Grooming & Gossip

7 Luglio 2026

L’espressione corrente in inglese è keyboard warriors. In italiano vengono spesso definiti, con analogo sarcasmo, “leoni da tastiera”. Qualcuno, senza uscire dalla cerchia degli stereotipi antropomorfizzanti, ha proposto il più letterale “iene da tastiera”; altri, più spicci, preferiscono dire “cretini da tastiera” (a maggior gloria dell’etimologia, visto che “cretino” deriva da “cristiano”). In ogni caso, “tastiera” funge da qualificazione spregiativa, sia quando capovolge senz’altro il valore del sostantivo, sia quando ne circoscrive il campo d’azione alla domestica ottantina di pulsanti, in fila per cinque, col resto del trackpad (o del mouse). Sono le migliaia e migliaia, anzi, i milioni di utenti della rete che, approfittando dell’anonimato e dell’impunità garantiti dalle norme vigenti sui nuovi media, sono usi sversare contro chicchessia commenti malevoli, aggressivi, a volte perfino minacciosi, per qualcosa che lui o lei o loro hanno fatto o non hanno fatto, o hanno detto, o taciuto. Insulti, critiche rabbiose e gratuite, condanne sommarie: insomma, quanto di peggio abbia prodotto l’avvento dei social networks – ovvero, secondo il termine invalso (un aggettivo inglese sostantivato e pronunciato all’italiana), dei “social”.

Prima di proseguire conviene soffermarsi brevemente su un altro fenomeno tipico dei “social” (più avanti spiegherò perché continuo a usare le virgolette, nonostante la parola sia già stata accolta dai vocabolari). Mi riferisco al comportamento di chi diffonde in rete, con disinvolta e garrula impudicizia, ogni minimo aspetto della propria vita quotidiana, dal piatto appena servito al ristorante alle pose più o meno memorabili del proprio quattrozampe, dal nuovo acquisto di vestiario all’idillico laghetto di montagna o al sognante tramonto in riva al mare, a tacere della gragnuola di selfie, singoli o collettivi. Innocui, costoro; tutt’al più, potenzialmente autolesionisti, quando le immagini certifichino urbi et orbi che chi le sta postando è fuori di casa, vedi mai che si siano dimenticati l’antifurto. Ma la cosa più interessante è che tale modo di agire risponde a un impulso genuinamente, profondamente umano: il desiderio di condivisione. Un piacere non è veramente tale se non è condiviso, recita un vecchio adagio. Ciò dipende dalla nostra natura di animali sociali, usi ad alimentarsi del contatto assiduo, diretto o indiretto, con i propri simili. Non si dà equilibrio emotivo o sanità mentale se non attraverso l’incessante interazione con gli altri: per questo cerchiamo – sia pure in maniere e misure differenti a seconda dell’umore, della cultura, dell’indole – di rendere il prossimo partecipe delle nostre esperienze.     

Un meccanismo analogo presiede in realtà anche al fenomeno dei coatti da tastiera che ossessivamente spargono a pieni polpastrelli biasimo e ingiurie contro chiunque capiti a tiro: personaggi pubblici, protagonisti di fatti di cronaca, celebrità, figure anonime, nonché (ad ogni buon conto) commentatori che esprimono pareri diversi. D’acchito, si è tentati di considerare queste eruzioni di aggressività come l’effetto distorto e incontrollato di frustrazioni psicologiche; o magari – se si è un po’ più pessimisti – come la dimostrazione dell’intrinseca stupidità o cattiveria della specie umana. A me pare invece che si debba chiamare in causa un altro meccanismo psichico: il medesimo che caratterizza una parte rilevantissima del nostro comportamento verbale, e che è stato analizzato in modo illuminante in un classico dell’antropologia evolutiva pubblicato quasi trent’anni or sono, finora (inspiegabilmente) mai tradotto in italiano. Mi riferisco al libro di Robin Dunbar Grooming, Gossip and the Evolution of Language (Harvard U.P., 1997).

Sintetizzando al massimo, la tesi di Dunbar è che un impulso decisivo allo sviluppo del linguaggio sia stato fornito dall’esigenza di scambiarsi informazioni sul comportamento degli altri. Per inciso, solo un paio di secoli fa si è imposta per il termine inglese gossip l’accezione, assimilabile alla voce italiana (veneta, in origine) “pettegolezzo”, di commento indiscreto, malizioso, se non malevolo; in precedenza, valeva genericamente per “chiacchiere” (mentre nel Middle English, cioè fra il XII e il XVI secolo, gossip stava a indicare la cerchia contigua alla persona o al nucleo familiare, formata da parenti, amici, vicini). Secondo Dunbar, a un certo punto della nostra storia evolutiva, una volta venuta meno la risorsa della cura reciproca del corpo designata dagli etologi con il termine grooming (pratica cruciale nell’espressione della socialità presso gli altri primati), i nostri progenitori hanno investito sulla comunicazione linguistica al fine di condividere notizie sul comportamento altrui: circostanza resa necessaria da un lato dall’incremento numerico dei gruppi umani, che pregiudicava la possibilità di intrattenere rapporti diretti con ciascuno dei componenti, dall’altro dalla sempre più complessa articolazione sociale e dal conseguente sviluppo della cooperazione, che legavano la condizione di ogni singolo all’agire di quasi tutti gli altri.

