Eco e la nebbia della memoria

6 Ottobre 2026

Vi fu un tempo in cui la nebbia entrava anche in auto. Calava all’improvviso, come le sbarre di un passaggio a livello che comparivano soltanto all’ultimo momento. Lungo le provinciali si procedeva quasi fermi, lenti ma non tanto da farsi tamponare, e si attraversava quel muro senza ombre abbassando il finestrino dell’auto, nella speranza di vedere qualcosa di più, il ciglio della strada, una riga bianca da seguire, magari il platano prima della curva, mentre la nebbia entrava, si posava sul cruscotto, sul vetro appannato e confondeva ciò che stava dentro con ciò che stava fuori: era come se interno ed esterno diventassero della stessa sostanza dei romanzi, impalpabile e concreta insieme.

La fortuna era incontrare qualcuno del posto, uno che quella strada la faceva tutte le mattine e tutte le sere, che conosceva il fosso, la curva dopo il filare, e mettersi dietro. Due fanali rossi, alla distanza giusta, bastavano: non mostravano la strada, ne concedevano una porzione, e per qualche chilometro era sufficiente sapere che qualcuno davanti sembrava conoscere il percorso. Totò diceva a Peppino che a Milano la nebbia c’era ma non si vedeva; lungo quelle strade succedeva quasi il contrario, la si vedeva benissimo proprio perché non si vedeva quasi niente.

Bisognava andare piano, e forse per questo Umberto Eco pensava che la lentezza fosse una delle virtù della nebbia. Era nato ad Alessandria e poteva permettersi di parlarne come cosa reale prima che come metafora, perché per lui era anzitutto quella vera, quella che entra nel colletto, tocca le guance, si apre quando la attraversi e subito dopo si ricompone. «La luce uccide la nebbia», scriveva, osservando come davanti agli autogrill e alle città troppo illuminate essa arretrasse quasi pudicamente; ad Alessandria, invece, quando arrivava, i grandi spazi vuoti e sonnolenti cambiavano consistenza e una città che sotto il sole sembrava fin troppo esposta ritrovava nella caligine la propria misura. La sua identità, dice Eco, non andava cercata nel sole ma proprio lì, dove si cammina piano e bisogna conoscere il tracciato per non perdersi.

Da quella nebbia si entra quasi naturalmente negli austeri spazi di Palatium Vetus, già sede del broletto alessandrino, di casa Savoia e dei governatori spagnoli e napoleonici, dove fino all’8 novembre è aperta Nebbie, storie, memorie. Lo sguardo sul Monferrato di Fabio Menino Hofmann e le suggestioni di Umberto Eco. Curata con eleganza e precisione artigianale da Stefano Salis per la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria, è una mostra piccola, raccolta, quasi un gioiello custodito nello scrigno del palazzo, e proprio questa misura le giova. Mette in dialogo le fotografie analogiche di Hofmann con libri, dischi, oggetti e citazioni legati soprattutto a La misteriosa fiamma della regina Loana.

Le fotografie scorrono sulle pareti e fra loro ricompaiono una vecchia radio, un grammofono, gli albi a fumetti, copertine che sembrano appena uscite dal baule di Giambattista Bodoni, detto Yambo, il protagonista del romanzo, antiquario milanese che dopo un incidente ha perduto la memoria autobiografica senza perdere quella dei libri, delle canzoni e delle cose lette. Nelle teche le carte hanno più l’aria di essere state conservate che esposte, mentre il cotto dei pavimenti e la misura sobria delle sale fanno pensare a una biblioteca privata o a un solaio appena riordinato.

La musica di Gianluigi Trovesi e Gianni Coscia arriva quasi di lato, nell’eleganza d’antan della filodiffusione e senza imporre il proprio tempo. Viene da La misteriosa musica della Regina Loana, l’album che accompagna il percorso e appartiene allo stesso mondo di ricordi sonori evocato dal romanzo. Il catalogo ricorda che quel viaggio passa anche attraverso Armstrong, Glenn Miller, George Formby e Janáček; nello spazio della mostra, però, il suono non sembra chiamato a spiegare ciò che si vede, piuttosto riaffiora da una stanza vicina, come accade con certi ricordi che tornano prima attraverso una musica e soltanto dopo trovano un’immagine.

