Latour: contro la sociologia senza qualità

15 Agosto 2022

Il sociale: questo sconosciuto. O forse, di più: il sociale, questo fantasma. Pura bolla di sapone. A ben pensarci infatti non c’è un dominio sociale che preesiste al diritto, all’economia, alla politica, alla salute, all’arte, alla psicologia o a qualsiasi altro campo a cui siamo abituati a pensare nella nostra realtà umana e culturale. Eppure, quando non si sa come spiegare fenomeni che riguardano, poniamo, una crisi economica, una spaccatura politica, un problema di management o la gestione della salute pubblica solitamente si dà la colpa al “sociale”, causa ultima e fine dichiarato d’ogni cosa che non si spiega altrimenti. Concepito evidentemente come contesto esterno, qualcosa di residuale e fondamentale al tempo stesso. Utile a spiegare ciò che accade in tutti gli altri domini. 

Bruno Latour, in Riassemblare il sociale (introduzione di Franco Farinelli, Meltemi, 2022, pp. 423), lo dice molto chiaramente: se non c’è niente di particolarmente sociale è perché il sociale non è una cosa, né una qualità che ne spiega altre (tale per cui siamo soliti definire con l’aggettivo “sociale” cose molto diverse come rapporti, fenomeni, cause, classi, fatti perfino) ma è semplicemente – e più profondamente – un tipo di connessioni tra elementi che non sono di per sé sociali. E che, perciò, non è detto che siano esclusivamente umani. Si pensi a un’azienda, mastodontico esempio di organizzazione: non può esistere senza contabilità, computer, telefoni, porte, schermi, ascensori, e cioè vari e assortiti sistemi di deleghe a entità non-umane che partecipano all’esistenza di quella organizzazione. Che non è sociale dunque in senso stretto ma in senso allargato sì: basta prendere in considerazione la molteplicità di connessioni e assemblaggi, spostamenti e localizzazioni, spazi, oggetti, tecnologie che la compongono. 

Riassemblare il sociale è un libro sistematico, che procede per gradi di complessità e di progressiva demolizione della teoria sociologica comune, e ha l’obiettivo esplicito di esporre una nuova e diversa scienza sociale, quella dell’Actor-Network Theory (o ANT), dando una ottima sistematizzazione ad anni e anni di riflessioni di questo sociologo sui generis, filosofo ante litteram, antropologo suo malgrado, semiologo senza saperlo: Bruno Latour. In estrema sintesi: se il mondo si fa complesso, ampio, inestricabile, se i confini tra umani e non umani non sono più distinguibili, se virus, batteri, OMG, embrioni, tecnologie, oggetti chiedono di essere pensati, classificati, se vengono integrati o espulsi dalla congerie sociale, mettendo in crisi ciò che intendiamo per “sociale” e le categorie con cui lo pensiamo, allora non basta più la sociologia tradizionale che ragiona per gruppi, sistemi, regole, stabilità, ma occorre pensare per movimenti, raggruppamenti, rotture, traduzioni, innovazioni. “Il sociale deve essere spiegato invece di fornire spiegazioni”, scrive Latour. Così, la cosiddetta società non sta dietro o sopra ai fenomeni che ci circondano, e nemmeno prima che essi avvengano, ma in mezzo a essi, in primo piano, sulla superficie: si costituisce mentre si forma. Occorre seguirla, guardare che piega prende, che strade percorre. Occorre tracciarla, guardando tutto ciò che la compone: umani certo, ma se necessario anche non umani. 

Perché Latour scrive questo libro a più riprese e nell’arco di trent’anni? Cosa accade tra le prima stesure del volume e la sua pubblicazione? E ancora prima? Per rispondere, occorre considerare in particolare ciò che succede tra gli anni 80 e 90 nell’ambito della sociologia delle scienze e delle tecniche. È infatti in questo campo che Latour inizia a interrogarsi su come è possibile ripensare l’umanità e l’intersoggettività, là dove si moltiplicano gli esseri non-umani, le tecnologie, i ritrovati scientifici, i risultati della ricerca nei laboratori. Quelli che Latour chiama in vari modi: portavoce, traduttori, delegati. È dagli studi su scienza e tecnica che emerge il bisogno di rinnovamento della teoria sociale da cui origina l’ANT.  

