1979. Assalto alla Banca di Italia
Nelle ricostruzioni storiche e nelle memorie di un Paese, ci sono vuoti che, a soppesarli adeguatamente, sono rivelatori. Marcano un prudente, forse imbarazzato distacco, da certi snodi cruciali. Un girar altrove lo sguardo che si fa significativo. Perlomeno quanto l'evidente massiccia focalizzazione di saggi, studi, memorie su altri eventi cruciali collocati dentro gli stessi anni.
Uno di questi vuoti viene ora finalmente riempito dal puntiglioso e rigoroso saggio Attacco alla Banca d'Italia. La difesa di Paolo Baffi che Beniamino Andrea Piccone, storico dell'economia, ha dedicato all'assalto politico e giudiziario che nel marzo 1979, decapita la Banca d'Italia.
È stata un'azione brutale dispiegata da quella procura di Roma, "il porto delle nebbie" per i cronisti, che sul crinale tra gli anni Settanta e gli Ottanta agisce in obbedienza alla componente andreottiana allora al governo (Andreotti premier, e il suo braccio destro Franco Evangelisti sottosegretario alla presidenza). E opera in sintonia con la cordata piduista retta da Gelli che si è ramificata dentro il sistema bancario privato di Sindona, patron della Banca Privata e di Roberto Calvi, dominus del Banco Ambrosiano.
Una neoplasia corruttiva cresciuta durante il lungo governatorato del predecessore a palazzo Koch di Baffi, Guido Carli, alieno dal metter mano al verminoso dossier.
Un dossier in cui confluisce poderosamente anche il malaffare della consorteria affaristica cresciuta a Roma all'ombra dell'Italcasse, l'istituto finanziario delle banche di risparmio che fa da elemosiniere alla DC e che ha concesso crediti sterminati al gruppo dei fratelli Caltagirone. Consentendo il loro vertiginoso decollo prima di quella bancarotta che sembrò far tracollare il loro impero immobiliare.
Con Baffi governatore, affiancato dal suo direttore Mario Sarcelli, le cose cambiano radicalmente.
E come spiega con cristallina chiarezza Piccone – che a Paolo Baffi ha dedicato negli scorsi anni diversi saggi (Paolo Baffi. Parola di governatore, scritto con Sandro Gerbi; Paolo Baffi. Servitore nell'interesse pubblico. Lettere 1937-1989; Anni del disincanto. Carteggio tra Baffi e Arturo Carlo Jemolo nonché Via Nazionale e gli economisti stranieri, tutti editi da Aragno editore), il bersaglio della Procura di Roma, e dei mandanti che ne orientavano l'azione, non è certo casuale.
Baffi, nominato governatore nel 1975 dopo la lunga stagione di Guido Carli, imprime alla Banca d’Italia una linea di rigore che rompe con molte abitudini consolidate. Economista di prestigio, austero, schivo, estraneo alle liturgie del potere, rappresenta una figura inconsueta nel panorama italiano: un civil servant nel senso pieno dell’espressione. Con lui e con Sarcinelli, la Vigilanza cambia passo. In pochi anni vengono effettuate oltre seicento ispezioni. Molti istituti che da tempo immemorabile non erano mai stati controllati finiscono finalmente sotto esame. Baffi lo dirà poi con parole nette: la sua gestione ha aggredito «i santuari del malcostume e delle confraternite». È una formula che suona quasi come una sentenza. E che spiega, da sola, la rabbiosa reazione degli interessi colpiti.

Uno di quei santuari era l’Italcasse. Formalmente Istituto di credito delle casse di risparmio italiane, nei fatti snodo decisivo di una rete politico-affaristica che distribuiva risorse, coperture, favori. Il suo direttore generale, Giuseppe Arcaini, era considerato l’elemosiniere della Democrazia cristiana. Attraverso Italcasse passavano i rapporti con il gruppo dei fratelli Caltagirone, protagonisti di un’espansione edilizia gigantesca nella Roma degli anni Settanta. Prestiti bancari, cantieri, acquisti da parte di enti pubblici, protezioni politiche: il circuito era collaudato. E al centro, sul versante politico, si stagliava la corrente andreottiana, con Franco Evangelisti nel ruolo di terminale operativo, uomo di fiducia del presidente del Consiglio, cerniera tra potere istituzionale e sottobosco affaristico.
