Psicoanalisi della guerra oggi
In un famoso scambio epistolare, nel 1932, Albert Einstein chiese a Sigmund Freud come la psicoanalisi potesse aiutare a capire le ragioni delle guerre. Nella parte finale della sua risposta Freud ha soprattutto sottolineato l’importanza della pulsione di morte, come motivazione umana di base, che normalmente è intrecciata con la pulsione di vita, ma che, non controllata, può produrre una violenza distruttiva che va al di là di ogni esigenza difensiva. Secondo Freud, la speranza in un mondo pacifico dovrebbe essere riposta in un progressivo dominio delle pulsioni da parte della ragione e, contemporaneamente, in un processo di interiorizzazione invece che di esteriorizzazione dell’aggressività (in pratica un aumento del senso di colpa), con tutti i vantaggi, ma anche i disagi psicologici che ne conseguono. D’altra parte, ne conclude, il controllo degli impulsi è il prezzo che gli uomini devono pagare per la costruzione della civiltà.
Dopo Freud sono state proposte molte altre letture psicoanalitiche della guerra, approfondendo le ragioni affettive inconsce che vi contribuiscono, al di là di quelle economiche, politiche o religiose.
In Italia Franco Fornari (1921-1985), alla fine degli anni Sessanta, ha scritto diversi libri sulla psicoanalisi della guerra, in cui sosteneva che i conflitti economici o politici sono necessari, ma non sufficienti a produrre una guerra (Psicoanalisi della guerra, Feltrinelli, 1966, nuova ed. 2023). La pace, infatti, non è assenza di conflitti, ma capacità di elaborali, e perché vi sia una guerra è necessario che si aggiunga un ingrediente inconscio che ne impedisce la composizione. Per Fornari questo meccanismo psicologico è l’“elaborazione paranoica del lutto”. La guerra nella sua prospettiva non è l’espressione diretta e non mascherata di un istinto distruttivo, come aveva proposto Freud, ma deriva piuttosto da vissuti di mancanza (come un senso di perdita di valore, individuale o gruppale), che invece di essere riconosciuti in quanto tali sono proiettati sugli estranei, che diventano così i nemici da combattere, con l’esportazione proiettiva di un conflitto interno. Questo funzionamento della psicologia individuale – che ha una prima base già nella mente del neonato – è condivisa nei popoli attraverso complessi meccanismi di identificazione, che contribuiscono a creare un senso di appartenenza e unità, che porta alla netta contrapposizione tra noi e loro, tra amici e nemici, segnata dai confini linguistici e culturali prima che geografici. Un popolo, quindi, non va in guerra perché sente minacciata la propria sopravvivenza e nemmeno perché coglie l’occasione per esprimere in modo legittimo degli impulsi distruttivi di base, ma perché trova nel nemico un capro espiatorio a cui attribuire la colpa di un vissuto di mancanza di valore.
Nei suoi libri successivi, alla fine degli anni Settanta, non specificamente intitolati alla guerra, ma dedicati all’analisi di altri conflitti (individuali, istituzionali e politici), Fornari ha sottolineato l’importanza del contributo degli ideali affettivi inconsci ai conflitti ideologici che giustificano le guerre (vedi Maggiolini A., Franco Fornari, Feltrinelli, 2026). In un’epoca di guerra fredda vedeva l’Occidente capitalista portatore di valori paterni, più attenti allo sviluppo delle competenze, al merito e alla realizzazione individuale, in opposizione al comunismo dell’Unione Sovietica, portatrice di valori materni, più attenti al soddisfacimento dei bisogni. In mezzo a queste figure “genitoriali”, protettive ma controllanti, l’Europa appariva come un gruppo di fratelli, uniti da valori democratici, di solidarietà e competizione, ma incapaci di liberarsi dalla dipendenza dei due potenti genitori in lotta fra loro.

Quando questi valori affettivi, che hanno una base naturale e che Fornari chiamava “codici affettivi”, invece di essere integrati in modo equilibrato, si assolutizzano e si contrappongono, forniscono una grande forza emotiva e una giustificazione agli ideali politici o religiosi. L’importanza degli ideali si manifesta nel fatto che in guerra gli uomini non solo uccidono, ma vogliono avere ragione di farlo. Le guerre, infatti, si fanno sempre in nome dell’amore (e di Dio, che è il bene assoluto). Per questo chi combatte non è visto come un mostro sadico, ma come un eroe che sacrifica la vita per un bene collettivo o come un martire che muore per difendere i propri ideali. La guerra è un atto di protezione del gruppo, originariamente della famiglia e della prole e poi dei popoli e dei valori con cui si identificano.
