Chi controlla il passato
Il documentario Mr. Nobody against Putin (2025, David Borenstein, Pavel Ilyich Talankin), recente premio Oscar, può offrire un prologo, a un tempo casuale e ideale, alla lettura di Chi controlla il passato. La storia nelle mani del potere (2026, Laterza) di Giorgio Caravale. La scuola di Karabash, trasformata in officina di pedagogia patriottica, mostra infatti in forma concreta ciò che il volume mette a fuoco su scala più ampia: il controllo del passato come tecnica di governo del presente. Non a caso è proprio l’insegnante di storia, tale Abdulmanov, rappresentante del partito di Vladimir Putin, Russia Unita, a incarnare la riscrittura del passato per mezzo di un fanatismo dai toni distesi. Con somma calma riabilita le pagine più cupe della storia sovietica, fino a esaltare figure come Berija, cui dichiara di ispirarsi. Abdulmanov appare così come il prodotto perfetto del lavaggio del cervello del regime, piegato alle urgenze paranoidi di quest’ultimo e incaricato di trasmettere odio verso l’Ucraina. Intorno a lui si forma un clima di rassegnata normalizzazione: mentre i bambini continuano a giocare, vengono addestrati a familiarizzare con le armi dai mercenari della Wagner: già destinati a diventarne le protesi di carne. Una strategia propagandistica che Paesi come il nostro, che hanno subito la sistematica fascistizzazione tra libri e moschetti, conoscono bene, al netto delle diffuse amnesie. Anche grazie al documentario di Borestein e Talankin, notiamo in Chi controlla il passato la capacità di partire dalla formula orwelliana, citata nel titolo, e di restituirle densità analitica per discutere questioni che altrimenti rischiano di essere archiviate come ovvietà. Caravale, infatti, non si limita a denunciare le forme della propaganda, ma ricostruisce il nesso esteso che unisce storiografia, legittimazione e potere, dall’età moderna all’odierna crisi delle democrazie liberali. Fin dall’esergo chiarisce che la storia è stata spesso una scrittura “su commissione”, talvolta addirittura un’arma di governo, e che già tra Cinque e Seicento si afferma l’idea di una “storia utile”, capace di modellare l’opinione pubblica secondo gli interessi dello Stato. Da questo punto di vista, il libro è tanto più convincente quanto meno indulge alla scoperta sensazionalistica: la manipolazione della storia non è una mostruosa eccezione del presente, ma una tentazione strutturale del potere, che oggi riemerge con forza dentro contesti diversi e apparentemente incomparabili. Il risultato è un saggio agile ma rigoroso, sorretto da una tesi chiara: la storia non viene falsificata solo quando è apertamente censurata, ma anche quando è selezionata, stilizzata, amputata, resa funzionale a un’identità politica.
Italia oggi
Il libro si apre descrivendo l’Italia di Giorgia Meloni, letta non come eccezione esotica nel panorama europeo, ma come laboratorio di una manipolazione più sottile, dove, magari, affiorano meno menzogne frontali a favore di selezionate reticenze, omissioni, slittamenti linguistici. L’autore insiste sul fatto che la destra italiana abbia inaugurato una vera e propria “storia per omissioni”: non, cioè, una riscrittura sistematica e dottrinaria del passato, ma un uso dissimulato, dove i “non detti” sono più espliciti delle parole e dove la memoria del fascismo, della Resistenza, delle stragi neofasciste viene costantemente tenuta in sospensione, riformulata, mimetizzata. Il saggio, pur evitando la posa militante, mostra, ad esempio, come si possa parlare in pubblico della persecuzione degli ebrei in qualità di fatto accaduto “durante il fascismo” e non di responsabilità del regime mussoliniano. Così sottolinea come si possa celebrare il 25 aprile senza nominare l’antifascismo, o evocare la Costituzione come testo “a-fascista” e non antifascista; come si possa ricordare la strage di Bologna semplicemente come “terrorismo”, sottraendola alla sua matrice neofascista. Il volume coglie il punto: non siamo davanti a una rozza revisione storiografica, ma a una politica dei vuoti, a una zona d’ombra in cui il passato resta manipolabile proprio perché non viene mai assunto fino in fondo. L’analisi dell’autobiografia meloniana, e più in generale del doppio registro essoterico ed esoterico della destra post-missina, è condotta con un tono talvolta ironico, ma sempre supportato da una base documentale. Il giudizio che ne emerge è che la destra di governo si muova su una linea di persistente ambiguità, nel tentativo di non rompere né con i propri fantasmi, né con la rispettabilità istituzionale che la pratica di governo impone.
