Ravasio, lo scrittore come mantenuto

27 Agosto 2026

Quattro anni dopo un esordio che ha riscosso un’accoglienza largamente positiva (La vita sessuale di Guglielmo Sputacchiera, Quodlibet 1922), Alberto Ravasio propone il suo secondo libro: tappa cruciale, da unanime giudizio critico, nella carriera di ogni scrittore. Diciamo subito che Ravasio conferma di avere qualità non banali, a cominciare dalla forte impronta personale della scrittura. Ritroviamo qui la brillante effervescenza linguistica, la proliferazione di iperboli e paradossi, la mescolanza fra il registro triviale e quello colto o specialistico; in genere, il gusto per il grottesco, declinato in chiave ora umoristica, ora satirica, ora surreale; il penchant per il repellente, alimentato da una imagery a dominante escrementizia; la galleria di nomi e cognomi emblematici, improntati a bizzarra spietatezza. Galleria dalla quale peraltro il narratore e protagonista, anonimo, viene escluso: e a lettura ultimata ci si può chiedere se questa eccezione nasconda il perno del romanzo, ovvero un punto di debolezza (anche a fronte dell’opposta scelta del primo libro).    

Il grande mantenuto (Quodlibet, 2026) è la storia, narrata in prima persona, di un giovane che aspira a diventare scrittore. La sua ambizione, occorre precisarlo, non è di diventare famoso: il successo è anzi contrassegno di compromissione con un assetto socioculturale che è presentato come, a dir poco, deprecabile. Ciò che egli desidera è diventare un grande scrittore: ossia, secondo i parametri vigenti, un individuo che svolge un’attività gratuita, improduttiva, socialmente non riconosciuta. Dunque, un mantenuto: o meglio, un grande mantenuto. E andrà sottolineata la possibilità di leggere il titolo invertendo i ruoli di aggettivo e sostantivo (un grande mantenuto vs un grande mantenuto).

A mio avviso, proprio la scelta del tema è l’aspetto più critico del romanzo. In primo luogo perché nel terzo decennio del secolo XXI le tribolazioni e le peripezie dell’aspirante romanziere rappresentano il soggetto romanzesco meno appassionante che si possa immaginare. In secondo luogo perché un’incongruenza mina alla base il disegno della trama. Chi decide della qualità di un’opera letteraria? Su quali basi si può considerare grande, ma grande davvero, uno scrittore? Ravasio, sull’onda del suo indiavolato brio espressivo, traccia un panorama degli ambienti letterari drasticamente negativo, dove imperversano pochezza, mistificazione, meschini intrighi, cialtroneria; né s’intravvedono, nel resto della società civile, i profili di lettori della cui stima il grande scrittore potrebbe gloriarsi. Da questo punto di vista, il colpo di scena finale, con la postuma scoperta dell’ultimo capolavoro del grande scrittore personificato, chiamato il Totem, è molto più che la chiusura del cerchio narrativo: è il sospetto (o la spia) d’una deriva autistica.

