuntoni su ogni possibile luogo in cui sedersi, alla demonizzazione di ogni diverso o avversario che diventa automaticamente nemico, passando per un linguaggio comune che assorbe sempre più termini militareschi o a un uso della violenza televisiva così diffuso da sembrare ormai normale?

Nella chiusura del suo libro Francesco Chiodelli parla brevemente delle diverse e necessarie forme di resistenza civile e politica di comunità specifiche o di città santuario che si oppongono alla violenza di Stato, come è stato recentemente a Minneapolis con il contrasto della violenza anti-immigrati irregolari della ICE.

Oggi le forme di resistenza e reazione critica passano attraverso specifiche scelte politiche, dalla centralità di rinnovare strumenti, parole e azioni che da resistenti diventino progettuali, dalla cultura e da una diversa educazione alle forme di dialogo pacifico che non demonizzino le contraddizioni e il conflitto rispettoso. Queste azioni di tipo politico-culturale possono portare a scelte progettuali e a visioni della città completamente differenti che possono avere il potere di contrastare l’immaginario militarizzato e poliziesco delle nostre città. Sviluppare una “geo-politica della pace” puntando a spazi inclusivi, tolleranti, accoglienti, domestici e generosi è una delle strategie possibili che si devono attivare per contrastare una deriva alla barbarie del pensiero che sta generando i troppi mostri che martoriano le metropoli del mondo attuale.

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