Hofmann fotografa in analogico, ai sali d’argento, e qui la tecnica non è un vezzo nostalgico. La luce deve impressionare la pellicola e l’immagine deve aspettare prima di tornare sulla carta, attraversando un procedimento materiale che conserva qualcosa del tempo impiegato a produrla. In una pagina della Misteriosa fiamma Eco descrive l’ingresso nel Monferrato con una precisione che sembra preparare quelle fotografie: «Evidentemente eravamo penetrati nel Monferrato facendo una impercettibile e continua salita, le alture ci avevano circondato senza che me ne accorgessi, e già entravo in un altro mondo, in una festa di vigneti ancora giovani». Poco dopo il paesaggio si alza in cocuzzoli, casali, chiese e castelli che sembrano spingere le colline verso il cielo. Anche le fotografie della mostra paiono avanzare così, per apparizioni successive, dal Castello di Uviglie ai pioppeti, dai vigneti alle strade di campagna, fino alla ferrovia dismessa Asti-Casale. Più avanti arrivano il Po e il Sacro Monte di Crea, poi i filari che la nebbia torna lentamente a sottrarre.

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Si entra nel Monferrato come vi entrava Yambo, per una salita che quasi non si avverte, e quando ci si accorge di essere passati «in un altro mondo» non è più così semplice stabilire se quel mondo appartenga al paesaggio, al romanzo o a qualcosa che nel frattempo ha cominciato a somigliare a un ricordo. Yambo quel ricordo lo cerca per tutto il romanzo. Non ha perduto ogni forma di memoria: i versi, le canzoni, i nomi e le immagini continuano ad arrivargli, mentre ciò che dovrebbe restituirgli la propria vita rimane nascosto. Torna così a Solara, il piccolo paese dove sorge la vecchia casa di campagna della famiglia e dove aveva trascorso parte dell’infanzia, e cerca nei libri, nei giornali, nei dischi e negli albi illustrati una strada verso se stesso. Il recupero procede lentamente attraverso le cose rimaste e gli restituisce con crescente precisione il tempo in cui è cresciuto, molto più di quanto riesca a restituirgli la propria vita. I materiali che trova ricompongono il profilo di una generazione, mentre la sua identità personale continua a sottrarsi.

Qualcosa di simile succedeva sulle nostre strade avvolte dalla nebbia. Non si vedeva il percorso intero e si avanzava per segni; per questo ciascun segno acquistava un peso maggiore, il fanale della macchina davanti, un platano, una curva riconosciuta. Yambo chiama le citazioni i suoi «fanali nella nebbia»: affiorano dal vuoto autobiografico e gli permettono di avanzare per qualche tratto, senza però restituirgli la memoria della propria vita.

Ed è proprio questo il terreno sul quale la mostra alessandrina incontra un libro, stavolta non di Eco ma su Eco: Narrare l’enciclopedia. I romanzi di Umberto Eco di Ulla Musarra-Schroeder, pubblicato da Franco Cesati Editore. Comune non è tanto una teoria o un’interpretazione complessiva, quanto il modo di procedere. Le fotografie di Hofmann chiedono il tempo del procedimento analogico; Musarra-Schroeder segue i romanzi con una pazienza affine, tornando sui passaggi e sulle immagini e lasciando che i nessi si formino senza costringerli dentro una formula capace di sistemare Eco una volta per tutte. È probabilmente il libro più importante e compiuto apparso negli ultimi anni sulla sua opera narrativa, e possiede una qualità che negli studi critici non è affatto secondaria, l’eleganza. Non rivendica appartenenze e non si mette davanti all’autore. Legge con una precisione cesellata, senza fretta, e proprio per questo riesce a lasciare emergere Eco invece di sovrapporglisi.