Scuola e identità (nazionale)
Collegato al precedente è il tema della scuola, che nel volume occupa uno spazio ampio. Caravale sottolinea che il controllo del passato non si gioca soltanto nei discorsi pubblici o nelle celebrazioni civili, ma passa in modo decisivo per i programmi, per i manuali, per la formazione dei cittadini futuri. Prende ad esempio la discussione sulla riforma Valditara che non viene ridotta a schermaglia contingente, ma diventa sintomo di una più vasta offensiva identitaria. L’idea di una storia “nuova”, costruita intorno all’identità nazionale, viene riportata dall’autore alle sue matrici culturali e politiche con estrema chiarezza critica. Il ministro sui social giunge ad affermare che “Studiare più Storia significa studiare meglio l’identità italiana”, dietro tale formula apparentemente innocua secondo Caravale si cela un progetto selettivo, volto a subordinare l’insegnamento della storia alla costruzione di un’appartenenza omogenea e rassicurante. Il problema, però, non è semplicemente che la destra “faccia la destra”, ma è che tale idea di scuola appaia all’autore un’operazione insieme nostalgica e strumentale, incapace di fare davvero i conti con la pluralità culturale del presente e con la crisi stessa dello Stato-nazione. A ciò si affianca l’analisi della macchina pedagogica della riforma: l’intreccio fonde storia delle idee, dibattito pubblico e conflitti istituzionali. In controluce emerge una tesi importante: piegare la storia a una funzione identitaria significa impoverirla, sottraendole proprio quella complessità critica che la rende strategica nello spazio educativo. Inoltre osserva come questo ritorno al passato, seppur rassicurante sul piano simbolico, probabilmente “non costruisce futuro”.

Il paradigma russo
Un capitolo che connota fortemente il saggio è quello dedicato alla Russia di Putin. In tal caso la nozione di manipolazione del passato trova la sua espressione più scoperta e paradigmatica. Caravale insiste sul fatto che il putinismo non si limiti a glorificare la “Grande Russia”, ma costruisca una sintesi ideologica capace di conciliare eredità zarista, depurazione dell’esperienza sovietica e culto della “Grande guerra patriottica” come fondamento dell’identità nazionale. In questo quadro la scuola torna decisiva: manuali unici, festività patriottiche, società storiche incaricate di “contrastare la falsificazione dei fatti”, persecuzione degli storici indipendenti e chiusura di centri come Memorial. Questi ultimi non sono episodi secondari, ma tasselli di un sistema complessivo di disciplinamento della memoria. L’interesse dell’autore, però, sta nel non fermarsi alla denuncia del caso russo come mostruosità isolata. Esso viene inserito accanto alla Cina, alla Francia di Zemmour, agli Stati Uniti di Trump, facendo emergere una costellazione di pratiche diverse eppure convergenti: il controllo invisibile dell’informazione, la saturazione propagandistica, la costruzione di pantheon identitari, la riduzione della storia a repertorio di guerra culturale. In questa comparazione, la Russia odierna appare una forma apertamente coercitiva di una patologia più ampia, nella quale anche le democrazie mostrano una crescente insofferenza verso la complessità del passato. La manipolazione della storia varia di intensità e di strumenti senza perdere la propria funzione essenziale, cioè produrre consenso, obbedienza e identificazione.
