Euro digitale: istruzioni per il prossimo uso
Se ne parla spesso, ma l’euro digitale, in sostanza, cos’è? Ho fatto un piccolo sondaggio domestico, e il risultato è questo: nessuno – tranne i super-esperti – sa che cosa sia veramente. Io stesso, che ho lavorato 35 anni in Banca d’Italia, ho dovuto tribolarci non poco. Per cavarmi d’impiccio, ho fatto un paio di lunghe conversazioni con i super-esperti. Ora credo di essere pronto. Ma prima di cominciare, una domanda: perché mai dovremmo occuparcene qui? Perché, come vedremo, non si tratta di una questione meramente tecnica. Si tratta nientemeno che del futuro dell’Europa. E di questi tempi non è poco. Se volete seguirmi, allacciate le cinture e partiamo.
Il primo punto che vorrei chiarire è filosofico. Qui i super-esperti tecnici devono lasciare il passo ai teorici e agli storici. Ci hanno ripetuto mille volte, alle elementari alle medie al liceo, che la moneta è un bene come tutti gli altri. Resta nell’aria la favola antica che per ogni banconota in circolazione c’è un mucchietto di oro nei forzieri della Banca d’Italia. Stupidaggini. La moneta non è un bene. La moneta è un modo di registrare i rapporti di debito e credito fra i partecipanti al gioco economico. La moneta è, in essenza, un SISTEMA DI REGISTRAZIONE. Capisco che questa affermazione generi un certo stupore. Ma come, e le monete d’oro? Non sono forse un bene? Sì, sono un bene, ma sono un bene che in passato è stato utilizzato per realizzare un sistema di registrazione. Quello dell’oro è un sistema assolutamente antieconomico, come vedremo fra poco.
Piccola parentesi. Sapete chi aveva capito esattamente che la moneta non è un bene? Mazzarò, il protagonista di La roba, la famosa novella di Verga. “E se gli domandavano un soldo rispondeva che non l’aveva. E non l’aveva davvero. Ché in tasca non teneva mai 12 tarì […]. Del resto a lui non gliene importava del denaro; diceva che non era roba, e appena metteva insieme una certa somma, comprava subito un pezzo di terra”.
Ma lasciamo Mazzarò e torniamo al sistema di registrazione. Immaginate un paese in cui ogni cittadino abbia un conto – diciamo in piccioli – con un Ente Monetario. Inizialmente il conto è 100 piccioli per tutti. Ora inizia il gioco economico. Il calzolaio mi vende un paio di scarpe per 2 piccioli. Io telefono all’Ente e gli ordino di spostare 2 piccioli dal mio conto a quello del calzolaio. L’Ente chiama il calzolaio e gli dà conferma dello spostamento. E così via per ogni altra transazione. Questa è la moneta, fatta e finita. Si paga, si misura il valore delle cose, volendo si accumula sul conto. Ma non è la moneta che abbiamo conosciuto storicamente. Perché quello che ho descritto è un sistema di registrazione accentrato, per realizzare il quale ci vorrebbe una infrastruttura formidabile, cioè un Ente Monetario che possa essere contattato da tutti i cittadini in pochi secondi, e capace di dare una risposta rapidissima. Impossibile nell’antichità, e anche oggi molto problematico. Per questo la moneta storica è stata, ed è ancora, un sistema di registrazione decentrato. In che senso? Nel senso che la registrazione del passaggio di potere di acquisto da un soggetto all’altro (diciamo da me al calzolaio) si realizza attraverso un trasferimento di OGGETTI CONVENZIONALI.