Anche i titoli di alcune sezioni dicono molto del modo in cui Musarra-Schroeder attraversa La misteriosa fiamma: Fanali nella nebbia, Nella caverna della memoria, La misteriosa fiamma della regina Loana come «romanzo illustrato», Tra labirinto e rizoma. Sono titoli che seguono il movimento del romanzo senza irrigidirlo. Particolarmente fine è l’attenzione al rapporto fra testo e immagini nella Misteriosa fiamma: nella parte centrale, osserva Musarra-Schroeder, non sono semplicemente le immagini a illustrare il racconto, spesso accade il contrario, e sono i commenti di Yambo ad accompagnare figure che possiedono già una propria forza narrativa, perché appartengono materialmente al mondo nel quale egli cerca la propria infanzia. A Solara quella ricerca assume quasi il metodo di una piccola indagine poliziesca. Le stanze e le soffitte della casa diventano un dedalo, mentre la «memoria di carta» continua a produrre indizi senza consegnare subito una soluzione. A un certo punto Yambo si accorge che la quantità delle tracce non basta: non ricorda ancora, ma ha appreso troppo. L’accumulo non coincide con la memoria e, quando le presenze si sovrappongono, possono finire per rendere più difficile distinguere ciò che si cerca. Musarra-Schroeder insiste su questa dimenticanza per eccesso, che nel romanzo conta almeno quanto la perdita.

Mostra e libro finiscono per assomigliarsi nel modo di lavorare prima ancora che per l’oggetto a cui si dedicano. Le fotografie di Hofmann chiedono tempo, Musarra-Schroeder procede per letture ravvicinate e ritorni; in entrambi i casi la cura artigianale si accompagna a una discrezione che non forza il risultato e lascia alle cose il tempo di emergere.

Milano, città d’adozione di Eco, aveva accumulato intorno alla nebbia parole e letteratura, e lo scrittore ammirava quella precisione semantica, tutta meneghina, capace di distinguere una bruma dall’altra. C’erano la nebia e la scighera, e poi le nebbie già scritte dei gialli Augusto De Angelis, e delle poesie di Vittorio Sereni, di Luciano Erba, mentre quella città «nebbiosa e misteriosa» che Eco disse di aver voluto ritrovare in Numero zero apparteneva già, almeno in parte, a una memoria urbana. Ma quando parlava di nebbia, però, nello scrittore alessandrino affiorava sempre l’eclettismo lento della sua terra e forse proprio per questo preferiva anteporre a tutto il realismo della nebbia vera. Non quella dei libri che la mettevano nel titolo e poi quasi non la facevano comparire; cercava quella che si sente sulla pelle, che punge sul collo. Certo, finiva poi per riconoscere anche alla metafora i suoi diritti. Ma la letteratura lo aveva raggiunto come un tardo tradimento, mentre lui sosteneva di voler restare nella meteorologia.

Forse per questo, e grazie anche a queste due opere, il decennale della sua morte si presta a essere guardato senza fretta. Valentina Pisanty lo ha ricordato sul Manifesto, insieme a una vecchia Bustina di Minerva del 1990, poi confluita nel Secondo diario minimo, che si intitolava Come guardarsi dalle vedove. Le “vedove” non erano necessariamente le mogli e nemmeno solo figure femminili, ma coloro che, morto il personaggio famoso, cominciano a ricordare ovunque quanto gli fossero stati vicini.

