Il mercato e l’abuso del potere
Ortega y Gasset, chi era costui? Ah sì, il famoso intellettuale spagnolo degli anni Trenta. E poi? La ribellione delle masse! E poi? Ok, alzi la mano chi ha effettivamente letto La ribellione delle masse. Mmmm. Vedo poche mani alzate. Bene, una di queste poche appartiene a Rosaria Ferrarese, autrice di Il grande intreccio, appena uscito con Il Mulino. Sottotitolo: Politica e poteri economici globali. Grande tema. Ma che c’entra Ortega? C’entra per via di un suo concetto quanto mai attuale che Ferrarese ci ripropone, il concetto di “signorino soddisfatto”. Lo spiego in due parole. Come sapete, Ortega non amava le masse. Ma prima di giudicare, vediamo un po’ meglio il suo concetto di uomo-massa. Cito dal primo capitolo: “Anche per una sola persona possiamo sapere se è massa o no. Massa è tutto ciò che non valuta sé stesso – né in bene né in male – mediante ragioni speciali, ma che si sente «come tutti», e tuttavia non se ne preoccupa, anzi si sente a suo agio nel riconoscersi identico agli altri”. Un elitismo un po’ sui generis. Anche nella massa, dice Ortega, troviamo delle persone istruite, anzi degli specialisti. Questi specialisti, che oggi chiameremmo tecnici, traggono uno speciale piacere nel dominare il loro piccolo campo. Il dominio dà loro una certa ebbrezza, che li fa sentire molto soddisfatti. Ecco i signorini soddisfatti. Questi signorini, completamente ignari del vasto mondo, si convincono di poter trasferire il loro angusto potere settoriale in campi immensamente vasti, che non conoscono affatto. Non che questo ragionamento basti a inquadrare il tema della tecnocrazia, ma direi che è necessario. Fino a poco fa erano gli economisti i signorini soddisfatti (omaggiati dai politici), ora invece, da tre o quattro anni a questa parte, sono i computer scientists, o anche solo gli smanettoni che si fingono computer scientists. I detentori di questa speciale competenza reclamano pieni poteri! Così abbiamo assistito, nei primi mesi dell’amministrazione Trump, a un assalto barbarico da parte di qualche centinaio di signorini – dotati in fretta e furia di badge DOGE (Department of Government Efficiency) – che hanno terrorizzato, umiliato e licenziato decine di migliaia di ingegneri, economisti, medici, scienziati, investigatori, amministratori. Colpevoli di che cosa? Di non essersi affollati entusiasti al truogolo del pensiero MAGA (salvo poi, in qualche caso, esser richiamati, dopo che i signorini ebbero toccato con mano la penosa ristrettezza delle proprie competenze). Questo è avvenuto a livello basso, diciamo. A livello alto i loro modelli e padroni (gli ormai troppo famosi Musk, Thiel e Brin), ormai in simbiosi con Donald Trump, determinano le politiche del mondo. Non sono più i consiglieri, sono proprio gli architetti.

Questo era giusto un dettaglio, diciamo l’antipasto del libro di Ferrarese. Uno dei filoni che l’autrice percorre è, ovviamente, quello del potere acquisito dalle grandi imprese tecnologiche e finanziarie. Parliamo di fondamenta tecniche del potere (controllo dei dati e delle reti), fondamenta economiche (potere di mercato) e fondamenta ideologiche, o in altri termini egemonia culturale (purtroppo). Sul potere di mercato, ampiamente discusso da Ferrarese, mi voglio fermare un momento. I gruppi multinazionali di cui si parla, come per esempio i grandi fondi di investimento, vantano non solo una dimensione enorme (tanto che multe plurimiliardarie gli fanno appena il solletico), ma controllano, soli in piccola compagnia, settori strategici come finanza, comunicazione, difesa. Sono in grado di influenzare in modo assai significativo l’opinione pubblica e i mercati. A volte viene il dubbio, dice Ferrarese, che il mercato vero non esista più: “Le dinamiche di mercato vengono azionate in buone parte da fili invisibili come quelli che muovono le marionette in un teatro per bambini” (p. 62). Così assistiamo al paradosso che il neocapitalismo “di mercato” distrugge nei fatti quel mercato che a parole viene esaltato. Ma forse siamo ingenui a ritenere questo paradossale. Risponde invece alla logica di potenza che magnifica si dispiega ai nostri tempi “da Marrocco al Catai, dall’Orse al Nilo e da Boston a Goa”. Per chi non avesse riconosciuto subito l’origine di questa citazione, si tratta della Palinodia – al Marchese Gino Capponi del nostro amato Giacomo. Il quale si interessava non poco di politica e di affari mondiali. La poesia, una delle sue ultime, è una colossale presa in giro dell’ottimismo ottocentesco. Sentite:
Universale amore,
Ferrate vie, moltiplici commerci,
Vapor, tipi e choléra i più divisi
Popoli e climi stringeranno insieme:
[…] di meglio in meglio
Senza fin vola e volerà mai sempre
Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.
