Giovanni Bazoli: i nipoti e la vita eterna
«I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni»: ripresa negli Atti degli Apostoli (2,17) per descrivere l’evento della Pentecoste, la profezia di Gioele (3,1) risulta memorabile per l’inversione di ruoli che sembra implicare. Secondo la mentalità corrente, infatti, il sogno è prerogativa giovanile, mentre la visione – magari anche nella variante aziendalista della vision – presuppone una saggezza accumulata nel tempo. Se non proprio degli anziani, è la virtù degli adulti. L’esperienza religiosa, però, non tiene conto di queste distinzioni. A leggerlo tutto, del resto, il brano di Gioele si fonda proprio sulla deliberata destrutturazione delle gerarchie. Nel tempo propizio, tutti e tutte profetizzano, indipendentemente dall’età e dalla condizione sociale. Il brevissimo capitolo si conclude con un annuncio, «chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato» (Gl 3,5) che davvero si concretizza nella discesa della Spirito sulla comunità degli apostoli. Le «lingue come di fuoco» (At 2,3) innescano un processo che è immediatamente universale, come ben dimostra l’elencazione dei popoli che assistono alla proclamazione della Parola da parte dei Dodici: «Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: “Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell'Asia, della Frìgia e della Panfìlia, dell'Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e prosèliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio”» (At 2,7-11).
A venti secoli di distanza, si ha l’impressione che il prodigio stenti a riproporsi. La Chiesa parla, ma non sempre riesce a farsi intendere. Particolarmente accidentato è il «dialogo tra generazioni» che Giovanni Bazoli intende ristabilire con un piccolo libro di grande densità: Vita eterna. Conversazioni con i miei nipoti (Morcelliana, pagine 94, euro 10). Classe 1932, Bazoli è probabilmente l’ultimo esponente di una tipica tradizione italiana, quella dei banchieri umanisti, da lui reinterpretata nel segno di un cattolicesimo interessato al confronto con la contemporaneità. All’origine, c’è la particolare congiuntura verificatasi a Brescia, la sua città natale, nel corso del Novecento. La figura più conosciuta e rappresentativa rimane quella di Giovanni Battista Montini, ovvero Paolo VI, il papa che porta a compimento il Concilio Vaticano II e contestualmente affronta i drammi e le sfide del suo tempo, dalla pace minacciata al terrorismo, dalle disuguaglianze economiche alla rivoluzione dei costumi, non solo sessuali. Ma non si può dimenticare che la vicenda di Montini si inserisce in una costellazione più ampia, alla quale appartengono i giovani intellettuali cattolici che attorno al 1925 fondano la casa editrice Morcelliana, ancora oggi espressione di una “brescianità” curiosa della cultura e sollecita verso il sociale.
Sono i criteri lungo i quali si è svolta la carriera accademica e manageriale di Bazoli, erede diretto dell’impegno che nell’immediato dopoguerra aveva portato il padre, Stefano, a partecipare ai lavori della Costituente. L’insegnamento all’Università Cattolica del Sacro Cuore, l’attività di risanamento intrapresa negli anni Ottanta con il Nuovo Banco Ambrosiano e poi proseguita fino al riassetto complessivo del gruppo Intesa Sanpaolo, l’azione di mecenatismo avviata attraverso la rete delle Gallerie d’Italia: queste sono solamente le tappe principali di un percorso durante il quale non sono mai mancati i momenti di riflessione e di studio. Per limitarsi ai volumi pubblicati dalla stessa Morcelliana – che ha in catalogo anche i diari di Stefano Bazoli, usciti nel 2016 con il titolo Vivrò –, l’attuale presidente emerito di Intesa Sanpaolo è autore di Giustizia e uguaglianza. Modelli biblici (2005), Mercato e disuguaglianza (2006) e di un saggio, Chiesa e capitalismo (2010), composto a quattro mani con il filosofo del diritto Ernst-Wolfgang Böckenförde.
Pur essendo meno incentrato sulle questioni economiche rispetto ai precedenti, anche Vita eterna è un testo nel quale la testimonianza di Bazoli è resa in modo riconoscibile e convincente. Il punto di partenza è costituito dalla già ricordata difficoltà di far risuonare il messaggio evangelico in una maniera che sia ancora comprensibile e, nello stesso tempo, non edulcorata né addomesticata. L’espediente è appunto lo scambio a distanza ravvicinata tra Bazoli e la generazione dei suoi nipoti o addirittura pronipoti: si prende atto delle contestazioni preliminari, si discutono i problemi, si approda a una conclusione che, nella sua dichiarata provvisorietà, può consentire un’adesione «preliminare» alla Chiesa. Un esercizio di apologetica, senza dubbio, ma condotto con misura e rispetto, oltre che in uno stile di volontaria semplicità. Per approfondire, si può sempre fare ricorso alla bibliografia collocata in appendice.

L’obiettivo principale è costituito dalla volontà di rivalutare «non la Chiesa del culto politico, che è già morto, ma la Chiesa della fede». Dietro questa formulazione di sorprendente linearità si agitano questioni decisive, come quella del rapporto con un «sapere scientifico» che, annota Bazoli, «invade ormai ogni aspetto dell’esistenza umana». Una simile consapevolezza non cancella le implicazioni metafisiche derivanti dalla contemplazione di una creazione che si presenta sotto ogni aspetto come «meravigliosa e imperfetta». È il mistero concomitante del male e della redenzione, dilemma filosofico e teologico per eccellenza, che secondo Bazoli esige di essere esplorato alla luce della rivelazione proprio perché non può essere risolto per via razionale. «I miei giovani interlocutori – scrive –, mentre sono attratti dalla straordinaria figura umana di Gesù e dal programma di vita da lui tracciato, non riescono però a collocare la sua figura divina in un quadro di coerenza tra l’Antico e il Nuovo Testamento». Eppure, prosegue, «l’incarnazione del Figlio, la nascita di Gesù uomo.Dio, è l’evento che ha permesso a Dio di adottare tutti gli uomini come i propri figli, ossia di realizzare il suo disegno di far partecipare tutti gli esseri umani alla sua vita gloriosa».
Discendono da qui sia il «comandamento fondamentale» dell’amore verso il prossimo, sia la speranza in quella «vita eterna» che è in fondo il vero argomento dell’articolata meditazione di Bazoli. «L’idea che alla morte del corpo sopravviva l’anima ha rappresentato una delle più alte conquiste pensiero precristiano», ammette, per aggiungere subito dopo: «Ma i Vangeli hanno annunciato qualcosa di molto diverso: la risurrezione di tutto l’uomo», una restitutio ad integrum che per essere apprezzata o almeno intuita richiede l’ascolto paziente dello Spirito.
Non si tratta di una presa di posizione teorica. Uno dei momenti più toccanti di Vita eterna è costituito dalla sintetica, pudica rievocazione della madre di Bazoli, Bice Colonnari, «morta a ventinove anni per l’infezione provocata dalla spina di una rosa». Nella sua essenzialità, l’immagine riesce a cogliere il legame ineffabile e, da ultimo, inspiegabile tra il dolore innocente e la meraviglia del creato, in una dimensione di coinvolgimento personale che scongiura ogni rischio di semplificazione ideologica. Un buon motivo per prestare attenzione ai sogni degli anziani, in attesa che i giovani riprendano ad avere visioni.