Charlotte Delbo. Una memoria

Conversazione con Elisabetta Ruffini

Elisabetta Ruffini è direttore dell'Isrec di Bergamo e curatrice di un volume da poco in libreria, pubblicato da Il Filo di Arianna con il titolo Spettri, miei compagni (introduzione e nota al testo di Elisabetta Ruffini, trad. Andrea Pioselli). A lei chiedo di parlarmi di Charlotte Delbo – autrice del libro – resistente, deportata, testimone di Auschwitz, voce del Novecento.
Francese di origine, ma “figlia dell'immigrazione italiana”, amica di lunga data di Henri Lefebvre e segretaria di Louis Jouvet, Delbo, quasi del tutto sconosciuta in Italia, è ancora poco nota in Francia; sebbene l'Haut Comité des commémorations nationales, d'accordo con il governo francese, l'abbia voluta nel novero delle commemorazioni nazionali previste per il 2013, in occasione del centenario della nascita.

 

 

Cogliendo l'invito di Primo Levi che, riconoscendo in lei le stesse ragioni che lo avevano spinto a scrivere, esortava a leggere Delbo, l'Istituto storico della Resistenza e dell'età contemporanea di Bergamo – in collaborazione con il corrispondente Centre d’Histoire de la Résistance et de la Déportation di Lione – hanno dato vita a un progetto che, con il coinvolgimento di altri attori a livello europeo, vuole riscoprire l'opera di questa scrittrice, dedicandole una mostra e, nel caso italiano, anche avviando la traduzione delle sue opere, a partire da questo piccolo libro.

 




Perché si torna a parlare di Charlotte Delbo?

 

Si torna a parlare di Charlotte Delbo in Francia nel centenario della nascita. Claudine Riera-Collet, sua erede, ha sempre sperato che questa fosse l'occasione per riscoprirla e ha operato perché ciò accadesse. Nel 2010 fonda a questo scopo L'association des Amis de Charlotte Delbo, insieme a uomini provenienti dal mondo della cultura, storici, letterati, persone di teatro, che si erano occupati di Charlotte Delbo. Da gennaio a oggi si sono susseguite numerose iniziative, alcune di queste hanno visto la collaborazione attiva del nostro istituto, in particolare il convegno internazionale (promosso da BnF, Comédie Française, Université de Rennes 2, Association Les Amis de Charlotte Delbo) tenutosi l'1– 2 marzo, dal titolo “Charlotte Delbo 1913-1956. Impegno, opere, universo concentrazionario” e la mostra itinerante “Charlotte Delbo una memoria, mille voci”, inaugurata per la prima volta a Rouen l'8 marzo e poi esposta anche Parigi.

 

I libri di Charlotte Delbo sono stati pubblicati in Francia, tra gli altri, da Éditions de Minuit, un editore prestigioso. Come spieghi la dimenticanza che è seguita dal 1985 negli anni dopo la morte?

 

Charlotte Delbo è stata una voce della deportazione, più in generale, direi, una voce del Novecento. Ma non è stata mai famosa. Ha avuto sì uno spazio nella vita pubblica francese, intervenendo dalle pagine di «Le Monde» – aveva un pubblico affezionato di lettori – ma non è mai stato riconosciuto il valore letterario delle sue opere.
In Francia a sostenerla immediatamente è François Bott, ne nasce un'amicizia molto forte, molto importante; ma non è abbastanza e Delbo resta sempre un po' ai margini della letteratura francese. Se è vero, infatti che sarà Éditions de Minuit a pubblicare la sua prima opera Les belles lettres e, sul finire degli anni Settanta, l'intera trilogia Auschwitz et aprés, non sarà un caso se l'editore stamperà i suoi libri nella collana Documents, cioè nella collezione storica.
Dopo la morte si perde il ricordo di Delbo, ma negli anni novanta in Francia una lettura pubblica organizzata dalla compagnia Bagages de sable le rende omaggio. Per una notte intera numerose attrici, su tutto il territorio nazionale, ridanno voce alle sue parole, leggendole all'unisono, dirette e coordinate dall'emittente radio France culture. Éditions de Minuit ristamperà, a seguito di quell'evento, le sue opere. Ma anche questo non sarà sufficiente a far sedimentare il ricordo di Delbo nella memoria dei francesi. Quando arrivo in Francia, in anni più recenti, a Parigi i miei compagni di studi non sanno chi è Delbo e la associano, poiché anche io vengo da lì, all'Italia.