Latour pone a fondamento della teoria dell’ANT tre scritti. Il primo, a sua firma, è The Pasteurization of France (1984), dove si descrive, attraverso l’analisi della letteratura scientifica ottocentesca e in particolar modo dei lavori di Pasteur, la comparsa dei batteri come nuovi attori in grado di ridefinire la società francese del Secondo Impero: il contagio ridisegna il contesto sociale, le dinamiche dell’infezione tracciano i rapporti tra le classi, i batteri ridefiniscono il mondo umano, i rapporti interpersonali, le differenze tra ricchi e poveri. Il secondo testo di riferimento è Some elements of a sociology of translation. Domestication of the scallops and the fishermen of St Brieux Bay di Michel Callon (1984), ricercatore che, alla fine degli anni 70, ha iniziato lo stesso Latour agli studi industriali e tecnologici, e che, in quel saggio, ha messo bene in luce come la riduzione della popolazione di capesante in una baia della Bretagna fosse il risultato di un complesso sistema di relazioni e traduzioni tra attori umani (biologi, pescatori) e non umani (le capesante, i numeri e i grafici per rappresentarle).

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Il terzo saggio fondativo dell’ANT è On the Methods of Long-Distance Control: Vessels, Navigation and the Portuguese Route to India (1986), un articolo di John Law su potere e tecnica dedicato al dominio marittimo portoghese nel Seicento, reso possibile da una lunga rete di attori eterogenei che mescolava sistema di navigazione e strumenti intermedi (vascelli, documenti di navigazione, persone). 

In tutti questi casi, non è il famigerato “contesto sociale” a fornire una spiegazione di come si muovono i batteri, o le capesante con i biologi e i pescatori, o di come si dispiega il potere politico e commerciale portoghese. Ma il contrario: sono i batteri, le capesante e le navi a costruire le diverse forme di società, trasformarle, renderle solide, possibili, durature. Esattamente come sono i dossi artificiali, per fare un altro esempio, a controllare il comportamento degli automobilisti sulle strade, sostituendosi ai poliziotti in carne e ossa (non è un caso che in francese si chiamino gendarmes couchés). 

L’ANT, si badi bene, non è semplicemente una scienza delle deleghe agli oggetti. Se così fosse, saremmo davanti alla consueta idea di un mondo spaccato in due: persone senzienti, da una parte, e esseri inanimati, dall’altra; entità culturali da un lato, entità tecnico-scientifiche, dall’altro, siano esse batteri, capesante, battelli, o computer. Il punto è che l’ANT propone una diversa idea del sociale, e della scienza che se ne occupa: il sociale non è qualcosa di strutturato, che sta da qualche parte e spiega tutto il resto, ma è un tipo di associazioni. E la sociologia non può che essere una scienza di queste associazioni, qualsiasi sia la natura degli elementi di cui sono fatte. 

Aggiungerei che un altro testo chiave che aiuta a comprendere che cosa accadeva in quegli anni nelle ricerche su scienze e tecnologie è quello di Latour e Callon intitolato Don’t Throw the Baby Out with the Bath School! A reply to Collins e Yearley (1992) dove i due autori prendono definitivamente le distanze dagli Science and Technology Studies (STS) tradizionali: non c’è una sociologia della scienza e della tecnica, vi spiegano, semplicemente perché non serve una spiegazione sociale della scienza o degli oggetti. Non esiste un contesto sociale che li precede o che gli sta attorno, perché ciò che si dà come scienza, polo delle certezze, e ciò che si dà come socialità, polo delle incertezze, dell’umanità, della negoziazione, non è un punto di partenza ma è un punto di arrivo, un risultato, il prodotto di una divaricazione successiva. Tutta moderna e assolutamente inventata, nel senso di costruita, prodotta, arbitraria. 

