Capitalismo carismatico
C’era una volta Luigi Einaudi, il vecchio economista liberale, che ammoniva: noi non viviamo in una società capitalista – cioè che fa perno sul capitale – ma in una società di libero mercato, il cui tratto distintivo è la libertà economica che si manifesta nel mercato. Il protagonista di questa società non è il capitalista, il grassone con il cappello a cilindro dei quadri di Grosz, ma l’imprenditore, la cui funzione è scoprire e mettere in pratica nuove combinazioni di fattori per creare nuove organizzazioni e nuovi prodotti, sempre migliori. È l’imprenditore che assume il rischio insito in ogni innovazione. Se l’imprenditore non esistesse, la società sarebbe statica, ossificata, burocratizzata. E il capitalista? Il capitalista, nella visione di Einaudi, è il “servo sciocco”, colui che si limita a fornire la materia prima, cioè il capitale, all’imprenditore. È solo per un accidente storico, concludeva Einaudi, che l’imprenditore e il capitalista sono coincisi nella stessa persona per un buon tratto della storia economica. Ma la vera economia di mercato è quella in cui l’imprenditore – fornito della sua capacità e della sua visione – trova il capitale sul mercato: non ha bisogno di essere ricco. Casomai lo diventa.
Per quanto questa visione possa apparire – anzi sia – alquanto edulcorata, essa ha sicuramente fascino. Rappresenta un mondo economico ideale la cui parola d’ordine non è sfruttamento e oppressione, ma miglioramento continuo, materiale e morale. A patto naturalmente che gli imprenditori stiano al posto loro. Il fiume dell’energia imprenditoriale deve cioè rimanere nell’alveo. Quando il fiume straripa, allora abbiamo la politica piegata agli interessi del business, la scienza mortificata e incatenata, il giornalismo asservito, i consumatori imbrogliati. Per chi volesse approfondire, il titolo completo dell’articolo di Einaudi, è Economia di mercato e capitalista servo sciocco, «Rivista di storia economica», marzo-giugno 1943.
Nei decenni successivi, gli economisti americani hanno disegnato un quadro istituzionale che avrebbe l’ambizione di rendere possibile, realizzabile il sogno einaudiano. La parola d’ordine è, manco a dirlo, mercato. Parliamo soprattutto di mercato dei capitali, dove gli imprenditori prendono i capitali: la borsa. Ma un mercato che abbia determinate caratteristiche. Primo, profondo. Profondo vuol dire con tanti partecipanti, che investono un sacco di soldi, in modo che i movimenti di un singolo, o anche di pochi, non abbiano soverchia influenza sui prezzi. Secondo, disciplinante. Qui siamo al cuore della questione. Come fa il mercato a disciplinare gli imprenditori? Con lo strumento della scalata ostile. Quando un’impresa è gestita male, e produce utili in quantità inferiore al potenziale, un imprenditore d’assalto fa un’offerta pubblica (in italiano, OPA): compro le azioni della impresa X al prezzo Y. Se un numero sufficiente di azionisti aderisce, allora l’impresa passa di mano e, di solito, il precedente gruppo di manager viene messo alla porta. Ecco la disciplina: se non sei abbastanza sveglio, qualcuno più sveglio di te prende il controllo. Tutta questa faccenda è magistralmente descritta in un nuovo libro di Sandro Trento, Capitalismo carismatico (Bocconi University Press, 2026).
Ma perché carismatico? Perché appunto quel modello di cui ho parlato finora è arrivato, pare, al capolinea. Fino a una quindicina di anni fa, le grandi corporation americane erano in mano a manager professionisti, i quali, disciplinati dal mercato, assicuravano agli azionisti (i capitalisti) il massimo rendimento. L’iniziatore dell’impresa, per portare la propria creatura a una dimensione nazionale o internazionale, doveva rivolgersi alla borsa, e la quotazione in borsa necessariamente diluiva il suo potere personale, fino a quando l’impresa non diventava pienamente una “public company”, con azionariato diffuso (esempi? Ne trovate diversi a pagina 30 del libro). In sintesi, il capitalismo manageriale degli anni sessanta/novanta era un capitalismo che si innestava nella democrazia liberale con due “spine”. La prima è la democrazia interna della società per azioni: un’azione, un voto. La seconda è la disciplina del mercato: chi fa male viene mandato a casa. Questo assetto faceva in modo che vi fosse, o almeno si percepisse una continuità fra sfera economica e sfera politica “democratica”.
