Un libro un luogo. Castelmagno
«La Val Grana è un fiore di roccia: ha le sue radici tra i prati e le prime balze di Pradleves, lo stelo si insinua sontuoso tra i faggi, in una fessura che pare voler preservare una sorprendente purezza. Questa si schiude, poi, di fronte a Chiotti, sopra Campomolino, con le tre cime del Pergo; altri petali gonfi come sotto la perenne carezza del cielo, sono i prati e i costoni verdi dove si ammucchiano gli armenti». Saverio Tutino (1923-2011) nel 1981 pubblicò per Priuli & Verlucca, un piccolo editore di Ivrea, San Magno fa prest, introducendo le fotografie a colori scattate da Paola Agosti durante una edizione della festa di San Magno, protettore degli armenti cuneesi appunto, che ogni anno il 19 agosto si ripete al Santuario di San Magno, complesso settecentesco appoggiato su, a 1.760 metri sul livello del mare, dove la valle si allarga verso il Colle Fauniera e poi verso il Passo della Gardetta, incrociando Valle Maira e Valle Stura. Oggi quel libriccino quadrotto è introvabile, una libreria antiquaria lo vende a 120 euro on line. Ma io l’ho ritrovato in casa, perché ero seduto su quei prati quella estate con loro, e con mio padre, e Tutino fece di mio padre Antonio la voce narrante: ne fece un personaggio mitico, il Campanaro, perché aveva sentito lui e me suonare a martello le campane della Chiesa di Sant’Ambrogio a Colletto, frazione di Castelmagno a 1.249 metri slm, e rimase anche lui incantato dalla poesia immensa della baudetta: «Come accade spesso tra padre e figlio, c’è sintonia e distacco, al tempo stesso. L’armonia tra loro nasceva quando insieme battevano sulle campane del Colletto».
Dopo il mondo dei vinti
Chiunque salga in Valle Grana, su fino a Colletto e all’alta valle, oggi la trova paesaggisticamente bellissima: lo sci e il turismo qui non sono arrivati a snaturare; della montagna si avverte l’autenticità, anche se la civiltà montanara, nella sua connotazione di miseria materiale e specificità culturale, se ne sta andando definitivamente, con la morte della generazione nata negli anni Trenta, che ha vissuto la Seconda Guerra Mondiale da bambino o ragazzino. Nel dopoguerra anche da qui – come da tutta la montagna italiana – se ne sono andati quasi tutti. Cento anni fa qui vivevano più di mille persone, oggi i residenti elettori sono 46. Mio padre stesso scappò dalla miseria spaventosa da adolescente, scese a Torino a fare prima lo sguattero in un convento, poi l’operaio in una boita (piccola officina), la sera studiava da ragioniere, si prese la tubercolosi, guarì e fece una decorosa carriera da impiegato nella azienda elettrica di Torino. Alla sua casa Natale tornava volentieri ogni estate, e quando andò in pensione (allora si andava in pensione relativamente giovani), diventò un inesausto bricoleur factotum full time, non stava fermo un momento e cominciò a ristrutturare la casa nella cui stalla nacque nel 1930, e che ora, dopo la sua morte, ho ereditato io, mettendo all’ingresso una targa in sua memoria.
Lui apparteneva a questa cultura, parlava occitano, conosceva tutti, cercava di avere buoni rapporti con tutti anche se anche qui i montanari erano incattiviti dalla miseria e litigiosissimi. Da bambino, stavo tre mesi ogni estate qui, giocavo con i ragazzini rimasti locali: andavamo in giro nei boschi a raccogliere la legna per i falò, salivamo sulle vette, giocavamo nei fienili, e quando negli anni Settanta arrivò il primo juke-box a Pradleves, il primo paese giù in valle, salivamo in 4-5 nella 127 bianca di Giuseppino, il messo comunale, e la sera scendevamo a ballare. La prima ragazza che baciai la trovai in quel bar; era una villeggiante.
Giuseppino è la copertina di San Magno fa prest, ritratto da Agosti nel costume della badìa, la tradizionale guardia con alabarda della festa di San Magno: anche lui è morto, senza neanche diventare vecchio: era figlio della ostessa di Colletto, Marì, un grande lavoratore, uno dei primi montanari a diventare impiegato comunale; era molto spiritoso e gli volevamo molto bene.
