Un libro e un luogo. Comacchio

22 Luglio 2026

Sono nata sul Po, al riparo di uno dei possenti argini che nei paesi della provincia reggiana sono stati costruiti nei secoli per contenere il grande fiume. Brescello non era il comune di residenza dei miei genitori, ma il ginecologo che seguiva mia madre si divideva fra questa unità sanitaria e quella del capoluogo; in teoria avrebbe dovuto essere un reparto più tranquillo, ma eravamo negli anni del boom demografico e quel giorno fummo in tanti a venire al mondo nel piccolo ma modernissimo ospedale, affacciato sulla strada rialzata da cui si vede il fiume, allora – mi dicono – gonfio di acque fredde e nevose di inizio primavera. Credo sia per questo che, tra le migliaia di percezioni primarie innestate alla nascita, quella dell’acqua che scorre si è consolidata in un elemento che mi appartiene, un paesaggio da contemplare, da interrogare, da avere sempre a poca distanza; un luogo che non sia attraversato da un fiume non mi sembra nemmeno abitabile. Crescendo l’ho sempre cercato; una gita in bicicletta doveva avere come meta il fiume, raggiunto attraverso il caldo umido della pianura e temperato appena dall’ombra dei pioppi fitta di insetti. Se avevo bisogno di riflettere lo raggiungevo e mi sedevo su una riva, a Gualtieri, a Guastalla, a Brescello: il paese alle spalle, il fiume davanti a me che trascinava tronchi e rami, tra gorghi che si aprivano e chiudevano nel suo ampio diametro. In quel fluire continuo trovavo un ritmo ai pensieri, il fiume li distendeva. Spesso, anzi direi sempre, a un certo punto mi domandavo dove andava a finire quello scorrere, perché sapevo che c’era una foce a forma di delta con cui il fiume si spingeva dentro l’Adriatico, e pur non avendola mai vista, intuivo che chi sta a guardare il flusso dell’acqua che si rinnova a ogni istante si trova in una condizione ben diversa da chi la osserva confondersi dentro il mare. Da dove stavo io era un flusso perpetuo, la mutevolezza costante di ciò che è vivo, ma laggiù non sarebbe stato inevitabile confronCelatitarsi con la fine? 

 

Può darsi che sia questa la ragione per cui ho tardato così tanto a conoscere i luoghi del delta del Po. Mi domandavo come sarebbero cambiati i paesi e le persone in quel lungo percorso che andava verso Ferrara per frastagliarsi in valli miste di acqua dolce e salmastra, canali e lagune dove la forza del fiume si spegneva e quella del mare arrivava attutita, ma non mi davo mai il tempo per andare a conoscerli. È solo una decina di anni fa che mi sono decisa a spingermi fino a Comacchio. Avevo letto il libro di Gianni Celati, Verso la foce, alla fine degli anni ’90 e ne avevo tratto una fortissima impressione di sintonia, un modo di guardare, e oggetti, dello sguardo che mi sembrava di conoscere in maniera intima. Avevo deciso di non riaprirlo, se non dopo la mia visita: non ero interessata a verificare quanto le sue descrizioni corrispondessero al vero, all’esistente, che non è un tipo di preoccupazione che la scrittura celatiana solleva, dal momento che è non mai denotativa, piuttosto è una scrittura che mette in relazione il sé con il mondo. Ero mossa dal desiderio di arrivare in fondo. Per quanto possa apparire bizzarro, andare a Comacchio per me voleva dire andare al fondo, o alla fine di qualcosa che non era solo il lungo percorso del fiume che inizia nelle Alpi piemontesi e termina sulla costa opposta della penisola.

Ma come si sarebbe manifestata questa fine, come l’avrei riconosciuta? Non sarei arrivata con il carico di visioni e chiacchiere in testa raccolte da Piacenza al delta, come aveva fatto Celati, anche se molti dei luoghi da lui toccati li conoscevo bene. L’infanzia e l’adolescenza in prossimità del Po mi avevano consentito di ascoltare, sulle sabbie grigie del fiume, interminabili discussioni di pescatori, classifiche dei tuffi più prodigiosi a capodanno, cani e umani inghiottiti dai mulinelli e mai più ritrovati, l’invasione a metà degli anni ’80 dei portentosi pesci siluro, l’acqua deviata per raffreddare centrali termolettriche, le falde inquinate per l’esagerato prelievo di sabbia e lo stoccaggio di rifiuti tossici, notturno segreto – ma cosa credono che non li sentiamo? – in quelle medesime cave. Ricordavo anche le gare di motoscafi tra Boretto e Guastalla, i negozi di attrezzatura nautica nei paesi che mi facevano pensare al mare, al blu, all’aperto, mentre di là dall’argine sapevo che c’era sempre e solo la corrente grigio v

Comacchio dall'alto
Panorama di Comacchio

erde che procedeva verso la sua meta.  