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Ma non vorrei, con questo, dare un’immagine troppo negativa di un libro che comunque, come dicevo all’inizio, dimostra che a Ravasio il talento creativo non manca. Il ritratto dell’ambiente bergamasco da cui il protagonista proviene è ispirato a una divertita ferocia; la storia d’amore con la coetanea Sara (a differenza delle pagine sulla convivenza con le due lesbiche lecchesi) conosce momenti di notevole intensità; molte invenzioni verbali appaiono incisive e felici – a fronte, peraltro, di alcune trovate più prevedibili. Per intenderci: il rischio dell’automatismo inficia capovolgimenti come «una scrittrice di grande insuccesso», «il teatro antisociale», «la carriera accademica mi appariva secolare e demeritocratica». Di contro, colgono nel segno costrutti metaforici più complessi («mi ero suicidato il futuro»), bisticci tanto ingegnosi quanto sferzanti («la cieca e ciuca operosità orobica»), scarti semantici vertiginosi («davanti a queste due signore mi sentivo un bocciato all’asilo, mettevo in dubbio i miei studi, il mio pollice opponibile»). Tra le sequenze più riuscite, citerei almeno la scena che si svolge a Milano, in zona Brera, presso l’Emporio di scrittura creativa David Foster Carver, dove tra gli altri si esibisce una «vecchia poetessa aldamerinoide» («faceva la profeta di se stessa, si evangelizzava addosso»). Né si può dire che Ravasio manchi di autoironia: fra i tanti titoli di romanzi inediti («il frutto marcio della mia nullafacenza quotidiana») che il protagonista si sforza di spacciare a esperti o presunti tali («un’insolita forma di accattonaggio rovesciato») abbondano le allusioni al suo libro d’esordio: La vita sessuale di don Abbondio, La vita sessuale di Adolf Hitler, La vita sessuale della Balena Bianca, La vita sessuale dell’uomo di Neanderthal. Su un altro piano, appare invece martellante e ininterrotta la coazione all’autodenigrazione del personaggio narrante, esponente di una mascolinità frastornata e centrifuga che, avendo fatto della propria crisi una seconda natura, tende spontaneamente a porsi nei confronti delle donne (donne e uome, direbbe forse Ravasio) in posizione di pregiudiziale, arrendevole subalternità.

Accanto ai tentativi più o meno goffi e improbabili dell’anonimo eroe di trovare una via per il suo debutto letterario, il romanzo svolge altresì una serie di considerazioni sulla condizione sociale degli scrittori che, teste il titolo, vorrebbe avere nell’economia del libro un peso importante. In sintesi: poiché la cultura attiva è ancora un privilegio, argomenta Ravasio, a chi non dispone di risorse autonome essa non offre alcuno strumento di riscatto: anzi, finisce per funzionare come una forma di «discensore sociale». Sulla fondatezza di questa tesi, dal sapore un po’ ottocentesco, non mi pronuncio. La mia impressione è che sia frutto di una mentalità che appare radicata, forse più profondamente di quanto l’autore stesso non ammetterebbe, nella concretezza prosaica, realistica e calcolatrice, certo non immune da grettezza, di cui sono qui emblemi la città di Bergamo (più volte denominata «montagna di merda») e i suoi dintorni, abitati da «gente delle valli, zappatori della vita». Ma, di nuovo, non è che a Ravasio faccia difetto la capacità di leggere i fenomeni sociali. Lo prova la chiarezza con cui mette a fuoco i due «non eventi» che hanno segnato la generazione del protagonista, la crisi finanziaria del 2008 e la pandemia del 2020 (dato che potrebbe costituire, a mio modo di vedere, fertile terreno per altri romanzi); e lo conferma l’analisi della condizione di Sara e della madre Leopolda, la cui agiatezza si rivela a un certo punto labile e in buona misura posticcia.

Ma soprattutto Ravasio ha le idee chiare sul tipo di letteratura che intende praticare. È la lezione impartita al protagonista dal Totem (il «venerato maestro» che alla fine del romanzo si toglie la vita): «La letteratura, mi disse, è il sabotaggio dell’ovvio, delle tavole della legge, della parola di dio, della voce del padrone, delle cose come stanno, del giornalismo, dello specialismo, dei principi e dei valori. La letteratura è la lingua che si tende così tanto da diventare una linguaccia, è la linguaccia della lingua al potere». In effetti, i romanzi di Ravasio questo sono: linguacce, irrisioni dell’ordinario, dileggio dell’autorità, motteggi e sberleffi contro lo status quo, inclusa l’idea (o l’illusione) del primato dell’ego. Non senza sottintesi o implicazioni di carattere morale, o moralistico, che – siamo pronti a scommettere – nelle future prove di Ravasio non tarderanno a emergere.    

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