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Uno degli argomenti più interessanti a sostegno della prospettiva di Dunbar riguarda il contenuto delle nostre quotidiane conversazioni. Le quali, se appena ci si fa caso, brulicano di considerazioni, domande, opinioni, giudizi su chi fa cosa, su chi ha detto cosa, su chi sta con chi, su chi è dei nostri e chi no. Indipendentemente dallo spirito con cui si parla – che può essere improntato a empatia o sospetto, fiducia o perplessità, comprensione o intransigenza – il dato che colpisce è la frequenza con cui siamo soliti ragguagliarci sugli atteggiamenti e sulla condotta del prossimo. Perché lo facciamo? Perché siamo umani, semplicemente. Perché essere vigili su quanto accade intorno è istintivo, è un requisito essenziale per la sopravvivenza: e perché l’“intorno” dei sapiens consiste in primo luogo in un ambiente plasmato dalla presenza di soggetti umani.

Non vorrei essere frainteso. Esula dalle mie intenzioni invitare all’indulgenza verso chi ammorba la rete di commenti astiosi e idioti, di norma più nocivi che inutili. Quello che vorrei sottolineare è che alla radice di tale comportamento c’è un impulso umanissimo, che è il contesto, non altro, a intossicare – a rendere vano, spregevole e deleterio. Se è consentito un paragone alla buona, è un po’ come il desiderio di assaporare alimenti dolci, comune a tutti i primati (e non solo), che nella (recentissima) società del benessere è divenuto causa dilagante di obesità, patologie cardiovascolari, diabete, eccetera. Ma un’analogia meno imprecisa si può trovare in una teoria etologica formulata decenni or sono da Konrad Lorenz. A differenza dei lupi (e di tante altre specie, soprattutto di predatori), le tortore non hanno sviluppato segnali di resa che inneschino freni inibitori dell’aggressività: allo stato naturale, in caso di combattimento, lo sconfitto vola via. In una gabbia, invece, il vincitore massacra il proprio simile sconfitto con spietatezza e ostinazione stupefacenti, alla faccia dei luoghi comuni sulla mitezza dei colombiformi.

Il punto è questo. Nella gestione di ogni forma di relazione il contesto è decisivo, e i nostri comportamenti sono stati modellati da decine di migliaia di generazioni che hanno vissuto in un regime di interazione personale diretta. Le innovazioni tecnologiche introdotte lungo i secoli (dalla scrittura al telefono) sono state importanti, ma mai dirompenti come il web. Alterando di colpo il contesto, le reazioni istintive sortiscono effetti abnormi. Così, lo spazio vertiginosamente aperto e indefinito delle piattaforme sociali, in cui chiunque può dire quello che vuole su chiunque e su qualunque cosa senza dover rispondere delle proprie parole, produce conseguenze profondamente antisociali. Che i coatti da tastiera siano in maggioranza individui frustrati e disturbati è possibile, ma non conta molto. Il dato di fondo è che sono stati messi in gabbia, come le tortore di Lorenz: sono stati posti in condizioni nelle quali le dinamiche emotive e culturali sviluppate nel corso della storia umana vengono neutralizzate o stravolte. La gabbia, paradossalmente, consiste nel vuoto, nell’assenza di parametri di riferimento in grado di dare un peso e un significato a ciò che viene detto: nella mancanza di limiti e di responsabilità, resa possibile dall’accesso allo spazio virtuale della rete. O meglio: dall’assuefazione a tale possibilità, tramite l’indotta dipendenza dal device. Al di là di ogni più raffinata considerazione, infatti, l’interesse di proprietari e gestori dei “social” consiste nel tenere il maggior numero di utenti con gli occhi fissi sulla tastiera per il maggior tempo possibile. E a questo proposito vale sempre la pena di leggere o rileggere il romanzo distopico di Dave Eggers The Circle del 2013 (Il cerchio, Mondadori 2014).

Apparirà chiaro, ora, perché continuo a mettere “social” tra virgolette. L’aggettivo “sociale” deriva da “socio”, termine che designa una comunanza d’interessi, una partecipazione comune a un’impresa o a una condizione. Proprietà fondamentale della rete è invece un’apertura agli estranei potenzialmente illimitata e indiscriminata. In teoria, ed entro certi limiti anche in pratica, ciò costituisce una risorsa per accrescere le possibilità di socializzazione. In sostanza, ciò significa però anche esporsi al rischio di smarrire la percezione di che cosa sia, e di che cosa implichi, l’espressione della socialità. Se appena ci si pone mente, è davvero incredibile che un mezzo nato (con buone intenzioni, in origine) per promuovere i contatti fomenti invece divisioni, contrasti, fratture: almeno in Occidente, la coesione sociale non è mai stata così precaria. Ma come insegnano gli studi sul comportamento, la radice della solidarietà verso il proprio gruppo coincide con la sorgente dell’ostilità verso gli altri. Le nuove tecnologie hanno cambiato in un tempo eccezionalmente breve il quadro in cui ci muoviamo. Di per sé, questo non sarebbe stato di necessità un disastro: lo è diventato, nel momento in cui l’unico principio regolatore vigente è coinciso con il guadagno.       

Concludo. Chi trae profitto dalla diffusione dei “social” è solito invocare contro ogni tentativo di regolamentazione il principio della libertà di espressione. Macroscopica, spudorata mistificazione. All’interno d’una compagine sociale, la libertà non consiste affatto nell’assenza di regole: assenza di regole significa semplicemente possibilità per il più forte di esercitare senza freni la propria supremazia, e di trarne il massimo profitto. Questo appunto è avvenuto, nei primi decenni del secolo XXI. E così si è consumata la brusca svolta oligarchica che ha posto fine (irrimediabilmente?) allo sviluppo della democrazia occidentale.

In copertina, fotografia di Road Ahead - Unsplash.

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