Ecco, con questo siamo arrivati alla grande, epica vicenda della moneta: quali oggetti? Gli storici e gli antropologi hanno visto di tutto: piume, conchiglie, bracciali, ruote di pietra, lastre di rame, monete di ferro, di bronzo, d’oro, d’argento, banconote di carta, di plastica, depositi bancari trasferiti mediante assegno o bonifico. Perfino sigarette (un economista, Richard Radford, internato in un campo di prigionia durante la seconda guerra mondiale, ha descritto il loro uso monetario in un famoso articolo del 1945: The Economic Organization of a Prisoner of War Camp). Non è assolutamente necessario che l’oggetto abbia un valore intrinseco. Ma un requisito essenziale per questo oggetto convenzionale è che la quantità disponibile (in gergo economico: l’offerta) sia limitata. È ovvio: se il sistema fosse basato sull’acqua, tutti potrebbero comprare tutto e il sistema entrerebbe in confusione (ma nel Sahara potrebbe funzionare, invece).
Il successo dell’oro e dell’argento dipende proprio dal fatto che l’offerta è naturalmente limitata, perché l’estrazione di questi metalli richiede molto lavoro. E lì pure risiede lo svantaggio: siccome la loro estrazione richiede molto lavoro, la società diviene tanto più povera di lavoro quanto più investe nella produzione di moneta (la quale, a parte la sua funzione di registrazione, non dà alcun contributo al benessere collettivo). Per questo, appena sono stati sviluppati gli strumenti tecnici e culturali per liberarsi dal giogo aureo, ce ne siamo liberati. Con le banconote.
Le banconote sono moneta pubblica. Emessa da un ente pubblico, la banca centrale. Ma esiste anche la moneta privata, creata dalle banche. La moneta privata sono i depositi bancari. Noi spesso paghiamo usando la moneta privata: con un assegno, oppure con un bonifico, spostiamo una certa somma dal nostro conto presso la banca X al conto di Tizio presso la banca Y. Fino a una ventina di anni fa, per le spese quotidiane si usava il contante, cioè la banconota. Periodicamente andavamo alla banca per “ritirare” soldi, cioè trasformare la moneta privata in moneta pubblica. E con quella si pagava. Oggi invece possiamo stare mesi senza ritirare. Perché? Perché le nuove tecnologie di pagamento (carte di credito, bancomat, applicazioni e sistemi vari) ci permettono di usare moneta privata con pochissime restrizioni.
Peccato che circa due terzi della moneta privata che normalmente usiamo (i circuiti Visa e Mastercard) non sia in mani europee. Visa e Mastercard sono aziende americane. Un giorno, forse un giorno non lontano, dati i tempi che corrono, potremmo trovarci nei guai. Improvvisamente, per una di quelle ritorsioni trumpiane alle quali siamo ormai avvezzi, i canali di trasmissione della moneta privata potrebbero diventare inutilizzabili. Ecco che nasce l’idea dell’euro digitale.
L’euro digitale non è altro che la banconota in euro digitalizzata. Moneta pubblica digitale. Quando il progetto andrà in porto, ognuno di noi potrà avere un wallet (portamonete) digitale con qualche migliaio di euro, spendibili ovunque esattamente come gli euro di carta. Le Poste Italiane e le banche saranno abilitate a fornire questi wallet a chi ne faccia richiesta. Poste e banche gestiranno il wallet, cioè si occuperanno di registrare le transazioni, ma ciò che sta dentro il wallet – gli euro – sarà un credito del proprietario del wallet nei confronti della banca centrale. Esattamente come per le banconote. Per chi non lo sapesse: la banconota rappresenta un credito del cittadino nei confronti della banca centrale. Questo credito, il cittadino lo può trasferire a chiunque in modo molto semplice: basta consegnare la banconota e il credito è trasferito. Allo stesso modo funziona il wallet. Ci avviciniamo, come vedete, al modello teorico del SISTEMA DI REGISTRAZIONE accentrato, del quale ho parlato all’inizio.
Ora vediamo che succede alle persone in carne ed ossa. Come vedremo, l’euro digitale presenta qualche altro vantaggio. Per esempio per i soggetti fragili che non hanno un conto in banca. Prendiamo un pensionato che non abbia un conto bancario o postale. Come può usufruire della moneta digitale? Il percorso è semplice. Va all’ufficio postale e ritira la propria pensione in banconote. Lì stesso, versa una parte di queste banconote nel suo wallet, al quale potrà attingere per le sue spese. Come? In due modi: o attraverso una carta di debito (cioè una carta prepagata) oppure attraverso una applicazione sul cellulare. Quando il wallet si svuota, deve essere rimpinguato. Ecco tutto. Così coloro che non possono o non vogliono avere conti con la banca o con le poste avranno la comodità del contante digitale. È tra la popolazione più anziana, dicono le statistiche, che si registra lo zoccolo duro della “esclusione finanziaria”.