 

Comacchio è in verità sotto la foce del Po, quindi non coincide esattamente con la fine del fiume, ma si tratta di una distinzione relativa. A scuola mi avevano insegnato che il delta non ha una geomorfologia fissa, nei secoli i cordoli di detriti e sabbia accumulati hanno formato barene, canali, lagune, per poi essere erosi spostandosi, ora arretrando, ora avanzando, e la città venne in origine costruita collegando diverse isole tramite ponti. L’ostinazione a costruire su terreni in movimento e resi mutevoli dall’acqua mi fa pensare che chi decise di farlo raccolse la sfida con la fine e con la dispersione della foce; un modo tutto umano di segnare un passaggio. 

La prima cosa che andiamo a visitare, io, mio marito e un’amica torinese abituata al fiume giovane, è dunque la laguna vera e propria; ci sono gite in nave che partono dal ristorante Bettolino alla stazione Foce a cadenza regolare. Nel parcheggio non asfaltato dove lasciamo la macchina ci assale un odore dolciastro, un po’ nauseabondo che non riesco a collegare a nulla di preciso. Che siano le barbabietole da zucchero? Lo zuccherificio di Codigoro è stato dismesso da tempo, però sono certa che si tratti di un odore organico che non appena saliamo sulla barca diventa più palustre: erba marcita e fango, con un sottofondo dolce. L’acqua su cui la barca scivola leggera è di un colore giallo verde, quando ci fermiamo, attraccando a una barena su cui hanno riscostruito quelle che dovevano essere le abitazioni della vecchia Spina, noto che l’erba è lunghissima, capelli lisciati dalla brezza, voluttuosi e robusti come una chioma giovane. I colori si fanno via via più intensi, come se il mare, prossimo, li saturasse: il rosa- fucsia dei fenicotteri assiepati in lunghe file, il cielo più azzurro, il limo più scuro, mentre i campanili di Comacchio sfumano nella lontananza e sembrano appartenere non alla realtà ma a una fotografia seppiata. Il giro in barca dura poco più di un’ora, mi dispiace rientrare, sento che questa mescolanza di acqua e terra è piena di vita, uccelli, anguille, coleotteri, pesci; che quella temevo come una fine si è rivelata un brodo di coltura, dove non si sta male, dopo un po’ ci si abitua anche allo strano dialetto infiltrato di veneto parlato dalla nostra guida. La città ha un odore diverso: guano di gabbiani e piccioni che seminano i loro resti ovunque, su strade e ponti, pesce steso sul ghiaccio delle numerose pescherie. Giriamo alla ricerca di un posto in cui pranzare e le donne anziane, sedute sulle sedie di fronte a casa, la tenda di plastica o di tela sulla porta scostata, i fiori alle finestre annaffiati e rigogliosi, hanno l’aria di chi da sempre scambia il fuori con il dentro, come a Venezia, solo con meno opulenza perché qui non ci sono pietre bianche d’Istria a incorniciare le abitazioni e a lastricare le calli, ma mattoni fioriti di muschio. Le cacche degli uccelli, le alghe scure che tracimano dai canali, sono lì a ricordarti che sei in un posto di mezzo, che l’acqua potrebbe sempre avere il sopravvento. Dopo pranzo andiamo a visitare il museo del Delta antico, ospitato dentro un edificio neoclassico che per un momento sembra spazzare via fango e acqua marcia. Passiamo tanto tempo a fantasticare intorno alla nave romana carica di merci provenienti dalla Grecia che fu trovata metà degli anni ’80 del secolo scorso, sepolta in una golena dal fango e quindi con il carico quasi intatto. La mancanza di ossigeno ha fatto sì che cuoio, legno, porcellane e terracotte si siano preservate, così dallo scafo sono emersi sandali, zainetti, lampade a forma di tempietto, centinaia di anfore per il vino e l’olio, un carico prezioso proveniente dall’Attica. La mia amica torinese sostiene che siano gli stessi sandali che ogni anno lei compra in Grecia, anche se questi risalgono a più di duemila anni fa. 

