Un libro e un luogo. Procida
Ci sono luoghi che esistono nei libri, prima ancora che nella realtà. Abbiamo imparato a riconoscerne i contorni, gli odori, le sembianze sfogliando pagine di carta e leggendo, riga dopo riga, ci si sono materializzati davanti agli occhi in una sorta di visione.
La piccola isola sperduta nel golfo di Napoli per i lettori di Morante sarà sempre L’isola di Arturo: Procida, dalle straducce solitarie e chiuse tra muri antichi, che accoglie i suoi visitatori con l’odore carezzevole e selvatico delle ginestre. Sulla pagina Procida appare con l’incanto avvolgente di una sinestesia, rapisce e imprigiona in un’atmosfera vivida fatta di luce, colori, voci «ora lamentose, ora allegre» e sabbia finissima, ciottoli, grotte, larghe scogliere. L’isola ritratta da Morante è un Eden e infatti, alla fine, il romanzo si conclude con una partenza: Arturo Gerace, salpando per mare, si lascia alle spalle la terra in cui è nato come chi, attraversando una soglia, si separa dall’infanzia.
Per il visitatore che oggi giunge a Procida, tuttavia, il viaggio si compie al contrario e sfuma il confine tra realtà e mito, tra luogo letterario e toponimo fisico, tra visione e invenzione. La sensazione, una volta scesi dal battello e approdati sulla terraferma, è precisa: io sono già stato qui. Ma come si può essere stati in un luogo che non si è nemmeno mai visto? Questo è il potere – o forse il sortilegio, per stare in tema morantiano – della letteratura.
Il porto della Marina di Corricella è il tratto più caratteristico del paesaggio: un variopinto borgo di pescatori tra barche tirate in secca e vicoli assolati. Procida si specchia sull’acqua come il riflesso luminescente di una conchiglia, i colori pastello delle case si infrangono nel mare, si mischiano, si confondono, sono tempere a olio sulla tavolozza di un pittore. Chissà dov’è finito Arturo, il ragazzo selvaggio che porta il nome di una stella, forse si aggira ancora tra la vegetazione selvatica, incolta, dell’isolotto di Vivara con le sembianze di un semi-dio greco; una corona d’alloro sul capo, i piedi scalzi e agili, corre e corre in un’eterna metamorfosi panica con la natura che lo circonda.
Sogni e favole sono possibili in questo luogo distaccato da terra; l’isola ridente separata dal resto del mondo che sembra non conoscere il male. L’irresistibile forza poetica di uno spazio delimitato che si fa metafora e diventa una geografia interiore. Poi, ecco, rintoccano a distesa nell’aria i battiti sordi di un campanile a rompere l’incantesimo.
Le grate di Palazzo d’Avalos raccontano una storia diversa, tra le sue mura si odono ancora gli schiocchi e gli strascichi delle catene di chi vi era rinchiuso, rimangono le spoglie dei prigionieri, divise grigie da carcerato impilate le une sulle altre e scarpe lacerate a testimoniare l’esistenza di corpi ormai scomparsi. Che ne è stato degli occhi affamati di libertà che fissavano il mare oltre le grate, bruciati dal contatto ostinato con la luce, bramosi d’infinito; quel guardare e non avere, l’udire il suono delle onde notte e giorno senza potercisi tuffare, dev’essere stata la più atroce delle pene. Bellezza e terrore possono convivere. Palazzo d’Avalos, l’edificio sulla sommità della Terra Murata, è l’antico carcere di Procida, fu istituito nel 1830 da Ferdinando II di Borbone. Questo sinistro palazzo fu d’ispirazione alla Morante per costruire uno dei personaggi più sfuggenti della sua storia, il carcerato Tonino Stella.

Poco distante si trova il monastero dove le suore clarisse pregavano per scacciare il demonio, inginocchiate per penitenza sulla terra nuda, guardavano in faccia la morte nel suo orrore – i corpi delle sorelle in putrefazione – per purificarsi l’anima. Grida e preghiere di cui ormai non si avverte che una debole eco mentre tutto si smarrisce in un cielo azzurro, senza nuvole, il rovescio del mare che sovrasta ogni cosa in un’invincibile estate. Quel mare furente che batte contro gli scogli con un moto sempre uguale, l’onda si ritira lenta e poi ritorna implacabile, colpendo sempre nello stesso punto come a voler scavare una nuova strada nella roccia sino a insidiarvisi. Lontano uomini dai volti imbruniti dal sole affondano o salpano le reti, sembrano replicare lo stesso moto ondivago che ormai è entrato loro nelle ossa ed è parte dei loro gesti, come accade a ogni abitante dell’isola, preda dello stesso sortilegio marino.