Ora le cose sono cambiate (almeno in America), e il libro di Trento ci accompagna per comprendere prima le radici di questo cambiamento, e poi le conseguenze, che non sono solo economiche, ma soprattutto politiche e sociali. La novità è che oggi c’è in giro una montagna di denaro che non passa per la borsa. Passa invece per strumenti dai nomi che abbiamo recentemente imparato a pronunciare: Venture capital, Growth equity, Private equity, Sovereign funds, Private credit, e altre diavolerie che sicuramente salteranno fuori prima che abbia finito di scrivere questo articolo. I fondatori di imprese di successo – parliamo naturalmente di Musk, Zuckerberg, Brin e compagni – non hanno bisogno di andare in borsa per crescere: prendono denaro da queste nuove fonti. Quando (e se) decidono di approdare in borsa, lo fanno da una posizione di forza, essendo le loro imprese già ben avviate e conosciute. La posizione di forza consente loro di fare un discorso molto semplice agli investitori: volete le azioni? Bene, ma vi prendete le azioni dei poveri, dotate di un voto. Le mie azioni, invece, valgono ciascuna 10 voti! Risultato: anche dopo la quotazione in borsa, il fondatore mantiene il controllo dell’impresa, e nessuno può scalzarlo. La disciplina del mercato è morta. La democrazia interna è sotterrata.
Piccola parentesi tecnica. Tutto questo è il risultato di una riforma legislativa? No. Private equity e compagni si sono sviluppati in uno spazio grigio non regolamentato (o poco regolamentato), che esiste perché la definizione di banca è molto ristretta: queste quindi non sono banche. Le azioni a voto plurimo non sono mai state legalmente proibite in America. Il loro bando dal mercato era essenzialmente culturale. Quando la SEC, nel 1986, cercò di formalizzare il divieto, i giudici sentenziarono che non si poteva fare, essendo il diritto societario materia di competenza dei singoli stati.
Vengo ora all’ultimo punto, le conseguenze politiche e morali. Morali, sì. Perché i grandi capitali d’industria, da che mondo è mondo, hanno sempre amato presentarsi al mondo come benefattori, portatori di un disegno che va ben oltre l’economia per attingere alle alte sfere del benessere, della bellezza, della giustizia. Esempio: Andrew Carnegie, il re dell’acciaio nell’America di fine Ottocento. Straricco, ma anche filantropo. Fondatore e finanziatore di sale da concerto e biblioteche pubbliche in tutto il mondo. Peccato che i suoi operai fossero trattati col pugno di ferro. Ma lui aveva una filosofia: voglio migliorare la razza (leggete, sono poche pagine, il suo Gospel of Wealth, si trova facilmente in rete). Quindi: primo, faccio un sacco di soldi sfruttando gli operai; secondo, vivo modestamente; terzo, finanzio opere di bene; quarto, risolvo la questione sociale restituendo alla società ciò che ho guadagnato. Obiezione: non potresti pagare meglio i tuoi operai? No. Come mai? Perché sprecherebbero i soldi in sciocchezze (infatti, sono mentalmente poco sviluppati). Era giusto un esempio. I magnati di oggi hanno visioni ancora più ambiziose: popoliamo Marte, creiamo il Metaverso, aboliamo l’invecchiamento. Sono ambizioni generalmente prive di fondamento, ma ben capaci – per il potere dei magnati sui media e sui social – di apparire plausibili. Quel che è certo è che su basi fragilissime si scrivono contratti governativi per miliardi di dollari.
In ogni modo costoro, indipendentemente dalle distopie che ci hanno cucinato, attraverso le loro imprese monarchicamente governate controllano reti di comunicazione globale, satelliti, sistemi di pagamento, piattaforme di informazione, algoritmi che pesano sui mercati, sulla cultura, sull’opinione pubblica. Gli stati, i vecchi e gloriosi stati nazionali, si trovano tagliati fuori, impossibilitati ad arginare questi nuovi poteri privati. Con due eccezioni: Stati Uniti e Cina. Entrambe le superpotenze hanno ancora in mano il bastone del comando rispetto alle imprese multinazionali basate nei rispettivi paesi. E lo usano (emblematico il caso di Jack Ma, il fondatore di Alibaba, costretto al silenzio dal Partito comunista). Ma al tempo stesso sono fortemente condizionati dal bisogno di farle prosperare, perché è dalla loro forza che trae forza lo stato stesso che le ospita.
La vicenda dei giudici della Corte Penale Internazionale, sottoposti a sanzioni americane a causa della sentenza contro Benjamin Netanyahu, è troppo nota perché mi ci debba soffermare. Uno stato, valendosi della propria superpotenza digitale (sistemi di pagamento, sistemi di comunicazione, banche) sottopone a sanzioni i giudici di un tribunale internazionale indipendente al quale aderiscono 125 stati del Mondo (ma al quale gli Stati Uniti, ovviamente, si sono rifiutati di partecipare). C’è da stupirsi che gli stati europei accettino quasi senza fiatare questa inaudita prepotenza. Superior stabat lupus, longeque inferior agnus...
Prima di lasciarvi, cari lettori, voglio esprimere uno speciale apprezzamento. Questo è un libro raro, perché soddisfa palati diversi. Soddisfa la mania di precisione degli accademici (la giusta dose di teoria, note, bibliografia), ma è anche ben leggibile da un pubblico più vasto, perché è scritto in un linguaggio piano, a tratti coinvolgente. Solo un peccato, del resto veniale: non c’è l’indice dei nomi.