Affondare nel limo, affondare nel tempo, che sia questa la fine temuta? Davanti al corredo funebre scavato nell’area delle sepolture di Spina, finissime porcellane smaltate viola scuro con storie mitologiche dipinte di un colore più chiaro, mi si confondono ancora di più le idee: perché sotterrare tanta bellezza? Il corredo è riemerso dal fango come la nave romana, ma possiamo esserne noi i destinatari? Mi faccio accompagnare da queste domande mentre ci avviamo verso il ponte Pallotta, il monumento con cui più si identifica Comacchio. È bello e stralunato come un’architettura di Escher, dai gradini sciamano turisti che si fermano cercando l’angolo migliore per farsi un selfie. Intanto la luce è quella calante della sera, che rende ogni cosa più tollerabile. Ci sediamo ai tavoli esterni di un bar e finalmente mi decido a tirare fuori dallo zaino Verso la foce e a rileggere i paragrafi su Comacchio, mentre gli altri ordinano vino. Sono un paio di pagine in tutto. Celati non spende una parola sull’acqua fangosa di Comacchio, sul ponte Pallotta e nemmeno sui resti della nave romana, che non poté vedere perché veniva disseppellita proprio in quel periodo, ma che immagino gli sarebbe piaciuta. Alzo lo sguardo intorno a me e nel fervore dell’ora degli aperitivi, provo a immaginare questo angolo come deve averlo visto lui: “Sull’acciottolato gremito di ragazzi col gelato in mano, bici che scampanellando, bagnini in canottiera su grosse moto, turisti che si guardano attorno incuriositi, c’è un mormorio diffuso. Ascolto, e ogni frase ha una modulazione di canto, ogni parola è un richiamo. La gente si chiama come fanno gli uccelli, canta o racconta e non fa altro, questa è la vita di ogni giorno. Forse ciò che diciamo ha pochissima importanza, tutto è già da sempre espresso dall’ordine che ci guida.” 

Vorrei dargli ragione e condividere l’idea che ciò che diciamo conta meno di come lo diciamo, ma qui è una cacofonia di cellulari che suonano, e di gente che parla a voce troppo alta.

Forse, io e Celati, abbiamo osservato due luoghi diversi, con occhi diversi, e me ne dovrò fare una ragione. Quando arriva il vino, facciamo un brindisi alla nostra giornata, ai fenicotteri rosa, alla dissepolta civiltà antica di Spina, al Po che “finalmente ho visto dove va a inabissarsi”, dice la mia amica nata dove il fiume è ancora giovane e robusto. Mi tornano in mente i versi del canto V della Divina Commedia coi quali Francesca da Polenta indica il luogo della sua nascita: “su la marina dove il Po discende/ per avere pace co’ seguaci suoi”. Inabissarsi significa trovare pace?

In auto, quando riprendiamo la strada provinciale per Ostellato in direzione di Ferrara, seguo finché possibile il profilo delle valli lacustri, una malinconia disadorna mi attira verso il basso come sasso in acqua. Mi rendo conto che la strada sale. Piano piano, ma sale e dopo un po’ ho la sensazione che siamo usciti da un guado. Se chiudo gli occhi, sotto le palpebre scorre il rosa dei fenicotteri e un paio di sandali greci di cuoio. La malinconia si è depositata, come il limo, quando l’acqua è ferma: è giusto che stia lì, in quella bassura. Qualche pagina prima dei paragrafi su Comacchio, Celati scrive: “Ogni osservazione ha bisogno di liberarsi dai codici familiari che porta con sé, ha bisogno di andare alla deriva in mezzo a tutto ciò che non capisce, per poter arrivare ad una foce, dove dovrà sentirsi smarrita. Come una tendenza naturale che ci assorbe, ogni osservazione intensa del mondo esterno forse ci porta più vicini alla nostra morte; ossia, ci porta ad essere meno separati da noi stessi.” 

 

 

 

 

 

 

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Comacchio