Nuto
Chi sale è incantato dalla “grazia del borgo intatto come era una volta”, dalla natura che la circonda, ma la natura cambia, la gente cambia. In valle ci sono alcune nuove coppie con figli che hanno ristrutturato case di stirpe e ne hanno fatto agriturismi; i loro bambini vanno nell’ultima scuola primaria a Monterosso Grana, a mezza valle, con le cinque classi con una ventina di bambini per classe, dove c’è il 5G ed è arrivata la fibra ottica, e ci sono abbastanza servizi (più su le cose sono più incerte, d’inverno ancora meno); qualcuno produce il formaggio Castelmagno, alcuni sono ancora margari, qualcuno (come il mio amico di infanzia Franchino) cucina ancora nel fine settimana nell’osteria che fu della mamma Marì.
Mio padre bambino ha ancora vissuto la miseria montanara, una vita terribile, durissima: si moriva come mosche, si lavorava come bestie, e qualche sera ci si trovava nella stalla più grande e calda per le veglie: «Chi cantava, chi suonava l’armonica, c’era allegria tra i giovani. Nelle stalle si parlava tanto delle masche, si parlava sempre di quello. Chi era più istruito leggeva dei libri e poi raccontava le storie nelle stalle. Tutte le disgrazie erano colpa delle masche, Quando si incontrava una donna bisognava lasciarla passare a sinistra, se no portava sfortuna»: negli anni Settanta il magnetofono di Nuto Revelli (1919-2004) raccolse centinaia di testimonianze di contadini della pianura, della collina e della montagna cuneesi, e poi pubblicò da Einaudi nel 1977 i monumentali due volumi di Il mondo dei vinti: sono ancora nel catalogo Einaudi. Le parole di prima erano di Spirito Magno Rosso, detto Prit Draghét, nato a San Pietro Monterosso nel 1896. Quando ho scavato nella libreria per cercare Il mondo dei vinti, per questo pezzo, ho scoperto che Nuto mi aveva fatto una dedica, come «giovane speranza di Castelmagno», e mi sono emozionato, me ne ero scordato. Capolavoro di storia orale, quel libro aveva già capito tutto: la montagna era spopolata da decenni, e lui comandante partigiano di Giustizia e Libertà tra Valle Stura (Paraloup di Rittana) e la Valle Grana, era tornato quarant’anni dopo a raccogliere testimonianze cruciali per la memoria di questo mondo.
Il sindaco rompiscatole
L’anno prossimo faranno 50 anni dalla pubblicazione de Il mondo dei vinti: «Nella Valle Grana, fino all’altezza di Pradleves, i segni delle “buste paga” e del turismo sono visibili. Poi comincia il “terzo mondo”, la strada si inerpica tra i dirupi, le rare case appollaiate sull’alto come fortezze. Campomolino, la capitale della zona di Castelmagno, conta ancora ventitré abitanti residenti. Riolavato, Narbona, Batuira, sono ormai frazioni spente. Al Colletto sedici abitanti, a Nerone, due; a Chiotti, sei; a Chiappi, venticinque. Una popolazione di anziani e vecchi. Chi non conosce il piccolo mondo di Castelmagno ignora che cosa vuol dire non mollare, non arrendersi. Una popolazione emarginata, bastonata, dissanguata da sempre, lontana anni-luce non soltanto da Torino e Roma, ma da Cuneo. Un Comune che amministra un bilancio di miserie. Nell’autunno del 1971 l’autorità scolastica di Cuneo decise di chiudere per sempre la scuola di Castelmagno: il numero di scolari era sceso sotto la quota minima, sotto la quota cinque». Oggi, in tutta Castelmagno, 46 elettori residenti. Tutta la generazione che Nuto fece parlare al suo magnetofono è morta. In quegli anni Settanta però Castelmagno fu amata da un piccolo grande uomo, Gianni De Matteis; era caporedattore de “la Stampa” a Cuneo; da ragazzo, nel dopoguerra, era nel Partito Comunista e fu spedito in bicicletta a fare propaganda in Valle Grana, dove quattro gatti rossi c’erano, emarginati e sospettati dalla schiacciante maggioranza democristiana e cattolica. Uscì dal PCI dopo Budapest e Praga, ed entrò nel Partito Socialista; allora c’era una giunta PCI-PSI, al governo in Piemonte, e il presidente era il cuneese avvocato Aldo Viglione; De Matteis prima fece qualche anno come consigliere di minoranza nel Comune: siccome la stanza del consiglio comunale era piccola, lo mandavano sul balcone durante le sedute; poi vinse e divenne per mezzo secolo il Sindaco più energico e intelligente che un comune di montagna abbia mai avuto. Diede uno scossone all’agonizzante Castelmagno. Sia