Mark Fisher: un futuro già passato

5 Maggio 2026

Una fortunata serie di eventi ha fatto sì che nelle scorse settimane due uscite, editoriali e audiovisive, abbiano rimesso al centro di una fetta del panorama culturale italiano la figura di Mark Fisher (1968-2017): critico culturale, teorico della politica e attivista anti-capitalista britannico. La sua riflessione intellettuale ha avuto una grande fortuna e un’intensa ricezione nel nostro Paese nell’ultimo decennio, suscitando dibattiti e offrendo nuove chiavi di lettura del presente. La forza dell’autore è stata quella di saper parlare in maniera diretta e chiara dello stato in cui verte la nostra quotidianità lavorativa, relazione, sociale, psichica, rimarcando schiettamente, contro l’opera di dissoluzione del sociale e della solidarietà messa in atto dal neoliberalismo negli ultimi decenni, che il personale è politico e consentendo di riconoscerci l’un l’altro come parti di un insieme atomizzato che forse può riorganizzarsi. Valerio Mattioli, infatti, aveva parlato nella prefazione di Realismo capitalista di «funzione Fisher» per indicare una straordinaria capacità di instaurare un rapporto dialogico fondato sull’empatia con il lettore. E se Einaudi ha deciso di tradurre la tesi di dottorato del giovane Fisher, scritta nel 1999 e pubblicata in italiano con il titolo di Materialismo gotico. Vivere e morire al tempo delle macchine, il collettivo inglese Close and Remote ha realizzato invece un documentario autoprodotto dedicato alla galassia fisheriana – We Are Making a Film About Mark Fisher – che sta girando l’Italia con una serie di proiezioni ad hoc.

L’uscita quasi in contemporanea delle due opere, quasi due poli del medesimo universo, si presta inevitabilmente a confronti e riflessioni. Materialismo gotico è uscito come ultimo tassello di una più grande e meritoria opera di pubblicazione degli scritti dell’autore realizzata dalle case editrici Nero e minimum fax, consentendo al lettore di compiere uno scavo archeologico nel suo pensiero e di individuare i problemi che attraversavano la sua prima fase di studi. Al contrario, We Are Making a Film About Mark Fisher si interroga, ripercorrendone alcuni concetti chiave, sulla sua eredità politica, culturale e intellettuale. Entrambe le operazioni, tuttavia, suscitano qualche perplessità. Da una parte, il docufilm sembra rivolgersi unicamente agli “addetti ai lavori”, ovvero a un pubblico che conosce a menadito il pensiero dell’autore, e che finisce per non aggiungere nessun elemento di novità alla riflessione, né di riempire i vuoti che la sua scomparsa ha lasciato. Nel caso della pubblicazione di Materialismo gotico, invece, è legittimo chiedersi come un libro scritto alla fine degli anni Novanta – e particolarmente intriso dalla temperie culturale e politica dell’epoca (cyberpunk, postmodernismo) –, possa rispondere alle grandi questioni del presente, come vorrebbe la collana Maverick di Einaudi all’interno del quale è stato pubblicato. Fisher è stato talmente profetico da saper prevedere con più di vent’anni di anticipo la realtà odierna?

Il testo ruota attorno al sintagma del titolo e alla nozione di «flatline gotica» che indicano una concezione della realtà materiale come campo instabile e perturbante, attraversato da flussi informativi, tecnologici, capitalistici che dissolvono i confini tra animato e inanimato, tra umano e non-umano, interno ed esterno, corporeo e incorporeo, producendo al contempo una condizione di continuità senza rottura né trascendenza – una linea piatta appunto – in cui ogni possibilità di alterità o di fuori viene riassorbita all’interno del sistema stesso. Questi concetti chiave rappresentano quindi aggiornamenti necessari alla comprensione del capitalismo postfordista nel suo sviluppo informatico, in cui l’agentività della macchina, o più ampiamente del non-organico, diventano centrali. Visione che non pare discostarsi troppo dall’Actor-Network Theory di Bruno Latour che ha riscosso e continua a riscuotere un grandissimo successo.