Quando nell’agosto del 1977, all’indomani di Ferragosto, gli ispettori della Banca d’Italia entrano all’Italcasse e vi restano per oltre sette mesi, quel sistema capisce che qualcosa è cambiato davvero. Le irregolarità emerse sono così gravi da portare al commissariamento dell’istituto. I commissari confermeranno la gravità dell’esposizione verso i Caltagirone. È uno shock. E insieme un segnale: la Vigilanza non si ferma più davanti ai nomi, alle appartenenze, ai santuari.
È dentro questo scenario che matura l’iniziativa della Procura di Roma. Non una procura qualunque. Quella che i giornalisti chiamano, da tempo, il “porto delle nebbie”. Quella guidata da Giovanni De Matteo, magistrato di orientamento apertamente reazionario, affiancato in un ufficio istruzione dominato da Achille Gallucci. Ed è qui che entrano in scena Alibrandi e Infelisi. Il secondo è in rapporto con ambienti vicini ai Caltagirone. Il primo è una figura ancora più torbida, anche per il peso che sulla sua posizione grava la vicenda del figlio Alessandro, militante dell’eversione nera, uomo dei NAR, ripetutamente coinvolto in episodi di violenza armata e tuttavia protetto da una singolare indulgenza giudiziaria.
È questo uno dei punti più inquietanti della ricostruzione.
Non perché basti, da solo, a “spiegare” l’accanimento contro Baffi e Sarcinelli, ma perché illumina il clima di ricattabilità, di ambiguità e di compromissione che circonda uno dei magistrati protagonisti dell’inchiesta. La parabola del figlio si chiuderà tragicamente nel 1981, in un conflitto a fuoco con la polizia. Ma già prima la sua vicenda getta una luce sinistra su chi, in nome della legalità, sta colpendo il vertice della banca centrale.
L’accusa formale riguarda il Credito Industriale Sardo e la presunta omissione di comunicazioni da parte della Banca d'Italia all’autorità giudiziaria. Ma la pretestuosità dell’impianto emergerà in seguito con chiarezza. La prassi era nota. Alla magistratura venivano trasmessi i rapporti da cui emergevano ipotesi di reato. Nel caso del CIS, quel reato non emergeva. Infatti anni dopo, Baffi e Sarcinelli saranno totalmente scagionati da quelle accuse. Eppure da quella forzatura prende forma l’azione che porta all’arresto di Sarcinelli e all’incriminazione di Baffi.
A quel punto, il messaggio è duplice.
Da una parte si vuole fermare la Vigilanza.
Dall’altra si vuole isolare moralmente chiunque provi a difenderla. Per questo una scena, degli economisti convocati a scopo intimidatorio in Procura, è così importante e potrebbe fare da significativo trailer a una vicenda, quella ricostruita da questo libro, che meriterebbe di andare sugli schermi.

Federico Caffè, Nino Andreatta, Luigi Spaventa, Paolo Sylos Labini, Mario Monti, Ezio Tarantelli, Marcello De Cecco e altri hanno firmato un testo di solidarietà con Baffi. Non è un gesto rituale. È la presa d’atto che si sta colpendo un presidio dello Stato. Ma proprio per questo chi ha avuto l'incarico di decapitare la Banca d'Italia sa che non può fermarsi: bisogna fare il vuoto attorno a Baffi e a Sarcinelli. E, verso coloro che hanno espresso solidarietà e stima nei loro confronti, occorre mostrare la faccia feroce. Umiliarli, sminuirli, far vedere che nessuna autorevolezza culturale può opporsi alla macchina dell’intimidazione. Nel palazzone della giustizia romana, Infelisi urla, sbraita, irride. Li tratta come allievi discoli e indisciplinati. Qui il professore sono io, fa capire. Una frase non solo espressione di arroganza personale. È la formula di un potere che, sentendosi coperto, può permettersi di degradare uomini di studio a scolaretti da redarguire.
Intanto nel corso di quegli affannosi giorni del 1979 gli eventi precipitano. Il 20 marzo viene assassinato il giornalista Mino Pecorelli, che stava per pubblicare una nuova inchiesta sugli assegni legati ad Andreotti e al sistema Italcasse. Pochi mesi dopo, l’11 luglio, Giorgio Ambrosoli viene ucciso a Milano per mandato di Michele Sindona, il banchiere che Andreotti aveva definito anni prima “salvatore della lira”. È lo stesso contesto. Lo stesso paesaggio morale. Lo stesso grumo di finanza opaca, coperture politiche, violenza e intimidazione. Sullo sfondo c’è anche il Banco Ambrosiano di Roberto Calvi, altro nodo decisivo di quel sistema, su cui la Vigilanza di Baffi e Sarcinelli hanno cominciato a mettere le mani.