Tutino che Revelli scrissero di Gianni nei libri che vi sto raccontando; Nuto: «Gianni De Matteis è il sindaco “ribelle” di questo mondo eroico e strano. Gianni De Matteis è un vulcano di iniziative, dieci le inventa, cinque le realizza. Gianni De Matteis è un fiero “rompiscatole”. Sfida l’Autorità, perché vuole che Castelmagno continui a vivere. Se la montagna muore, se la democrazia agonizza, è proprio perché la razza dei “rompiscatole” si va estinguendo». Tutino trascrisse le parole di mio padre: «Dice della tristezza che lo prende per le animosità tra le persone. In Valle questo non dovrebbe avvenire. De Matteis – stretto tra queste tensioni umane – è l’uomo che cerca sempre di tessere la tela dell’unione, come un piccolo profeta isolato e mai stanco». De Matteis fece conoscere il formaggio Castelmagno a mezzo mondo. De Matteis fece asfaltare strade e costruì un nuovissimo gigantesco Municipio a Campomolino; sul balcone non ci andò più nessuno; gli uffici comunali e la posta ebbero una bella sede, i nuovi obiettori coscienza ebbero un alloggio confortevole, le attività culturali ebbero uno spazio... De Matteis andò a Roma e poi a Trieste, da Franco Basaglia, per portare a Castelmagno i primi giovani che si ribellavano rischiando la galera al servizio militare di leva - allora obbligatorio per tutti i maschi diciottenni (Legge 772/1972 “Norme per il riconoscimento della obiezione di coscienza”). Gli obiettori salirono a Castelmagno, alloggiati spartanamente come i montanari, e li aiutarono a tagliare l’erba, a far partorire le ultime mucche, a rifare i sentieri e a piantare le patate. Alcuni di loro sono rimasti affezionati a Castelmagno e come tanti legati a questo posto hanno la seconda casa qui. Queste contrade d’estate si ripopolano un po’. Uno di loro, Flavio Menardi Noguera, ha dedicato libri alla Castelmagno degli ultimi decenni; vi racconto Rencountrar Castelmagno (Primalpe | Centro Occitano di Cultura Detto Dalmastro, s.d.)
Un ribelle tra i vinti
«Questi grandi margari sfruttano ora i pascoli alpini, caricano i vecchi prati del peso delle loro mandrie e le mucche, con il loro movimento continuo, “zappano” il terreno, creano avvallamenti, cunette, piccole dune. I muretti crollano, le pietre invadono i campi e nessuno si cura di toglierle. Che diversità dallo spirito d’una volta. Allora, se un muro franava, tutti quelli che per caso passavano nella zona si fermavano, formavano un gruppo e si mettevano al lavoro. In poco tempo il guasto era riparato. L’erba che cresce ancora, oggi si corica su quella dell’anno precedente che non è stata tagliata, e tutto si copre d’uno spesso strato di erba secca. Sono miliardi buttati via, ricchezza inutilizzata. Là dove potrebbero essere mucche e pecore e capre oggi cresce il rovo, si moltiplicano le spine e gli sterpi». Siamo ad oggi: noi con la seconda casa se andiamo a fare una escursione troviamo sentieri smottati e franati, erba alta dove strisciano le vipere; i pochi strenui volontari della Arvinca di Campomolino non riescono a fare manutenzione su tutte le arterie sentieristiche di un Comune dal territorio immenso; nessuno li aiuta, nessuno li finanzia. I grossi margari di valle salgono con le loro mandrie a giugno, perché prendono una cifra dall’Unione Europea per ogni vacca transumata (Politica Agricola Comune – PAC), spariscono in alto, divellono le orchidee selvatiche nei prati di alpeggio, disgregano i sentieri, e a settembre tornano giù con la seconda rata unna.
Con il riscaldamento climatico anche qui i boschi stanno salendo, invadendo gli alpeggi, ma non c’è una politica forestale efficace e capillare, che dia lavoro in una filiera del legno razionale: c’è qualche boscaiolo che si compra qualche bosco e ne fa la sua attività di piccola impresa. Nessuno disbosca, la maggior parte di noi non sa neanche dove siano le decine di pezzettini di prati e boschetti che ha ereditato dal padre o dalla madre, e ovviamente non se ne cura: qui nessuno ha ancora provato a dare lavoro a qualcuno facendo una associazione fondiaria come hanno fatto con successo nel Parco delle Alpi Marittime (le ASFO sono libere unioni tra proprietari di terreni pubblici o privati che raggruppano aree agricole e boschive incolte o abbandonate per affidarle a una impresa pastorale o forestale).