 

Un filo che lega Charlotte Delbo, all'Italia, però, esiste davvero...

 

Charlotte Delbo nasce da una famiglia di origini italiane, il nonno era partito per la Francia alla fine dell'Ottocento e aveva finito col lavorare per Eiffel; al figlio – padre di Charlotte – toccherà lo stesso destino. Anche la madre è emigrata dall'Italia, da Torre Pellice, spinta dalla fame; i genitori si sposano e si stabiliscono a Vigneux-sur-Seine, alla estrema periferia di Parigi, dove lei nasce nell'agosto del 1913. Delbo è sempre stata fiera delle sue origini e in un curriculum redatto di suo pugno, oggi conservato nell'archivio, scrive orgogliosa di non avere mai fatto studi ufficiali, ma, puntualizza, “j'ai fait de la philosophie avec Henri Lefebvre”.

 

Che importanza ha l'incontro con Henri Lefebvre?

 

È grazie alla sua voglia di cultura che Charlotte Delbo fa i suoi passi nella vita. Legata agli ambienti della gioventù comunista francese, conosce George Dudach, che diverrà suo marito, e presto diventa segretaria di Louis Jouvet. L'amicizia con Lefebvre, nata in quegli anni, si consoliderà dopo la guerra e sarà lei a interromperla bruscamente nel1978 per divergenze politiche e ideologiche. Dal 1960 sarà, dunque, sua assistente. È una collaboratrice instancabile e esigente, le carte testimoniano il suo contributo e, al tempo stesso, il debito che Delbo ha nei confronti del maestro: redigere i testi di Henri Lefebvre, lavorare con lui, significherà qualcosa di più di una semplice collaborazione, vorrà dire per lei, come accennavo prima, “fare della filosofia” con Henri Lefebvre.

 

Oltre a Lefebvre, suo nume tutelare fu Louis Jouvet, dedicatario della lettera mai inviata, che Charlotte Delbo pubblicherà in varie edizioni con il titolo Spettri, miei compagni.

 

Con Louis Jouvet, Delbo impara a conoscere il teatro. È Jouvet che la spinge a capire quale è il ruolo della letteratura e contribuisce alla scelta di Charlotte di mettere alto nella vita il valore delle cultura. La lettera è un continuo interrogarsi sul significato dell'immaginario, per lei – in quanto donna, deportata, sopravvissuta – e per l'uomo in senso universale. La letteratura ha per lei, come per Jouvet, non un valore esplicativo, la letteratura non spiega, non rivela verità ultime; la letteratura, come per il teatro di Jouvet, è una “scuola di umiltà”. Da Jouvet, inoltre, eredita l'idea che la letteratura sia un grande esperimento sulla lingua. Di qui l'importanza della lingua come capacità di raccontare gli uomini e quello che subiscono, che vivono, che patiscono. Il discorso sul pathos è molto forte in Delbo, per lei la scrittura è ciò che gli dà corpo, a condizione che non lo riduca alla semplice emozione. C'è la testimonianza, Delbo non rinuncia in questa lettera a testimoniare la sua esperienza, ma tessuta insieme – tenuta insieme – a una riflessione critica sul teatro e sul ruolo dell'immaginario. Tutto questo racconta Spettri.

 

Perché avete scelto di dare avvio a una collana dedicata a Charlotte Delbo proprio con quest'opera?