In questo passaggio si vede bene perché parlare di “attacco” forse non basta. Quello che si compie è un assalto alla Banca d’Italia. E un assalto non si misura solo dall’esito immediato degli atti giudiziari, ma dal danno strategico che produce. Sarcinelli viene allontanato dalla Vigilanza. Baffi, sentendosi ormai impossibilitato a continuare, rassegna le dimissioni nell’ottobre del 1979. Il proscioglimento pieno arriverà soltanto nel giugno del 1981. Troppo tardi per cancellare gli effetti politici dell’operazione.
Anche il Quirinale, in quella vicenda, non è all’altezza. Sandro Pertini non coglie fino in fondo la gravità istituzionale dell’assalto. Antonio Maccanico, segretario generale della Presidenza della Repubblica, capisce invece benissimo ciò che sta accadendo e diventa l’unico vero canale di interlocuzione tra via Nazionale e il Colle. Ma il freddo distacco di Pertini resta una delle ombre di questa storia. Lo si vedrà anche più tardi, quando rifiuterà di nominare Baffi senatore a vita. Eugenio Scalfari ricorderà con amarezza la chiusura di Pertini davanti a quella proposta riparatrice. Come se i meriti di un servitore dello Stato, appartato e schivo, pesassero meno delle biografie più immediatamente riconoscibili dalla liturgia resistenziale.
Le conseguenze si vedranno negli anni successivi. Il Banco Ambrosiano crollerà. Calvi finirà impiccato sotto il ponte dei Frati Neri a Londra. Sindona morirà avvelenato nel carcere di Voghera. Gelli fuggirà. Sarcinelli, amareggiato ma non vinto, tornerà poi al servizio dello Stato chiamato da Andreatta al Tesoro. Baffi si ritirerà a Basilea, quasi un esule, a studiare la storia della Banca dei regolamenti internazionali. Piero Barucci riassumerà quella stagione con una formula severa e giusta: nel giro di pochi mesi il Paese fu privato di tre coscienze limpide: Ambrosoli, Baffi e Sarcinelli. Uno fu messo a tacere per sempre. Uno fu posto fuori gioco. Uno fu piegato, ma non vinto.
C’è poi un dettaglio che dovrebbe pesare come un macigno nella memoria della magistratura italiana. Nel maggio del 1984, al momento di lasciare la carriera, il sostituto procuratore generale della Cassazione Cesare D’Anna pronuncia un discorso di commiato in cui chiede solennemente perdono a Baffi e Sarcinelli e a tutte le vittime di un «distorto, iniquo esercizio del potere giudiziario». È una frase inusuale della sua brutale franchezza. Non ripara nulla, naturalmente. Ma certifica che ciò che era accaduto non poteva essere rubricato a semplice errore. Era stato uno sviamento del potere giudiziario. E il fatto che a dirlo fosse un alto magistrato rende quella ammissione ancora più pesante.
È qui che il libro di Piccone acquista tutta la sua importanza. Non solo perché ricostruisce con puntigliosa precisione documentaria, cristallina scrittura e passione civile un episodio decisivo di quella stagione politica, ma perché illumina il vuoto che lo ha circondato per decenni.
Possibile che un assalto di questa gravità all’autonomia della banca centrale sia rimasto così a lungo in una zona periferica della nostra storiografia civile e politica? Possibile che su un passaggio tanto rivelatore abbiano pesato più il silenzio, la rimozione e il fastidio che la volontà di capire?
C’è infine un elemento, non secondario, su cui vorrei soffermarmi. Un libro come questo, così generoso nell'attingere alle fonti, così rigoroso nel ricostruire i fatti e "nell'unire i punti", così utile – anzi direi irrinunciabile – nel colmare un vuoto su un momento centrale nella storia della Repubblica, non esce in una collana storica di una grande casa editrice. Arriva ai lettori come autopubblicazione. Anche questo è un segno. E forse meriterebbe di essere interpretato. Perché dice qualcosa non solo sul destino editoriale di un saggio, ma sul modo in cui il nostro sistema culturale continua a selezionare, a marginalizzare o a rinviare alcuni nodi decisivi della storia nazionale. A volte i vuoti della memoria non nascono da una mancanza di documenti. Nascono dal fatto che certe storie, ancora oggi, disturbano troppo.