Iona Heath e John Berger: clinica poetica
John amava giocare a ping-pong: pensare insieme, nello scambio. Lo si è visto in Tocca a te – un dialogo col figlio Yves – e in Raccontare una storia – una conversazione con l’amica Susan Sontag. Modi di imparare è questo: una corrispondenza di oltre centocinquanta lettere tra Iona Heath e John Berger. Quasi vent’anni – fino alla morte nel 2017 di Berger – di una profonda amicizia. John ascoltava, un ascolto in cui accade qualcosa, la narrazione cambia: come nel transfert. In uno dei loro scambi epistolari sui ritratti del Fayyum e sui quadri di Goya, Iona e Berger concordano sul fatto che la grande recitazione contiene tutti e tre i tempi e l’ascolto del medico può far sì che passato, presente e futuro coesistano.
La stessa struttura del libro – che in realtà è anche una antologia di libri – è un dialogo: tu, lettore, sei chiamato in qualche modo di farne parte. Heath, che ben conosceva il pensiero e i lavori di Berger, ha raccolto dai suoi libri pensieri, riflessioni, creando relazioni inedite tra le citazioni, con accostamenti rivelatori di senso. Un po’ come Aby Warburg in Atlante delle immagini (Carocci, 2026): controcanti che aprono finestre di comprensione. Questa tecnica chiamata commonplacing estrapola le idee dal loro contesto e le giustappone ad altre diverse. Secondo l’Oxford English Dictionary, John Donne fu tra i primi a usare questo termine, “un pensiero comunica con l’altro, scavalcando le barriere della tradizione, e finisce in un luogo nuovo e inusuale”, scrive Katherine Rundel.
Così ha fatto Heath, che esplicita il suo commonplacing: accorpare le idee che sentiva risuonare nell’opera di John Berger e nel loro scambio epistolare, estrapolandole e giustapponendole l’una all’altra e radunandole sotto un unico titolo, dando voce così a una sinfonia. Incontrarsi, ascoltare, vedere, connettere, toccare tempo, spazio e luogo, speranza, immaginazione, dolore, paura, morte, angeli. Voci, provenienti da epoche e luoghi diversi, in dialogo tra loro, alla luce di un comune denominatore.
Ogni capitolo è leggibile a prescindere dagli altri, ma sentieri in-visibili li collegano tra di loro, illuminandosi a vicenda. Un libro da leggere in tutte le direzioni, saltando avanti e indietro e ritornando sui propri passi, come accade nel Gioco dell’Oca e nella vita.
Lo sguardo sulla vita che emerge dai libri di Berger diventa per Iona pratica medica (e, per me, postura analitica). Quando Heath incontra Berger conosce già i suoi scritti, sente sin da subito che le sue riflessioni sono in sintonia con la sua esperienza di medico di base. L’intera opera di Berger come manuale per aspiranti medici e psicoanalisti! Scrive Heath: “Ricordo che Deleuze descrive sia Foucault sia Spinoza come viventi-veggenti per i quali la capacità di penetrare con lo sguardo consente al ‘veggente’ di abbracciare scienza e letteratura, o l’immaginario e lo scientifico, o il conosciuto e il vissuto”. Iona considera John uno di questi viventi-veggenti, che le ha insegnato “quasi tutte le altre cose che un medico è tenuto a sapere riguardo al contesto profondamente umano in cui va praticata la medicina”, e da lui ha compreso che “dalla lettura dei romanzi si imparava, riguardo alla nostra professione, più che da qualsiasi manuale medico.”
Leggere romanzi le ha insegnato a prestare attenzione alle parole e ad ascoltare con grande concentrazione. Spesso, nella mia pratica clinica, mi vengono in soccorso la poesia, un quadro o un romanzo, tanto da parlare di poetica della clinica. Credo che lo stesso si possa dire della postura clinica di medico di base di Heath: clinica poetica. Scrive infatti l’autrice: “i grandi romanzi hanno la capacità di cogliere il generale nel particolare, di parlare delle grandi verità universali e durature della vita umana attraverso la storia di un individuo specifico in tutta la ricchezza del suo contesto, mantenendo al contempo l’equilibrio tra il generale e il particolare. Ed è proprio questo che deve fare il medico: ascoltare con molta attenzione i dettagli dell’esperienza del singolo paziente e poi attingere alla propria conoscenza delle generalizzazioni della scienza biomedica”.