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Partendo da queste premesse e facendo interagire le traiettorie teoriche di Gilles Deleuze e Félix Guattari, di Fredric Jameson, di Jean Baudrillard e di Karl Marx, servendosi delle idee considerate più interessanti di Marshall McLuhan e di Sigmund Freud, e affermando che la fantascienza «post-prometeica» e il cyberpunk dell’epoca – Videodrome, Neuromante, La mostra delle atrocità e Blade Runner – avessero una capacità maggiore rispetto a qualsiasi teoria sociale di leggere il reale e di prevederne le trasformazioni, Fisher realizza dunque un percorso che indaga alcuni temi classici dei media studies e della filosofia della tecnica degli anni Novanta: la critica all’umanesimo e la deflagrazione della soggettività borghese, le trasformazioni della dimensione corporea e la sua incorporazione non-protesica della tecnologia, lo statuto precario della realtà nella sua commistione con la falsificazione, e l’influenza del tecnologico sulla riproduzione. In questo quadro si comprende l’impiego della cibernetica che diventa non solo una lente di comprensione ma una vera e propria ontologia che descrive un mondo ormai strutturato da circuiti di informazione e feedback – «la graduale ma implacabile traduzione di ogni aspetto della natura/cultura in codice» (p. 137) – in cui il soggetto non è più origine dell’azione ma nodo all’interno di reti più ampie che lo attraversano e lo determinano. Questo tuttavia è uno strumento problematico che verrà abbandonato dal Fisher successivo, in quanto, perfettamente compatibile con la dottrina neoliberale e con il suo progetto di applicare la logica e la razionalità del mercato all’insieme delle dinamiche sociali. Uno studioso come Garrett Hardin aveva notato già nel 1959 che la mano invisibile del mercato è un principio omeostatico che funziona secondo una logica cibernetica e lo stesso Fisher, in Realismo capitalista, sottolinea che «se da una parte la condizione postfordista – segnata da precarizzazione, flessibilizzazione ed esternalizzazione – richiede una maggiore cibernetizzazione dell’ambiente di lavoro, dall’altra, è proprio da tale cibernetizzazione che questa nuova condizione emerge». (p. 78).

Queste posizioni vanno dunque contestualizzate all’interno dell’esperienza della CCRU – Cybernetic Culture Research Unit – un gruppo para-accademico e sperimentale che intrecciava filosofia continentale, cultura rave e fantascienza, fondato nel 1995 all’Università di Warwik dalla teorica cyberfemminista Sadie Plant e finalizzato all’approfondimento degli internet studies, che rappresenta certamente una fase importante per il giovane Fisher ma le cui visioni sono sostanzialmente antitetiche con quelle sostenute nei suoi testi degli anni Duemila. Insieme a figure come Kodwo Eshun, Luciana Parisi, Nick Land, Iain Hamilton Grant, Kode9, Fisher esplora le punte più avanzate del mutamento capitalistico e quindi delle tecnologie. Persuasi che il capitalismo avesse un portato rivoluzionario e disgregatore, e che la sua logica fosse quella dell’accelerazione, i membri della CCRU sostenevano che l’unico modo per superarne il dominio, fosse «la via attraverso» cioè l’accettazione e l’esasperazione delle sue dinamiche, anziché un’opposizione serrata, tanto che qualcuno è arrivato a descrive questa esperienza come «Thatcherismo deleuziano».

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Queste posizioni si legano con l’atteggiamento stesso tenuto dall’autore in Materialismo gotico, in cui convivono paradossalmente una postura apocalittica e nichilistica, e simultaneamente la sensazione che le tecnologie cibernetiche che irrompono dal futuro possano essere ancora uno strumento di emancipazione. Ma è importante ricordare che la bolla speculativa delle dot-com, caratterizzata da un rapidissimo aumento del valore delle aziende attive nell'ambito di internet, e da un conseguente crollo degli indici di borsa statunitensi raggiunse il suo culmine nel 2000 – un anno dopo della stesura della tesi – segnando uno spartiacque decisivo nella storia di internet e delle comunicazioni. È probabile inoltre che nel campo delle scienze umane e sociali si sia iniziato a intendere il neoliberalismo non solo come dottrina economica, ma anche come strumento di governo delle vite e di produzione delle soggettività, solo a partire dal G8 di Genova del 2001 e soprattutto, dalla pubblicazione nel 2004 del corso di Michel Foucault al Collège de France del 1978-1979 sulla nascita della biopolitica (sebbene uno studioso come Stuart Hall ne avesse già sottolineato il portato socio-politico negli anni Ottanta).