Menardi Noguera chiude il suo libro di ricordi e testimonianze con parole attualissime: «Un’inversione di tendenza a breve termine sarà molto difficile, eppure non mi sento di escluderla completamente. Forse sarà solo un sogno, ma sono convinto che, se in futuro la nostra società supererà le terribili contraddizioni che la contraddistinguono, dovrà per forza trovare soluzioni nuove e modi di vivere diversi da quello attuale. Il rispetto di tutte le risorse, naturali ed umane, una diversa organizzazione sociale e del lavoro, favoriranno forse, in futuro, l’insediarsi di nuovi nuclei familiari, di nuove collettività in quegli spazi che, come la montagna, oggi sembrano marginali, ma che in realtà sono solo lontani dalle nostre frenesie e dalle nostre paure… In quel giorno, se mai dovesse venire, il ricordo della civiltà che la montagna ha saputo esprimere tornerà ad ispirare una nuova convivenza tra gli uomini, tra gli uomini e gli altri esseri viventi, tra gli uomini e le cose…»
Provare a tornare
Negli ultimi anni siamo passati dal “mondo dei vinti” a “un mondo di convinti”. Da un anno provo a mantener fede alla fiducia che mi diedero, quando avevo vent’anni, Tutino e Revelli. Ho ristrutturato la casa dove nacque mio padre, il Campanaro, e ho insegnato a suonare la baudetta al mio primogenito e a chi vuole imparare a suonarla. Con altri vecchi e nuovi residenti estivi ho creato una associazione culturale e questa estate proveremo a fare un primo festival, per rimettere insieme una comunità, collaborando con tutti quelli che già ci stanno provando da anni. Questo inverno è stato un inverno freddo e nevoso come una volta, e non ce l’ho fatta a restar su: ero completamente solo in contrada, è venuto giù un metro di neve, è saltata la rete elettrica, si è azzerato il campo telefonico, ho avuto freddo e paura, e ho capito perché sono migrati quasi tutti. Ma ci riproverò, con diverse strategie, meno illusioni e nessun entusiasmo. Ho issato però una nuova bandiera. Con altri siamo nel movimento nazionale che crede in un “riabitare la montagna” che non sia schiavo di un turismo effimero e predatorio, in un ritorno con servizi accettabili (viabilità, luce e gas, telefonia e internet, istruzione, sanità…), un ritorno in cui sia possibile lavorare, far crescere bambini, senza sputar sangue.

“VITA”, la piattaforma editoriale del Terzo Settore fondata da Riccardo Bonacina nel 1994, ha appena pubblicato per i suoi abbonati Le aree interne in prima persona, a cura di Daria Capitani, un focus book in cui cinquanta italiani che hanno scelto di restare, ritornare e arrivare nella pancia del Paese raccontano questo ultimo segmento della loro biografia. Tra di loro c’è anche il presidente della Società meteorologica italiana Luca Mercalli, che nel 2020 aveva pubblicato per Einaudi Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale; oggi Mercalli scrive: «Dal 2018 vivo buona parte delle mie giornate in borgata Vazon, a Oulx, in una vecchia baita ristrutturata nel cuore delle Alpi Cozie. Ci sono arrivato per caso: non avevo legami storici né origini di famiglia o vecchie case di parenti abbandonate… Oggi la borgata è frequentata soprattutto da persone arrivate da centri urbani. Con una ventina di case e pochi abitanti, è difficile persino dare una definizione di “abitante locale”, la metà degli edifici è stata acquistata e ristrutturata da famiglie provenienti dalla pianura, nuovi montanari per scelta, che si sono via via integrati con quelli autoctoni. Quello che manca è una vera condizione di cooperazione con le istituzioni locali. A volte veniamo percepiti non come un’opportunità di rinnovamento per una borgata che fino a poco fa rischiava di crollare, ma quasi un fastidio, perché chiediamo servizi, manutenzione delle strade, impegno».
È così in tutte le Valli, nel 2026, ma ci proviamo.
Molti di noi, sfiniti dall’isolamento reale e dall’isteria internet, dall’aria fetida della pianura, hanno bisogno di silenzio e di natura, di lentezza e – perché no - di veglie insieme a raccontarci di nuovo storie dal vivo, ritrovandoci senza uno smartphone in mano.