Il poeta pone il linguaggio oltre la portata del tempo: o, più precisamente, il poeta si accosta al linguaggio come se fosse un luogo, un punto di incontro, dove il tempo non ha finalità, dove il tempo stesso è incluso e compreso. Ed è proprio la coesistenza di futuro, presente e passato che la poesia propone. La poesia durante una consultazione? Heath rilegge Un uomo fortunato perché non solo ha ispirato generazioni di medici ad ascoltare i loro pazienti, ma anche ad avere il coraggio di avvicinarsi a loro per poter meglio vedere e sentire, e non tenere la distanza per difendersi. La rilettura di questo libro afferma che le ha aperto un “nuovo organo di consapevolezza”, e ha molto apprezzato la straordinaria lungimiranza della raffigurazione della sofferenza emotiva che causa la malattia fisica, “che solo ora viene compresa dalla maggior parte dei medici”. Berger in Fotocopie scrive: “sono arrivato a diffidare di gran parte dei medici, perché non hanno più vero amore per la gente”. Parole simili a quelle di Lou Andreas Salome quando nel suo Ringraziamento a Freud afferma che “la guarigione è un atto d’amore”. Osservazione, ascolto e immaginazione, questo Iona Heath ha imparato da John Berger. Questo ho imparato anch’io nella mia pratica analitica: per questo considero Berger un maestro dello sguardo, di uno sguardo che sa ascoltare, che sa immaginare, e quindi vedere l’invisibile che sta dentro ciò che ho davanti, ciò che ancora non è. Prestare orecchio all’inarticolato, come – ricordano John e il figlio Yves in Tocca a te – faceva Manet quando metteva i bouquet di fiori in vasi di vetro sul bordo del mondo, e alle loro spalle non c’era niente: “era ammaliato e stregato tanto da ciò che vedeva attraverso il vetro, all’interno del vetro, quanto da ciò che vedeva sbocciare”. Heath sembra fare lo stesso con i suoi pazienti.
Berger non spiega, ma rivela. Ti porta su un confine, al confine, e sconfina, fino al punto da essere costretti a dimenticare quel che pensavi di “sapere”, per affrontare questo mistero affascinante che sta negli interstizi. “È tra le sue crepe che intravediamo l’azzurro dell’eternità” ci insegna Pavel Florenskij, e forse è così che dovremmo guardare alle malattie dei pazienti, cercando luce nelle crepe.
Nel suo saggio su Rembrant, Berger immagina di essere al pronto soccorso di un ospedale – “lo si percepisce col tatto meglio di quanto lo si distingua con la vista. Rembrandt era il pittore per eccellenza di questo spazio fisico” – e riflette sul vissuto di un paziente che viene toccato dal medico; Heath è consapevole che, come medico, non potrà mai sapere cosa il paziente sente durante una visita mentre viene toccato. E così in “Modigliani’s alphabet of love gli inconfondibili ritratti dell’artista livornese sono occasione per scrivere che l’unica cosa che conta è se il pittore sia riuscito a varcare quel confine “di intimità immaginaria al di là della quale ha inizio una vertiginosa tenerezza. Tutto comincia con la pelle e con ciò che la delinea. (…) Lungo quel contorno si raccolgono le sfide dell’arte di Modigliani.” Anche per il medico tutto comincia con la pelle, anche per quel medico che è il terapeuta che non tocca il paziente fisicamente: lo sguardo può fare da pelle, ed esiste un Io-pelle, di cui ci ha parlato Didier Anzieu, come prima forma dell’Io.
In uno dei saggi inclusi nel volume Ritratti John scrive: “E inizia il lento processo che porta a scoprire quel che c’è senza disturbarlo”. Heath pensa che sia questo ciò che accade quando varca la soglia della stanza in cui il paziente viene visitato, la parola è cautela: “penso alla delicatezza con cui dobbiamo porre domande importanti e intime ai malati, ai timorosi, ai timidi e agli anziani”. Si tratta, di fronte al dolore fisico o psichico, di trovare vie d’entrata, prima di trovare vie di uscita e indicare soluzioni. Vie di accesso ai ricordi scritti nel corpo. Da lì, dalla memoria organica preverbale che custodisce le tracce del danno, si può attingere e convocare quei frammenti di non esistenza e dar loro finalmente parola, per sbloccare la verità. Allora il primo movimento è lasciar dire e anche qui ci viene in soccorso la poesia: “per poter trovare l’anello che non tiene, il filo da sbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità”, come scrive Montale.