Ma Leopardi non si ferma qui. C’è un nucleo analitico, come sempre spietato, che sembra adattarsi perfettamente alle vicende dei giorni nostri:
Imperio e forze,
Quanto più vogli o cumulate o sparse,
Abuserà chiunque avralle, e sotto
Qualunque nome.
In effetti, sembra che l’abuso di potere sia diventato lo sport più popolare dell’ultimo decennio. Questa pratica nefasta e millenaria era stata messa sotto accusa più di un secolo fa e in qualche modo controllata con le leggi antitrust (l’Italia arrivò buona ultima nel 1990), con le norme a difesa dei consumatori e a difesa della salute pubblica. Ma oggi, grazie alle nuove clementissime interpretazioni della legislazione antitrust negli USA (inventate dalla scuola di Chicago: Milton Friedman e soprattutto suo cognato, Aaron Director, entrambi finanziati dal milionario Harold Luhnow) e alle nuove forme di potere tecnologico – difficili da arginare con gli strumenti tradizionali – assistiamo a un ritorno in grande stile.
L’altro filone che Ferrarese segue è il legame con la politica. Il grande intreccio, appunto. Correttamente si parla di simbiosi, perché c’è uno scambio continuo e funzionale di favori e di energie. La politica muscolare di Trump usa le capacità tecniche delle imprese come un’arma nei campi ben noti: guerra (stavo per dire difesa…), comunicazione, raccolta dati, spionaggio. Dall’altra parte, le imprese ottengono dalla politica una legislazione e un enforcement estremamente favorevoli su vari fronti: protezione della proprietà intellettuale (argomento caldissimo, sul quale torno fra poco); antitrust, come ho già detto; fisco (il tutto condito con minacce di ritorsioni contro quei paesi che osano anche solo pensare di chiedere ai signori del web di pagare un pochino di imposte).

In Centro America vive una formica, la pseudomyrmex ferruginea, che abita fra i rami di una pianta, l’acacia cornigera. Fra la formica e il vegetale si è instaurata una vera e propria simbiosi: la formica prospera riparata dalle spine dell’acacia (per quello si chiama cornigera), mentre l’acacia impiega la formica come guardia del corpo. Quando una capra tenta di mangiarne le foglie saporite, la foglia stessa emette un gas, che la formica recepisce come un messaggio: subito le formiche si mettono in moto e vanno a mordere la lingua della capra, che è costretta a ritirarsi. Ora quello che c’è da capire, in questa esopiana similitudine, è dove sta il capitale e dove sta lo stato. Marx avrebbe detto che l’acacia è il capitale, e che lo stato, allertato dai giornalisti-poliziotti, accorre a difenderlo dalla classe operaia, cioè le capre. Nelle parole di Ferrarese: “il neocapitalismo odierno, nelle sue punte più avanzate, si avvale proprio di quell’intervento della politica che il neoliberismo voleva abbattere, per raggiungere vette di ricchezza e di potere mai viste nel passato”. Ma oggi viene il sospetto che la cosa funzioni anche a parti invertite, con il capitale (Musk e Bezos) che si affretta, quando chiamato, a soccorrere lo stato. E lo fa volentieri, perché lo stato non è il “vero” stato che difende l’interesse pubblico, ma è lo stato ormai completamente catturato dall’interesse privato. Lo stato che licenzia i propri funzionari e i propri generali se essi, seguendo stupidamente la legge, si azzardano a frugare dove è proibito.