È un movimento umano, prima ancora che culturale, e per molti anni aveva avuto una delle sue rappresentazioni più precise nelle pagine di Repubblica, nelle strip di Tullio Pericoli ed Emanuele Pirella di Tutti da Fulvia il sabato sera: quel salotto nel quale scrittori, intellettuali e celebrità passavano attraverso il filtro leggero di una mondanità che finiva sempre per raccontare anche la vanità di chi li frequentava. Una cena, una telefonata, quella volta a Francoforte, quella sera in cui Umberto disse proprio a me, quando a lezione arrivò e… ricordi che possono essere divertenti e anche preziosi, ma con il tempo rischiano di cambiare impercettibilmente il proprio centro. Si parte dal desiderio di ricordare qualcuno e si finisce, deliberatamente o meno, per esaltare se stessi insieme al posto che si occupava accanto a lui. Un libro è disponibile a chiunque voglia leggerlo, una mostra a chiunque decida di visitarla; una cena, invece, appartiene soltanto a chi c’era, e la memoria privata porta inevitabilmente con sé una piccola esclusiva.

Leonardo Sciascia conosceva bene questi meccanismi, il modo in cui una vicinanza può trasformarsi in appartenenza e, col tempo, in una specie di titolo da esibire. Umberto Eco li guardava con la consueta ironia, forse anche per quella disposizione piemontese che diffida un poco di chi prende troppo sul serio se stesso. Gavte la nata, si dice da quelle parti: levati il tappo dal naso, vale a dire non darti tante arie. Non è una formula contro il ricordo, semmai un invito a lasciargli la misura che gli conviene.

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La mostra di Palatium Vetus e il libro di Musarra-Schroeder si incontrano anche in questo. Non cercano di accorciare la distanza da Eco e non fanno della discrezione una posa. La mostra lascia agli oggetti una parte del loro silenzio, mentre le fotografie chiedono il tempo necessario a guardarle; il libro affida tutto alla lettura e alla precisione con cui segue i testi. In entrambi resta qualcosa del lavoro artigianale, un procedere senza fretta che evita di appropriarsi di ciò che vuole far emergere.

Forse è questo che rimpiangiamo della nebbia, oltre alla nebbia. Le 127 con i vetri appannati, i fanali rossi da seguire, le auto francesi con quelle luci gialle che parevano uscire da uno schermo della Nouvelle Vague, soprattutto le DS che per un momento affioravano dal mare biancolatte come gli squali che erano e subito vi rientravano. Rimpiangiamo persino quelle provinciali che, allora, mentre le percorrevamo a venti all’ora senza sapere esattamente dove fossimo, avremmo scambiato senza esitazioni con una strada asciutta e ben illuminata. A distanza di anni, scomparsa la nebbia, ci accorgiamo che quella visibilità incompleta imponeva invece una propria disciplina, obbligava ad avanzare secondo ciò che appariva e ad accettare che una parte del mondo restasse fuori dallo sguardo.

Eco non considerava questa sottrazione una disgrazia. Una memoria perfetta sarebbe stata una condanna, e la nebbia della memoria poteva essere, almeno in parte, una virtù. Tra le molte immagini incontrate nella letteratura ne ricordiamo una che aveva attirato tanto la sua attenzione da aprire Nebbia, il bellissimo volume antologico curato con Remo Ceserani. È quella dell’Iliade, dove gli dèi avvolgono talvolta un mortale nella bruma per sottrarlo agli sguardi e salvarlo, e che Eco legge come l’immagine di una nebbia capace di essere, oltre che sventura meteorologica, anche un dono. Sarebbe forse un modo per ricordarlo. Esageruma nen, direbbero dalle sue parti mandrogne, non esageriamo. Sarebbe sufficiente che, dopo averlo ricordato così a lungo, la nebbia si riprendesse Eco per un poco, non per cancellarlo, ma per sottrarlo alla luce troppo forte che accompagna ogni anniversario, lasciando visibili ancora per qualche tratto quei fanali che bastavano una volta per attraversare una provinciale e poi, più lontano, quel sorriso beffardo e malinconico che sfuma tra i filari degli alberi e le torri degli assedi sulle cime dei colli.

Sarebbe un congedo abbastanza piemontese.

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Bianca Terracciano, Dress code 22. Umberto Eco
Franciscu Sedda | Umberto Eco, guerriglia semiologica
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In copertina, fotografia di Mariusz Kubik - Wikimedia Commons.

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