Così, ad esempio, non è il diritto a trovarsi dentro un contesto sociale ma è il sociale a costruirsi in certo modo perché ci sono le leggi che fanno sì che le relazioni intersoggettive durino più a lungo e siano organizzate in una precisa maniera. Allo stesso modo, la scienza non subisce “influenze” dall’ambiente sociale né ha un “impatto” su di esso perché ciò presupporrebbe una separazione di principio tra scienza e società: piuttosto, per l’ANT sono gli oggetti scientifici stessi a riassemblare diversamente il sociale. Il Covid-19 ce lo ha mostrato perfettamente. Il contagio è uno dei modi con cui si ridefiniscono i rapporti interpersonali, ai tempi di Pasteur e, seppur con le dovute differenze storiche, anche oggi. 

Si torni all’etimologia di socius, allora, secondo Latour, che è molto più estesa del ristretto significato odierno. Seguire e associarsi, solo poi avere qualcosa in comune, e infine, dalla modernità in poi, stringere “rapporti sociali”, firmare “contratti sociali”, sollevare “questioni sociali”, e così via.

Il significato ristretto del termine “società”, e di conseguenza anche di “sociologia”, precisa Latour, non è una novità: discende dal contrasto, in Francia, alla fine dell’Ottocento, tra il giovane Émile Durkheim e l’anziano Gabriel Tarde, quest’ultimo considerato da Latour un vero e proprio antenato dell’ANT per via della concezione di società straordinariamente simile a quella della teoria latouriana. Ovvero come principio di connessione e non come dominio particolare. Per Tarde, infatti, l’obiettivo della scienza sociologica non era individuare quali forze sociali potessero spiegare determinati fenomeni o risolvere certi problemi politici, economici, sanitari etc., ma era individuare e rintracciare i modi in cui la società si fa e si mantiene. Non escludendo esseri inanimati da queste reti, come organismi biologici e atomi.

Se le associazioni non sono solo umane, allora una scienza sociale che pensa solo quelle, con le parole di Latour “si applica meglio ai babbuini che agli umani”. Nella prospettiva dell’ANT, il legame sociale non è fatto di sociale, ma di altro: l’agency è distribuita su una miriade di attori diversi perché il sociale non è duraturo. Mentre i babbuini, citati tante volte nei lavori di Latour che aveva avuto occasione di osservarli con la primatologa Shirley Strum, passano gran parte del tempo a faticare per tenere in piedi le loro organizzazioni sociali, in lunghe e complesse interazioni faccia a faccia, noi umani spostiamo azioni e interazioni su oggetti, tecnologie, immagini, grafici, architetture.

Rendendo duraturo il sociale. Un sociologo che non consideri la tecnologia non è tale, per Latour. Così come non può esserci un’organizzazione aziendale senza contabilità, una spesa senza cestino, un chiodo senza martello e una cucina senza coltello. Questo non significa che gli oggetti causino le nostre azioni (banale determinismo tecnologico) né semplicemente che gli oggetti agiscano al posto nostro, ma che “nessuna scienza del sociale poterebbe neppure esistere se non si comincia a esaminare a fondo la questione di chi e cosa partecipa all’azione, anche se ciò potrebbe significare ammettere elementi che, in mancanza di un termine migliore, chiameremmo non-umani”. 