Procida racconta storie di mare e di prigioni, di carcerati e pescatori, di marinai perduti alla ricerca di un approdo che non c’è. Ed ecco la doppia anima dell’isola: il rapimento per la bellezza che afferra alla gola gli stranieri venuti da lontano; e la placida indifferenza di chi vi vive ed è temprato dal sole e dall’aria salina, dotato della stessa forza indomabile delle onde, ma anche di una calma antica, forse derivata dall’antica legge dell’acqua secondo cui panta rei, tutto scorre.
Qui ci sono i ritmi lenti delle lenzuola stese ad asciugare al sole, la certezza di vivere alla giornata senza attendere alcun futuro. Ci si domanda se ci sia poi davvero un futuro da inseguire in quest’isola dove il tempo non esiste e il mondo sembra regredire allo stato selvatico, primitivo, delle origini. Il passato sembra fatto della pena incarnata da un antico palazzo e da un vecchio monastero tra le cui mura si aggirano torbide storie di fantasmi.
Si torna a questo presente immutabile sotto il cielo estivo, avvolto in un caldo denso che sfoca i contorni in una nebbia e scandisce le ore con il lento ondeggiare del moto di una culla. Quest’isola che parla di poesia e destino – e di un fanciullo che porta il nome di una stella. Casette colorate e mare blu, un profumo di fiori irresistibile, così intenso che stordisce.
Un microcosmo a sé stante ammantato del fascino magico dei luoghi isolani, sembra non conoscere né indovinare il resto del mondo. Un’estate a Procida. Ma che poi, viene da pensare, l’inverno su quest’isola esiste?

Nel romanzo La fine dell’estate annuncia anche la fine della storia. Arturo parte e non può accettare che l’estate torni sull’isola senza di lui, pur consapevole che: «Non la si può uccidere, essa è un drago invulnerabile che sempre rinasce, con la sua fanciullezza meravigliosa».
La penna di Elsa Morante pare avere imprigionato il proprio regno letterario in un’invincibile estate. In una sorta di epica moderna sono state le parole di Morante a far sorgere Procida dal centro del mare, come la Zacinto di Ugo Foscolo. Attraverso le pagine del libro il luogo prende vita e si imprime nella mente di ciascun lettore divenendo presenza viva e reale, frase dopo frase ci si ritrova immersi nei paesaggi che l’autrice ha dipinto con l’accuratezza visiva di un pittore, fin dall’incipit della sua opera senza tempo:
«Le isole del nostro arcipelago, laggiù, sul mare napoletano, sono tutte belle. Le loro terre sono per grande parte di origine vulcanica; e, specie in vicinanza degli antichi crateri, vi nascono migliaia di fiori spontanei, di cui non rividi mai più i simili sul continente».
Nel 1957 Elsa Morante fu la prima donna a vincere il Premio Strega, l’undicesima edizione, con il romanzo L’isola di Arturo, un racconto di formazione originalissimo, pervaso di realismo magico. Questo libro, amato da generazioni di lettori, ebbe anche il merito indiscusso di far assurgere un luogo minuscolo del golfo napoletano, meno noto rispetto alle più celebri Istria e Capri, agli albori della grande letteratura.
Prima di essere L’isola di Arturo, Procida è stata l’isola di Elsa: la presenza della scrittrice pervade questa località da cui trasse ispirazione, ora consacrata al turismo letterario, dove ogni anno vengono promulgati premi e festival dedicati a lettori e scrittori. Elsa scrisse le prime pagine del suo romanzo all’ombra di un agrumeto nel giardino dell’Hotel Eldorado, che per lungo tempo, dopo la sua morte, fu trasformato nel Parco Letterario Elsa Morante, poi chiuso in seguito a delle divergenze sulla proprietà della tenuta. Sembra ancora di vederla, Elsa, china e pensosa sulle proprie carte mentre ispira profondamente il profumo dei limoni mischiato alla salsedine e osserva il panorama scintillante facendolo suo attraverso un personaggio, Arturo, che incarna l’anima selvaggia dell’isola ed è, in fondo, anche il suo alter ego. «I miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato».
Il nucleo del romanzo si condensa attorno alla fantasia di Morante di «essere un ragazzo». Lo scrisse lei stessa in una lettera a Giacomo Debenedetti, datata febbraio 1957: «La sola ragione che io ho avuto – di cui fossi consapevole, nel mettermi a raccontare la vita di Arturo è stata (non rida) il mio antico e inguaribile desiderio d’essere un ragazzo».