Il contributo più recente alla psicoanalisi della guerra è quello di due psicoanalisi americani di origine turca, Vamik e Kevin Volkan, padre e figlio (Human Aggression, War, and Genocide, Pitchstone Publishing, 2025), che da una parte hanno ripreso l’idea di un istinto sadico e distruttivo, ma hanno anche sottolineato l’importanza dell’identità dei grandi gruppi, che spesso si rafforza attraverso il ricordo di traumi storici passati, che contribuiscono alla costruzione di una mitologia condivisa da un popolo. Nel loro lavoro hanno combinato questa analisi con quella della psicopatologia dei leader, definendo diversi stili psicopatologici di personalità, in particolare lo stile narcisistico maligno, in cui la grandiosità, l’arroganza e la manipolazione si combinano con il totale disprezzo dell’altro e l’assoluta mancanza di empatia. Un leader con queste caratteristiche può entrare in sintonia con un vissuto di potenziale svalorizzazione di un popolo, sostenendo la necessità di ritrovare la perduta grandezza, che si tratti del glorioso passato dell’Unione sovietica o di rendere l’America di nuovo grande.
Negli anni Cinquanta lo studio de La personalità autoritaria di Frenkel-Brunswik e Theodor Adorno (1950) ipotizzava una relazione tra la tendenza alle contrapposizioni ideologiche, un orientamento conservatore e uno stile educativo autoritario. Anche se oggi è difficile pensare che sia un’educazione autoritaria a formare persone orientate al conflitto, i nuovi studi sperimentali sul “cervello ideologico” confermano la correlazione tra rigidità cognitiva e tendenza all’ideologizzazione radicale e all’elaborazione persecutoria (più negli uomini che nelle donne). Questa tendenza, combinandosi con altri fattori, come un vissuto di svalorizzazione e di esclusione sociale, può contribuire a produrre atteggiamenti bellicosi.
Queste diverse letture psicoanalitiche della guerra sono in genere basate sull’analisi di meccanismi inconsci della mente individuale, che sono poi estesi alla psicologia di piccoli o grandi gruppi, come le nazioni.
Lo psicoanalista Erik Erikson alla fine degli anni Sessanta aveva introdotto il concetto di “pseudospeciazione”, un fenomeno per cui le diverse civiltà tendono a considerare sé stesse come la vera specie umana definendo gli altri come barbari o macachi. Questo meccanismo porta alla deumanizzazione dell’altro e alla giustificazione della violenza distruttiva. Anche gli etologi spiegano così la violenza intraspecifica: quella che in passato è stata la lotta tra Sapiens, Neanderthal, Denisova e altre specie, si è trasformata in un conflitto tra culture. Questa lotta ha comunque un valore evoluzionistico, perché la competizione tra civiltà e tra valori culturali è l’espressione di un meccanismo di selezione culturale, da subito gruppale prima che individuale (Zmigrod L., Il cervello ideologico, Rizzoli, 2025). La guerra, quindi, può essere vista come la manifestazione di conflitti che derivano da disuguaglianze evolutive, una manifestazione della crescita e non solo di una pulsione distruttiva.

In una prospettiva antropologica la guerra è una violenza letale di coalizione, favorita dallo sbilanciamento dei poteri, che porta un gruppo a trarre vantaggio dalla propria supremazia (Sadun Bordoni G., Guerra e natura umana, il Mulino, 2025). Quello che la psicoanalisi aggiunge a questa prospettiva è che il bisogno di appartenenza, di identità e di valore di un gruppo può a volte essere così forte da superare un calcolo dei vantaggi, oltre al riconoscimento dei meccanismi proiettivi. La vera minaccia per lo sviluppo di Israele o degli USA non sono i palestinesi o il Venezuela, perché chi sta davvero crescendo sono la Cina o i Paesi arabi del golfo.
È difficile riconoscere nelle guerre attuali un conflitto tra grandi ideologie, come è accaduto invece nel Novecento. Eppure, le contrapposizioni ideologiche non hanno perso il loro peso. Oggi il conflitto è tra una concezione più tradizionale dell’identità, con i ruoli affettivi nettamente separati, e una più fluida e individualista. Questa lotta non si esprime solo tra diverse culture, occidentali e orientali, ma è interna agli Stati, dall’Iran agli USA.