La sfida dell’attenzione, quell’attenzione pura che è preghiera di cui Simon Weil è stata grande fautrice, diventa una parte centrale della corrispondenza tra Iona e John: bisogna prestare un altissimo grado di attenzione alle sofferenze dell’umanità. Quando un paziente varca la soglia del nostro studio, quando facciamo una visita a domicilio, o quando nelle sedute online durante il Covid siamo entrati nelle case dei nostri pazienti, abbiamo imparato tanto se abbiamo saputo vedere. Si domanda l’autrice: “c’è quel pernicioso odore di povertà o è tutto troppo perfetto e immacolato, ci sono giocattoli, che cosa mostrano o suggeriscono i quadri e le foto alle pareti?”. In Capire una fotografia Berger indica uno standard di osservazione e immaginazione empatica che Heath sente che, come medico, deve cercare di emulare. Se si guarda con attenzione, si può iniziare a percepire la storia di una vita. Voglio riuscire a guardare i miei pazienti con la stessa intensità e la stessa curiosità con cui John osservava i dipinti, scrive Iona, ma purtroppo la medicina è ancora troppo incline ad assumere un unico punto di vista, ignorando gli aspetti che non si adattano alla sua visione.
John – in Il momento del cubismo – cita a questo proposito il fisico teorico tedesco e premio Nobel Weiner Heisenberg, che, nel suo libro del 1959 Fisica e filosofia, affermava che i concetti scientifici esistenti abbracciano sempre solo una parte molto limitata della realtà, mentre l’altra parte, quella tuttora incompresa, è infinita. L’arroganza della scienza pensa di sapere e non dubita. John traccia un parallelo tra il punto di vista parziale di un dipinto cubista e i limiti della comprensione umana, invitandoci “a una maggiore incertezza, una maggiore umiltà e un maggiore scrupolo nell’esercizio della medicina”. Per vedere bisogna riuscire a guardare l’anima delle cose, passando dal guardare al vedere. Bachelard, del resto, sosteneva che l’immaginazione viene prima della percezione. Per vedere è necessario immaginare!
“Quando attribuiamo senso a un evento, quel senso è una risposta non soltanto a ciò che sappiamo, ma anche all’ignoto: senso e mistero sono inseparabili e nessuno dei due può esistere al di fuori del trascorrere del tempo. La certezza può essere istantanea; il dubbio richiede la durata; il significato è figlio dei due”: Yves, nel dialogo col padre, scrive che i filosofi cercano delle risposte, mentre gli artisti “provano ad affrontare il dubbio”. John scrive di Pollock e dell’atto di fede che è rimasto una costante in tutta la storia dell’arte: “tale atto di fede consiste nel credere che il visibile contenga segreti nascosti, che studiarlo voglia dire scoprire qualcosa di più di quel che si coglie a prima vista. I dipinti avevano pertanto la funzione di rivelare una presenza dietro l’apparenza, che fosse quella di una Madonna, di un albero o, semplicemente, la luce che filtra attraverso un rosso”. Vedere davvero, significa scoprire qualcosa di più, e condivido il timore di Heath: con la nostra crescente fiducia nel tipo di visione offertoci dalle macchine, il vedere, sempre più, si ferma al visibile.
Scrive Berger: “se pensiamo alle apparenze come a una frontiera, possiamo dire che i pittori sono alla ricerca dei messaggi che la attraversano: messaggi che vengono da dietro il visibile”.
T.S. Eliot osservava che siamo sommersi dalle informazioni, abbiamo alcune conoscenze ma la saggezza è sempre carente. Certo abbiamo fatto passi da gigante sul piano della conoscenza, ma piccoli rispetto alla saggezza necessaria a formulare un giudizio. “La conoscenza senza saggezza è pericolosa”. In Trauma Infinito la psichiatra Samah Jabr, nel dialogo con Maria Nadotti, parla del ṣumūd, una parola potente, che testimonia l’arte della perseveranza, della pazienza e dell’immaginazione. Il ṣumūd non nega il trauma, ma è un modo di tenere con sé, dentro una certa armonia, qualcosa che sembrava perduto. In un certo senso, assomiglia a un metodo che prevede il silenzio e la resistenza: è una forma di terapia.
C’è bisogno di medicina e di saggezza, perché curare senza saggezza può forse guarire un corpo, ma non sanare il mondo. E questo è un tempo che chiede medici saggi, come Heath e Jabr, medici che sappiano che i tentativi prematuri di fornire risposte possono essere pericolosi. Come terapeuta ho imparato a stare senza sapere, ho imparato la pazienza dello sguardo, a non avere fretta di capire e interpretare, se no “la bestia muta che arranca verso Betlemme”, il sintomo di cui parla la psicoanalista Nina Coltart, fugge e si nasconde.