 

Ci siamo chiesti come fare a diffondere la conoscenza di Delbo in Italia, non solo come testimone di Auschwitz o come autrice della letteratura concentrazionaria, ma anche come voce critica, insieme ad altri intellettuali, in una Europa che nella seconda metà del secolo scorso si trova a fare i conti con la guerra e che deve guardare al presente.

 

 

Per fare ciò, oltre alla mostra, abbiamo immaginato che il libro Spettri, miei compagni, certamente non facile, potesse testimoniare della complessità di questa donna. Vorrei ricordare che per Delbo la memoria non è solo il campo di concentramento. Il primo libro che pubblica, siamo nel 1961, è un libro che denuncia la tortura nella guerra francese in Algeria. Per Delbo la memoria è lasciare traccia di ciò che gli uomini hanno vissuto, ma anche vigilanza sul presente. Non ha mai voluto fare letteratura per fare letteratura, ma per porre ai lettori delle domande. Lo vediamo chiaramente in Spettri, la sua è una scrittura che non ci accompagna, non asseconda i nostri pregiudizi; interroga le nostre coscienze, mina le nostre sciocche consapevolezze. A tratti è una scrittura che dà fastidio. Sarà lei stessa a dirci quale ruolo affida alla scrittura quando affermerà: “la poesia è la migliore arma per combattere i nemici che voglio combattere”.

 

Hai accennato alla mostra. La mostra, co-prodotta con l'istituto storico di Lione, è stata possibile grazie alla disponibilità di Claudine Riera-Collet e della BnF, oggi custode delle carte di Delbo, che hanno concesso per la prima volta che materiali dell'archivio venissero usati pubblicamente. La mostra è stata inaugurata a Rouen l'8 marzo, poi poco più in là a Parigi e al Parlamento Europeo e presto sarà probabilmente anche in Italia a Torino, Fossoli, Milano. La scelta di legare la prima inaugurazione a quella data di certo non è casuale. In che modo ha senso parlare di Charlotte Delbo in quanto donna?

 

Charlotte Delbo è una donna che scrive, non stiamo parlando di scrittura femminile, di scrittura di genere. Delbo, per prima, prende una prospettiva femminile sulla deportazione e cerca di raggiungere l'umano parlando di donne.

 

 

Ci racconta le storie delle 230 deportate che sono partite con lei per Auschwitz, di queste solo 49 si salvarono;  ci fa scoprire storie di donne che fanno i conti con la deportazione e che poco hanno a che vedere con le immagini simbolo del deportato che noi tutti conosciamo. Fino ad allora le deportate erano vite senza attributi e finivano col coincidere con i deportati uomini, senza differenze. Delbo inizia dalle differenze e, primariamente, dal corpo che ne sta all'origine. Per fare un esempio, la Vittoria Nenni – figlia di Pietro Nenni, internata ad Auschwitz, dove muore, il 15 luglio 1943 – del  ritratto di Renato Guttuso, riprodotto nel 1988 sulla tessera del Psi, è molto diversa dalla Vivà di cui parla Charlotte Delbo, essendole stata amica e avendo conosciuto insieme a lei l'esperienza del lager. In questo senso possiamo ricordare Charlotte Delbo l'8 marzo, pensando a quanto abbia operato a che la memoria delle donne non andasse persa.

 

In parte me lo hai già detto, ma in conclusione ti chiedo: interrogata su che cosa è la memoria, che cosa direbbe Charlotte Delbo parlando alle generazioni future?

 

Ti rispondo con le sue parole. In un testo scritto alle soglie della morte, suo testamento spirituale, scriverà di essere un “essere doppio”, che ci sono due memorie: quella che è più radicata e la riporta nel campo, di fronte alla quale non può che urlare, e la memoria del pensiero, che è quella che le permette di raccontare, di raccontarci. In Delbo la memoria è arte. Perché per lei è nel gesto artistico che la consapevolezza del presente tesse la memoria del futuro.

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