Pynchon. Bleeding edge

«Ehi guarda, stanno distruggendo i newyorkesi: carino, vero? Cioè: niente di personale.» È la profetica battuta di una teenager con la faccia incollata a un violento videogame che appare nell’ultima opera di Thomas Pynchon, uscita nel mercato anglofono proprio questa settimana a marchio Penguin. Il libro si fa leggere anche da chi ha scarsa indulgenza verso l’autore noto per aver esordito con il funambolico V giusto mezzo secolo fa.

 

Qui spiccano i dialoghi, secchi ed efficaci come nelle moderne serie televisive, ma tranne qualche sbandata nel plurilinguismo spinto (chutzpah, caveat, sutra, «Che si dice?» e strozzapreti in idioma rigorosamente originale) l’ottavo romanzo di Pynchon apparirà tutt’al più un bizzarro ibrido tra il suo epigono David Foster Wallace e un enigmatico noir alla Raymond Chandler. Logico qui il collegamento con la protagonista del libro, Maxine Tarnow, una mamma suo malgrado divorziata alle prese con «la paranoia della mezza età» ma soprattutto un’investigatrice di frodi fiscali sulle tracce di un’oscura dotcom. Infatti siamo nel 2001 o se preferite in quell’universo di tecnologia aggressivamente all’avanguardia (che tradotto si dice Bleeding edge ed è anche il titolo dell’opera) ai tempi salutata come New Economy. Déjà-vu, certo.

 

Ma quanto brucia vedere la celeberrima Bolla paragonata alla scena di Zorba il greco, dove tutti saccheggiano la casa della vecchia signora appena morta? Forse il doppio, se chi lo scrive passava alla storia proprio 40 anni or sono con il futuribile Arcobaleno della gravità. Lì però la catastrofe proveniva dall’aria («un grido s’avvicina, attraversando il cielo» era l’incipit) e invece in quest’ultimo romanzo le minacce sono quasi interamente underground: directory nascoste, chip per ficcanasare addirittura nei computer spenti, capitali offshore e sinistri social network embrionali nascosti dietro labirinti di link che si autocancellano in modalità «pseudo random». È un nascituro panorama 2.0 che somiglia a tutto tranne che all’Arcadia: si chiama non a caso DeepArcher e si legge departure, ossia partenza e quindi fuga dalla realtà.

 

In questa New York immaginifica è infatti tutto falso o potenzialmente ridicolo o talora addizionato di inquietanti significati secondari. Ecco allora che le polaroid sono sempre photoshoppate, che l’insolenza degli anagrammi riesce a trasformare Deloitte and Touche in Louche & De Toilet e che diventa ahinoi possibile scomporre Islam in I slam, Io attacco. La memoria in cortocircuito va alla simbologia controversa delle Torri Gemelle: secondo un personaggio di Bleeding edge il World Trade Center era solido «come un’ammiraglia», ma a un altro sembrava invero un po’ «fragilino». La morale del libro è già lì, come anche nei dubbi che non assolvono la zona grigia di connivenza tra nerd e venture-capitalisti: «Chi era meno innocente?». E questo ci porta a un ulteriore quesito-chiave di Pynchon: «Cosa succede quando la rete va in blackout?». Evaporano tutti i virtualissimi link e tu «torni sul pianeta Terra» con l’ultimo interrogativo fondamentale: poi i cattivi perderanno? Come da tradizione sì, però Bleeding edge avverte che «niente è concluso» mentre qualcun altro insinua che «la stupidità di Wall Street alla fine è imbattibile». Ma qui forse è meglio fare come Maxine Tarnow (Not war è il suo anagramma) che a indagine conclusa ritorna alla concretezza della triade figli-marito-focolare e nota sui palazzi vicini uno strano bagliore. Solo per un istante si chiede cos’è, poi gira l’angolo e si lascia alle spalle la domanda.

 

Precedentemente apparso su La Domenica de il Sole 24 Ore

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