Veniamo ora al cittadino cosmopolita che già da trent’anni usa la moneta digitale. E che ha uno o più conti bancari, una o più carte di credito. Che incentivi avrebbe a usare uno strumento di questo genere? Non pochi. Primo, si tratta di moneta pubblica. Se ipoteticamente la sua banca dovesse fallire, il suo wallet rimarrebbe intatto. Secondo, le transazioni sono sempre garantite, perché, come abbiamo visto, non dipendono da canali privati: se un giorno i circuiti Visa o Mastercard dovessero divenire indisponibili, i nostri wallet sarebbero sempre funzionanti. Terzo, la privacy. Molti usano le banconote perché garantiscono una privacy totale su chi dà e su chi riceve il denaro. Idem per l’euro digitale. Al contrario di quanto avviene per i circuiti oggi esistenti (Visa, Mastercard, bancomat), il wallet digitale potrà essere usato in modalità non in linea, per mezzo della tecnologia NFC (near-field communication). Questo significa che quando torni in linea non rimane traccia della transazione in sé: solo i saldi dei conti sono cambiati. La cosa può piacere o non piacere, ma lo scopo è quello di offrire ai consumatori un esatto analogo digitale della banconota.
Questo significa forse che i capi della Mafia potranno fare transazioni non tracciabili per milioni di euro? No. Ci sarà un limite alla dimensione del wallet individuale. Il limite non è stato ancora fissato, ma sarà intorno ai 3.000 euro. Una cifra bassa, indubbiamente, ma ragionevole. Se fosse più alta, la criminalità avrebbe un’autostrada a disposizione per il riciclaggio. Supponiamo ora che i famosi rischi strategici si materializzino, e che per un periodo indefinito non possiamo usare i circuiti Visa e Mastercard. Che ci facciamo con 3.000 euro? Poco. Ma in quel caso, la BCE avrà la possibilità di innalzare temporaneamente il limite, in modo che l’euro digitale possa sopperire effettivamente a tutte le normali necessità di pagamento. Un passo non da poco nel garantire all’Europa piena autonomia strategica nel campo dei pagamenti.
Si parte dunque? Quando lo si potrà avere questo tanto atteso euro digitale? Sul piano giuridico, rimane da sistemare il regolamento. Il Parlamento Europeo ha da poco licenziato la propria versione, che sarà riconciliata, nei prossimi mesi, con la versione del Consiglio. Entro la fine dell’anno avremo il testo definitivo. Sul piano tecnico (parliamo di data center, software, cybersicurezza) il progetto è in dirittura di arrivo, e nel 2027 inizierà la sperimentazione sul campo, con gruppi di utenti selezionati. Chi ha familiarità con grandi progetti informatici capisce di sicuro la complessità del compito: i tecnici devono mettere alla prova ogni dettaglio, perché un passo sbagliato rischia di mandare in tilt tutto il sistema. Finita la sperimentazione, all’inizio del 2029 ognuno di noi potrà mettersi in tasca (virtualmente) gli euro digitali.
Potrà allora il compito monetario dirsi concluso? Non ancora, credo. Quello che resta da costruire è un canale di pagamento privato che possa competere con i grandi colossi Visa e Mastercard. Il pubblico sta facendo la sua parte, ora tocca alla tanto osannata industria privata muoversi nell’interesse del popolo. Il Brasile e gli altri Brics lo stanno facendo. L’Europa ha ora più bisogno che mai di imprenditori privati che interpretino le necessità dei consumatori, nella finanza come nell’industria. Speriamo che, almeno questa volta, la “mano invisibile” di Adam Smith si metta in movimento.