Ho promesso un minuto fa di approfondire un tema: in che modo lo stato abbia favorito le mega imprese sul piano giuridico. Qui Ferrarese fa una breve storia del web, di come inizialmente la rete era stata interpretata come uno spazio di libertà e di creatività. Il che mi fa tornare alla mente il bel libro di Edward Snowden, Permanent Record (2019), in cui questa visione utopica, giovanile e anarchica della rete è ben descritta, ed è il punto di partenza della storia di Snowden, il quale diventa un whistleblower appunto per vendicare il tradimento di questa visione da parte dei servizi segreti degli USA, che usano massicciamente e illegalmente la rete come strumento di sorveglianza. Insomma, come tutti sappiamo quella stagione è durata poco. Mentre dal lato statale la rete è stata occupata dai servizi segreti, dal lato privato sono nate le piattaforme. Le piattaforme (Amazon, Facebook, Google…) hanno privatizzato spazi sempre più vasti della rete. Così come i grandi proprietari inglesi del Seicento privatizzarono le terre comuni recintandole contro il diritto consuetudinario ed espellendo i contadini (le enclosures sono un argomento classico della storia economica britannica), così i giganti del web hanno recintato ampi spazi del web che essi governano come sovrani, decidendo che cosa si può fare e che cosa si può dire, e ammassando dati su tutti gli utenti, con e senza il loro consenso, per indirizzare e sfruttare l’informazione a fini di lucro: le enclosures moderne. “le comunicazioni e gli scambi che hanno luogo sulle piattaforme sono presidiati dai nuovi «padroni» e dagli algoritmi da essi elaborati per il funzionamento delle stesse. […] I padroni delle piattaforme diventano di fatto i gatekeepers che controllano l’accesso al mercato”. L’appropriazione di dati e mercati, nonché il governo dei contenuti attraverso algoritmi privati, è ciò che gli stati, ma in particolare lo stato americano ha permesso e avallato in questi ultimi anni (nel libro c’è molto di più: si veda il capitolo “Poteri privati e collusioni giuridiche”).
Prima di chiudere, voglio ricordare che un paio di mesi fa ho recensito qui il libro di Sandro Trento, pure dedicato al capitalismo moderno: Capitalismo carismatico (Bocconi University Press, 2026). Le due opere si completano a vicenda. Mentre Ferrarese esplora il potere dei giganti sul mercato e sulla politica, Trento spiega come queste imprese si siano svincolate dalla disciplina di mercato (la disciplina imposta dal fatto di essere quotati in borsa) attingendo a nuove forme di finanziamento: venture capital, private lending eccetera. Questi canali di finanziamento, non regolamentati, permettono alle imprese di raggiungere una dimensione grande o grandissima senza interagire con il mercato di borsa. Quando decidono di presentarsi alla quotazione lo fanno da una posizione di forza, e possono permettersi di offrire ai risparmiatori azioni con diritti di voto limitati, mentre le proprie azioni, quelle dei fondatori, sono dotate di voto plurimo. Così che il loro potere decisionale rimane intatto, pur se appoggiato a una quota minoritaria di capitale azionario. La disciplina di mercato ha rappresentato, negli ultimi cinquant’anni, il guinzaglio che aveva moderato lo strapotere delle grandi imprese e che aveva allineato, grosso modo, l’ideale capitalistico all’ideale democratico. Ad esso aveva corrisposto, dall’altro lato, la protezione diretta dell’interesse pubblico da parte dello stato per mezzo delle leggi antitrust e di quelle a difesa dei consumatori. Dobbiamo oggi constatare, con amarezza, che entrambi questi argini sono pericolosamente erosi, o forse sono già crollati. Il pensiero che contrasta questa deriva è forte e maturo (il libro di Ferrarese ne fornisce una guida sicura e aggiornata), ma la politica non appare ancora attrezzata per raccogliere la sfida.
In copertina, Umberto Boccioni, La città che sale, 1910.
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Alfredo Gigliobianco, Capitalismo carismatico