Nella consultazione medica, come nella pratica analitica il riconoscimento aiuta il paziente a sentirsi meno vulnerabile e meno solo: “fare una diagnosi biomedica corretta può essere una parte importante di tale riconoscimento ma sono la comprensione e il riconoscimento della storia di almeno un tratto di vita a costruire la fiducia tra paziente e medico che consente la cura e un’assistenza duratura e scrupolosa”. Berger, in Manhattan, descrive fino a che punto le tracce lasciate dalla vita sul volto di una persona sono le tracce dell’incontro scontro tra i propri bisogni o intime convinzioni e le richieste e possibilità che arrivano dal mondo esterno. Heath ricorda che Berger invitava a vedere i volti e immaginare le storie che quei volti raccontavano. Oggi, nell’habitat digitale, abbiamo profili e non volti. Iona e John riflettono sugli occhi dei ritratti di Goya e gli occhi dei pazienti. Heath scrive che gran parte della saggezza di Berger proveniva da ciò che vedeva nei dipinti: negli occhi dei ritratti di Goya, soprattutto quando il pittore ritrae i propri amici, Berger vede quel che Heath ha visto negli occhi di molti dei suoi pazienti abitati dalla paura o rassegnati all’idea di morire: “se mettete i ritratti uno accanto all’altro, diventa evidente una cosa curiosa: gli occhi hanno la stessa espressione, un’implacabile, lucida rassegnazione, come se avessero già visto l’indicibile, come se l’esistente non potesse più sorprenderli e non valesse quasi più la pena di osservarlo”.
Iona e John avevano in comune una passione civile e un’attenzione agli ultimi. Scrive Heath: “i medici di medicina generale siano messi lì per prendersi cura delle persone che i ricchi e i potenti non vedono e non vogliono vedere”.
Hans-Georg Gadamer, ha scritto che ogni storia è circondata dall’“infinità del non detto”. La vita è così ricca e complessa che qualsiasi storia semplifica e si concentra solo su una parte, e come medici e terapeuti sappiamo che qualcosa resta fuori. Ascoltare vuol dire cercare di “aiutare a trovare e ascoltare una storia diversa, nascosta”. In I nostri volti, amore mio, leggeri come foto John scrive: “chi legge o ascolta le nostre storie vede tutto come attraverso una lente. La lente è il segreto della narrazione, e viene molata da capo a ogni storia, molata tra il caduco e l’eterno”. Heath ascolta attraverso una lente che l’aiuta a trovare quelle storie nascoste, cogliendo, dietro l’immediatezza del racconto, una storia più profonda e forse meno distruttiva. Ma con l’aumento di queste migliaia di linee-guida approvate per la gestione di quasi tutte le patologie concepibili, anche l’idea di “medico pensante” sta diventando un ossimoro.
Ascoltare John per Iona significa proprio “vederlo pensare e cercare le parole” e la scelta delle parole richiede un grande lavoro: “le poesie, incuranti degli esiti, attraversano i campi di battaglia, occupandosi dei feriti, ascoltando i monologhi selvaggi di chi trionfa o di chi ha paura. Portano una sorta di pace. Senza anestetizzare o dare facili rassicurazioni, ma riconoscendo e promettendo che ciò di cui si è fatta esperienza non può svanire come se non fosse mai stato (…) La promessa è che il linguaggio ha riconosciuto, ha dato rifugio, all’esperienza che chiedeva, che protestava a gran voce.” I medici e i terapeuti cercano di prendersi cura dei feriti e per poterlo fare devono servirsi di un linguaggio capace di riconoscere l’esperienza della ferita. Per questo hanno bisogno dei poeti.
John afferma che è fondamentale rompere il silenzio degli eventi, parlare dell’esperienza per quanto dolorosa sia, mettere in parole, e scoprire che le parole possono essere ascoltate.
Iona ha cercato di ringraziare John in varie occasioni. Una di queste nasce da un sogno che Heath racconta a Berger, in cui gli offriva un’enorme crostata di albicocche a forma di barca e grande quasi quanto una barca: “tutto ciò che mi hai dato nel corso degli anni – idee, parole, coraggio, disegni, amici e amore – il tutto misurato in crostata di albicocche”. Nutrimento per l’anima per il viaggio della vita.
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