La teoria sociale tradizionale pensa ai non-umani come intermediari, cioè come sorta di veicoli che “simbolizzano”, “rappresentano”, “esprimono” una realtà che preesiste, mentre l’ANT invece pensa i vari elementi eterogenei che possono far parte di una rete come mediatori quando agiscono, modificano la situazione di partenza. Una differenza, questa tra intermediari e mediatori, che percorre l’intero lavoro di Latour sui non-umani e che in Riassemblare il sociale trova una nuova e limpida spiegazione. Cos’è dunque un attore-rete? Il punto di una rete su cui l’azione è dislocata e distribuita. Mentre la sociologia standard pensa all’attore come un individuo cosciente che agisce intenzionalmente e che dunque non può che essere umano, per l’ANT, che non è una teoria dell’azione né una teoria dell’attore in senso tradizionale, l’agency sociale non sta da nessuna parte precisa e sta ovunque. L’attore viene fatto agire, in quanto parte della rete. 

Se la sociologia pensa comunemente al sociale e alle sue forze come a qualcosa che esiste e che trova espressione su strumenti vari (si pensi ai quotidiani esprimono le forze politiche, l’opinione pubblica, la cronaca etc.), al contrario l’ANT pensa al sociale come qualcosa che è fatto con quegli stessi mezzi che lo esprimono: se non si stampa il quotidiano, la comunità che si forma intorno a esso non c’è; così un ufficio non c’è senza le scrivanie, le porte, i telefoni, i computer; un’aula senza le sedie non è tale; una biblioteca non esiste come luogo di studio se non vi si collocano tavoli da lettura, sedute, lampade per rischiarare le pagine. Collettivi, eterogenei ed estesi, piuttosto che gruppi sociali precostituiti e separati in persone vs cose.

E cos’è infine questa rete? “La società non è il grande tutto in cui ogni cosa è incastonata, ma ciò che viaggia ‘attraverso’ ogni cosa”. È questa la rete: non è una cosa, non è nemmeno la “forma” della società, piuttosto un modello per descriverla. Ma non nel senso che la società precede tale modello piuttosto, e più profondamente, che è uno strumento per costruirla. Il sociologo che descrive la rete, le sta dando forma, perché ne ri-assembla i partecipanti. Proprio mentre fornisce un resoconto di ciò che osserva, segue le tracce dei suoi attori, nota quali elementi trasformano ciò che c’era prima in qualcosa di diverso, rendono conto di cosa è mediatore e cosa no. I ricercatori non stanno sopra, o dietro la rete, ma tra le sue maglie. È la piattezza il regime visivo ed epistemologico della teoria dell’ANT. 

Perché dunque ri-assemblare? E non semplicemente assemblare? Perché occorre riprendere quell’attività che dal XIX secolo la sociologia ha abbandonato: seguire gli attori stessi mentre costruiscono, reggono, disfano reti sociali, a prescindere dalla loro natura; abbandonare la sociologia che parte dalle forze e dai gruppi e ne cerca le manifestazioni nella realtà, e viceversa ricercare le tracce di questi raggruppamenti. “Se la sociologia del sociale funziona bene con ciò che è stato già assemblato, lascia invece a desiderare quando tenta di riassemblare i partecipanti di ciò che non è – non ancora – il dominio del sociale propriamente detto” (p. 36).

Che si tratti di un nuovo vaccino, un nuovo profilo professionale, un nascente movimento politico, un nuovo sistema planetario, un’epidemia improvvisa, in tutti questi casi “la nostra concezione di ciò che era sinora tenuto insieme è compromessa, perché la definizione precedente è stata resa in qualche modo irrilevante. Non siamo più certi di ciò che ‘noi’ sta a significare; sembriamo vincolati da ‘connessioni’ che non somigliano ai legami sociali riconosciuti” (p. 28). 

In caso di crisi la vecchia sociologia non funziona più ed è “importante divenire sensibili a tipi di assemblaggi inusitati” (p. 373). 

Mentre la modernità si accontentava di due universi separati, natura e società, tecnica e persone, scienza e cultura, oggi le cose non stanno più così e nuove entità chiedono di estendere il repertorio dei legami. È qui che interviene la nuova sociologia, che guarda l’emersione del sociale proprio laddove questo si disfa. 

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