Se si dovesse riconoscere l’imperialismo di un codice affettivo oggi, più che i valori materni o paterni o fraterni (come quelli che hanno sostenuto le guerre dei “fratelli d’Italia”, ispirate da principi di libertà, uguaglianza e appunto fraternità), il primato andrebbe al codice maschile. Se ancora Putin nel suo discorso alla nazione ha giustificato l’invasione dell’Ucraina in nome del ricongiungimento dei “fratelli e sorelle” russi del Donbass, i discorsi di Trump sono pieni di riferimenti al rispetto e di spavalde esibizioni di forza e di irrisioni alla debolezza, senza nessun riferimento a valori protettivi o di solidarietà. Sullo sfondo, anche il caso Epstein rafforza l’idea che sia al potere un codice maschile “impazzito”.
Un contributo meno noto alla psicoanalisi della guerra è quello di John Bowlby, che alla fine degli anni Trenta cercava le ragioni della violenza a partire dall’osservazione dei conflitti di gruppo dei bambini e degli adolescenti (Durbin E.F., Bowlby J. et al. (1938) War and Democracy, Routledge, ed. or. 1938, nuova ed. 2020). In fondo se la guerra è una violenza di coalizione, ne riconosciamo un’espressione diretta nelle lotte fra bande di gruppi di adolescenti, per fortuna raramente letali, che ritroviamo descritte per esempio in un romanzo come I ragazzi della via Paal (Molnàr, 1907). Nel mio lavoro con gli adolescenti violenti riconosco che questi comportamenti possono essere visti come l’espressione disfunzionale di un bisogno evolutivo di valore e di affermazione, che cerca un supporto nella coalizione del gruppo, spesso proprio sulla base di un vissuto di disvalore e di esclusione sociale, una dinamica evolutiva che può essere applicata anche allo sviluppo delle nazioni.
Paul Valéry, in uno scritto del 1919, riflettendo sulla crisi dell’Europa al termine della Prima guerra mondiale, scriveva che le civiltà si sviluppano, che nascono e muoiono e nella storia spesso sono state proprio la vittoria o la sconfitta in una battaglia a decretarne la vita o la morte. Le culture hanno la stessa fragilità di una vita.
Un’interpretazione attuale della guerra dovrebbe comunque tener conto della differenza tra tanti tipi di guerra: guerre dichiarate e non dichiarate, guerre intrastatali e interstatali, locali e globali, guerre ibride, aggressioni unilaterali, in cui uno Stato o una coalizione di Stati aggredisce un popolo in evidenti condizioni di inferiorità, guerre combattute tra forze militari e guerre sempre più esplicitamente indirizzate a colpire i civili. Forse le diverse ipotesi interpretative potrebbero essere declinate in funzione dei diversi tipi di guerra.
Quali suggerimenti derivano dalla psicoanalisi per il futuro della guerra e per un’elaborazione non letale dei conflitti? L’indicazione di Freud era per un controllo razionale dell’istinto umano distruttivo. Fornari, che riconosceva la necessità di un governo sovranazionale, pensava però soprattutto a una riappropriazione individuale della violenza, attraverso una “desovranizzazione” dello Stato, che ne detiene il monopolio. Diceva che la guerra è un crimine fantasticato individualmente, ma agito collettivamente, ed è necessario invece che ogni individuo si senta responsabile per la guerra. L’assunzione di responsabilità (non di colpa) individuale si potrebbe tradurre, per esempio, nella necessità di referendum per ogni decisione che implichi il coinvolgimento di uno Stato in un conflitto bellico.
Secondo Fornari non saranno ragioni etiche a porre fine alle guerre, ma la consapevolezza della loro disfunzionalità. Dopo la Seconda guerra mondiale pensava che la prospettiva di una catastrofe globale a causa della bomba atomica avrebbe portato a considerare che la morte del nemico rischia di portare anche alla propria distruzione. Nel film War games (1983) un megacomputer simula lo scenario di una guerra atomica e alla fine conclude che “l’unica mossa vincente è quella di non giocare”. Purtroppo, questa previsione non si è avverata e l’attuale aumento dei conflitti bellici nel mondo induce un comprensibile pessimismo sul futuro. Dobbiamo riconoscere, tuttavia, che in passato la guerra era considerata un modo normale e legittimo di risolvere i conflitti, spesso accompagnata da manifestazioni di entusiasmo, mentre la pace era quasi una parentesi fra un conflitto e l’altro. Oggi, invece, c’è una sempre maggiore consapevolezza degli effetti distruttivi della guerra e la necessità di risolvere diplomaticamente i conflitti, come modo creativo e non distruttivo di elaborare le disuguaglianze tra le nazioni e la competizione tra culture.
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