Cancellare per sovrascrivere
Un paragrafo è dedicato alla cancel culture e all’iconoclastia contemporanea considerate oltre le polarizzazioni correnti. Anziché liquidare il fenomeno come capriccio ideologico del presente – come talvolta avviene nel dibattito del nostro Paese –, Caravale lo storicizza, mostrandone la genealogia occidentale e la ricorrenza. Le statue, i monumenti, i simboli pubblici non sono mai stati neutrali: nascono da rapporti di forza e, proprio per questo, possono essere contestati, abbattuti, rimossi. Il saggio è altrettanto netto nel segnalare il rischio opposto: che la critica dei simboli si traduca in una moralizzazione assoluta del passato, incapace di comprenderne il contesto e pronta a eliminare non solo gli oggetti della memoria, ma anche gli “anticorpi” che la storia ha elaborato contro le proprie degenerazioni. È in questo passaggio che l’autore offre una delle sue formulazioni forse più incisive, quando definisce la cultura woke più radicale come un’ideologia che divide il mondo in “puri e impuri”, giudicando il passato esclusivamente con gli occhi del presente. Non viene cioè assunta da Caravale una posizione reattiva: non difende un canone intoccabile, ma invita a una rinegoziazione più critica e meno iconoclasta, più capace di aggiungere senso che di produrre rimozioni. Ad esempio, rispetto ai counter-monuments statunitensi, quanto sull’uso politico della memoria visuale, egli mostra come la questione decisiva non sia la semplice contrapposizione tra conservazione e cancellazione, ma la capacità di storicizzare il conflitto. In questo senso, la riflessione prodotta è utile anche perché evita la tentazione, oggi assai diffusa, di usare la storia come tribunale morale permanente: importante diviene perciò la funzione critica, analitica, contestualizzante, e dunque autenticamente pubblica.
Immersi nel “presentismo”
Ultimo tema proposto è il rapporto tra crisi del futuro e crisi del senso storico. L’autore legge il nostro tempo attraverso la categoria del “presentismo” proposta da François Hartog. Ossia un orizzonte schiacciato sull’immediato, in cui il futuro appare opaco o minaccioso e il passato viene consumato come intrattenimento, memoria emotiva o repertorio identitario. È un’analisi che amplia il discorso oltre la sola manipolazione politica: se la storia oggi è così esposta alla propaganda, è anche perché la società ha perduto in parte le condizioni culturali per abitarla criticamente. Da qui le pagine sulla spettacolarizzazione, sui social, sulla “tirannide dell’io”, sulla difficoltà della storiografia a difendere il proprio statuto metodologico dentro un ecosistema comunicativo dominato dalla testimonianza, dalla soggettività, dalla finzione e dalla polarizzazione. Anche in questo caso Caravale non assume una postura catastrofica: riconosce i mutamenti, discute con intelligenza le nuove forme di scrittura storica e di divulgazione, ma insiste sulla necessità di ricostruire un rapporto più saldo tra storia e politica, senza che l’una si pieghi all’altra. È questa, in definitiva, una delle tesi più forti del saggio: non basta denunciare gli abusi del potere sul passato; occorre restituire alla storiografia una funzione pubblica capace di parlare al presente senza farsi catturare dalle sue urgenze.
Lungi dall’esaurirsi al mero intervento polemico, Caravale riesce a tenere insieme casi diversi, idee storiografiche, conflitti simbolici e trasformazioni del discorso pubblico, restituendo a chi legge una mappa leggibile dei modi in cui il potere cerca di appropriarsi della storia. L’ambizione percepita è quella di suggerire che il passato non è solo ciò che si ricorda, ma ciò che si governa, si seleziona, si insegna e si cancella. E che, proprio per questo, a maggior ragione va difeso con gli strumenti lenti e pazienti del lavoro storico.