In una lettera successiva a Umberto Saba la scrittrice menzionava nuovamente questo desiderio, che però il poeta le contestava citandole un racconto contenuto in Lo scialle andaluso: «La tua nostalgia di essere un ragazzo è, in realtà, la nostalgia di non aver messo al mondo un ragazzo». Elsa non era d’accordo e replicava dicendo: «Da bambina facevo i giochi dei ragazzi. Li preferivo perché i giochi delle bambine sono privi di fantasia».

Arturo è un alibi di Morante, una delle sue identità. Non sfuggono alcune relazioni autobiografiche: il padre anagrafico dell’autrice, Augusto Morante (diverso da quello biologico, Francesco Lo Monaco), fu direttore di un riformatorio e nel libro la presenza del carcere è fondamentale e determina anche il colpo di scena finale e l’esistenza di Tonino Stella. Palazzo d’Avalos, con la sua presenza incombente e maestosa sull’isola, parlava alla bambina Elsa, al piccolo Arturo sedimentato inconsciamente in lei. Elsa Morante, figlia di due padri, dovette patire un senso di solitudine ed esclusione simile a quello del suo giovane protagonista: l’isola è un mondo a sé stante, rappresenta una condizione di non appartenenza. E da dove nasce la scrittura di Morante se non da questo vuoto d’amore da lei patito sin dall’infanzia?
In L’isola di Arturo la figura del padre, Wilhelm, è fortemente idealizzata, addirittura giunge a incarnare «il mio ideale di grandezza umana», ma nel corso della storia questa percezione si sgretola sino a disintegrarsi: «ma ciò per me non significava più niente, io non aspettavo più nessuno. La certezza che mio padre non sarebbe affatto ritornato per la mia festa non mi causava, d’altronde, più nessun dolore». Nel momento in cui riconosce il padre come essere umano e fallibile, Arturo cessa di essere figlio e diventa davvero eroe della propria storia, dunque è pronto a partire.
Come osservò il critico Cesare Garboli: «La storia di Arturo finisce nel momento in cui la vita di un uomo dovrebbe cominciare». È proprio la partenza del protagonista, però, a consacrare il mito dell’isola come terra felice dell’infanzia, sospesa nel sogno, nell’eterna attesa.
Arturo, in fondo, resta un ragazzo per sempre e così avvera il sogno di Morante. Secondo Giacomo Debenedetti, che propose una visione antitetica a quella di Garboli, invece: «Arturo non approderà a nulla. Ha soltanto perduto il solare, contrastato paradiso degli amori infantili». Ma forse sfugge a entrambi i critici che per la scrittrice non contava la destinazione del suo protagonista, né l’approdo, ma che l’isola restasse l’isola, come accade nel finale quando Arturo dice a Silvestro: «Senti. Non mi va di vedere Procida mentre s’allontana, e si confonde, diventa come una cosa grigia…Preferisco fingere che non sia esistita» ed è così che si varca il confine tra il dicibile e l’indicibile, un luogo cessa di essere un luogo e si trasfonde nel mito, diventa spazio incorrotto, si fa eterno nella memoria. Ed è solo l’instaurarsi di quella «infinita distanza» che permetterà ad Arturo/Morante di raccontare, perché nel primo capitolo Re, stella e cielo è il narratore adulto, autore delle proprie memorie, a ripercorrere gli anni della fanciullezza.
Nel 2017 l’indissolubile legame tra Elsa Morante e Procida si è tradotto nel Belvedere a lei dedicato. Si trova in via Pizzaco, rivolto verso il porto di Marina della Corricella, simbolo iconico dell’isola. Da lì si può vantare uno sguardo illimitato sul blu del Mediterraneo. Un omaggio dovuto a colei che «con la magia della sua penna ha celebrato e diffuso nel mondo intero la bellezza di Procida».
Alla fine non importa che siano gli autori a mettersi in cerca delle storie, o le storie a mettersi in cerca degli autori: a Procida gli uni e le altre trovano sempre il modo di ricongiungersi. Una narrazione simile alla storia di Arturo, tuttavia, non è destinata a ripetersi: ormai si è sedimentata nelle fondamenta dell’isola stessa, si trova oltre il tempo, viene custodita dal territorio di Procida alla stregua di una perla preziosa chiusa in ogni scrigno che spetta a ogni visitatore aprire per scoprirne la bellezza e poi tramandarla, come una favola.
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