Riportare le visioni fisheriane del periodo accelerazionista in un presente in cui il capitalismo digitale si è riorganizzato in chiave monopolistica, ed è improntato sulla logica della platformization e sul dominio dell’algoritmo, risulta quindi bizzarro e disorientante. Va riconosciuto, pero, – con il Fisher di Spettri della mia vita – che viviamo nell’epoca della “Retromania” in cui l’anacronismo viene dato per scontato e il postmodernismo analizzato da Jameson – con le sue propensioni alla retrospezione e al pastiche – è ormai naturalizzato. Chi negli ultimi cinque anni si sia trovato a seguire certi ambienti della musica elettronica o delle arti visive e performative, avrà notato ad esempio, con fastidio o con entusiasmo, la riproposizione di immaginari provenienti dagli anni Novanta che vengono propinati come elementi di un’avanguardia estetica futurista ma che in realtà dimostrano la nostra incapacità morfogenetica.

I tatuaggi neogotici destinati a diventare enormi macchie di inchiostro, una rinnovata egemonia delle sonorità jungle, la riapparizione fantasmatica della New Age, e la realizzazione di opere audiovisive di dubbia qualità che riattualizzano il Body horror o fondate su estetiche lo-fi, sono solo alcuni dei sintomi di quella che Franco “Bifo” Berardi – ripreso sempre da Fisher – aveva chiamato «lenta cancellazione del futuro». All’interno di un quadro così deprimente in cui il futuro inteso come possibilità di immaginazione del nuovo è precluso, in cui pare non esistere innovazione politica, estetica e intellettuale, e in cui l’unica via possibile parrebbe quella del rimescolamento di idee e stili provenienti dal passato, allora forse un libro degli anni Novanta può paradossalmente parlare all’oggi.

La frantumazione e la contorsione dei piani temporali nei quali siamo immersi può dunque giustificare l’assenza, nell’edizione Einaudi, di una prefazione adeguata, capace di storicizzare e di contestualizzare innanzitutto i contenuti del testo? Il lettore viene infatti gettato nel pensiero giovanile di Fisher dotato di poche coordinate interpretative, mentre i dubbi legittimi che possono emergere vengono chiariti dopo duecentoquaranta pagine da una (fin troppo) breve postfazione scritta da Adam Jones che invita a cogliere alcuni scarti che intercorrono tra la fine del primo millennio e l’oggi; tra il pensiero del giovane Fisher e i suoi sviluppi più maturi.

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Mark Fisher, Gemma Planell / MACBA, Wikimedia Commons.

In ogni caso non tutto il contenuto del testo risulta desueto ed è particolarmente interessante come Fisher individui un punto preciso in cui le tecnologie mediatiche diventano una forza che interviene direttamente sulla costituzione del soggetto mediante la sua cattura e la sua sopraffazione all’interno dei circuiti cibernetici. L’autore usa il termine “pornografia” che «ha a che fare solo apparentemente (o inizialmente) con il sesso biotico, funzionando piuttosto come una testa di sonda attraverso cui esplorare le tecniche per la massimizzazione della stimolazione (e, di conseguenza della sua gestione)». (p. 99) In questa direzione diventa centrale il problema dell’«amplificazione dell’affetto» (p. 29) che i media mettono in campo, trasformandosi in dispositivi «post-ottici», in cui la dimensione tattile ha il sopravvento, come nella celebre scena di Videodrome in cui lo schermo si protende verso l’esterno per incontrare il protagonista. La pornografia, insomma diventa la totale perdita di distanza fra il soggetto e l’oggetto della rappresentazione, in cui si entra all’interno della sfera del contagio virulento e non della persuasione.

Fisher riprenderà questo tema e lo svilupperà nuovamente all’interno di Realismo capitalista, collegandolo alle peculiarità del soggetto neoliberale segnato da un’impotenza riflessiva caratterizzata dalla condizione depressiva di consapevolezza circa la catastrofe che lo circonda e di simultanea incapacità di agire. Eppure – nota l’autore – la depressione che solitamente è segnata dall’incapacità di provare piacere, è inserita oggi in un sistema di iperstimolazione passiva, che contribuisce a una progressiva saturazione e favorisce l’impotenza. Più i soggetti sono esposti a stimoli e possibilità, più si rafforza la sensazione di non poter agire realmente. In questo senso, la pornografia, intesa come logica dell’iperstimolazione, diventa una metafora efficace del funzionamento del capitalismo contemporaneo: un sistema che promette accesso illimitato al piacere, ma che al tempo stesso neutralizza la possibilità di trasformarlo in esperienza significativa. In conclusione, Fisher aveva già compreso in Materialismo gotico, come in un mondo in cui tutto è reso immediatamente disponibile e consumabile, la difficoltà non è più l’accesso, ma la possibilità stessa di sottrarsi a un flusso continuo che impedisce la riflessione e l’azione.

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