Manifesta 16: le chiese della Ruhr
La Ruhr è una regione difficile da raccontare. Non è una città, ma una costellazione urbana, una sequenza quasi ininterrotta di centri – Bochum, Essen, Duisburg, Gelsenkirchen, Dortmund – cresciuti attorno all'estrazione del carbone e alla produzione dell'acciaio. Chi la visita per la prima volta vi entra con questo immaginario: ciminiere, acciaio, miniere, quartieri operai. L'immagine attuale è, in realtà, molto diversa e più difficile da definire. Oggi le fabbriche sono diventate patrimonio culturale, molte chiese cercano una nuova funzione e gli spazi della comunità vengono ripensati. Per oltre un secolo questo territorio ha rappresentato il motore economico della Germania, attirando migliaia di lavoratori e costruendo un'identità profondamente legata all'industria. Con la chiusura delle miniere e la progressiva deindustrializzazione, la domanda è diventata inevitabile: come immaginare il futuro di una regione quando il racconto che l'ha definita per generazioni non basta più? La risposta della biennale nomade Manifesta – giunta alla sua sedicesima edizione – sorprende perché non passa innanzitutto attraverso le opere, ma attraverso i luoghi. Manifesta 16 sceglie di insediarsi in numerose chiese disseminate nella Ruhr, molte delle quali costruite nel secondo dopoguerra per accompagnare la rinascita di quartieri sorti intorno alle miniere e agli stabilimenti siderurgici. Le chiese vengono considerate come spazi che, ben oltre la loro funzione religiosa, hanno contribuito a costruire il tessuto quotidiano delle città: luoghi di incontro, di solidarietà, di educazione, di assistenza, capaci di dare forma a un senso di appartenenza condiviso. Attorno al nucleo principale di Bochum, Duisburg, Essen e Gelsenkirchen, gravitano altre città – Dortmund, Herne, Mülheim an der Ruhr, Bottrop, Oberhausen – che condividono la stessa storia industriale e gli stessi processi di trasformazione. È una geografia policentrica che rende impossibile separare nettamente una città dall'altra. Anche per questo Manifesta 16 ha rinunciato all'idea di una sede espositiva principale: il vero spazio della biennale coincide con il territorio stesso della Ruhr, con le sue connessioni, le sue differenze e le memorie che attraversano questa vasta regione urbana.
Negli ultimi decenni la Germania ha assistito alla chiusura di migliaia di edifici religiosi. Dietro questo fenomeno non c'è soltanto il calo della pratica religiosa, ma una trasformazione più profonda delle forme della vita collettiva. Quando una chiesa chiude, non scompare soltanto un luogo di culto; viene meno anche uno degli ultimi spazi in cui una comunità può riunirsi. In un'epoca in cui molte relazioni sociali si consumano nel digitale o nei centri commerciali, la perdita di questi edifici significa interrogarsi su dove, e in che modo, sia ancora possibile costruire una dimensione condivisa del vivere. È proprio qui che il progetto curatoriale di Manifesta 16 si distingue da quello di molte altre biennali: nella Ruhr, l'obiettivo sembra essere quello di creare le condizioni affinché l'immaginazione artistica possa contribuire alla trasformazione urbana e civica. Le opere non rappresentano il punto di arrivo del progetto, ma uno strumento attraverso cui attivare conversazioni, riportare gli abitanti dentro edifici che avevano perso centralità, immaginare nuovi usi per spazi che continuano a custodire la memoria delle comunità che li hanno abitati. Lo spazio pubblico diventa così un laboratorio. I cittadini non sono semplicemente spettatori chiamati a visitare una mostra, ma interlocutori di un processo che li riguarda direttamente. La domanda che attraversa la biennale non è tanto quale sia il futuro delle chiese, o come possano servire a luoghi di esposizione per l’arte contemporanea – tema, quest’ultimo, già presente nella letteratura critica artistica – quanto quale possa essere il futuro delle comunità che quelle chiese hanno contribuito a costruire. Più che reinventare un edificio, Manifesta 16 prova a reinventare l'idea stessa di vicinato, trasformandola in una riflessione su che cosa significhi essere una comunità.
La navata della Christ König Kirche, spogliata di ogni monumentalità retorica, conserva il ritmo lento dell'originaria architettura del monastero francescano a cui apparteneva. Al centro dello spazio, l'artista ceca Eva Koťátková trasforma il pavimento in un rifugio temporaneo per creature fragili: enormi animali tessili, uccelli, vermi, figure ibride e corpi esausti occupano la chiesa come gli ospiti di un dormitorio collettivo. L'immagine richiama inevitabilmente la tradizione francescana della cura e della compassione verso i più vulnerabili, estendendola non solo agli esseri umani, ma a ogni forma di vita. La chiesa non si limita così a ospitare l'installazione: la sua storia e la sua identità diventano parte integrante dell'opera.
Nella chiesa di Sant'Anna, a Bochum, il percorso cambia improvvisamente tono. Con “Glück auf in Deutschland” Pınar Öğrenci porta al centro un'altra forma di cura: quella della memoria. L'artista turca, che da anni lavora tra ricerca storica, testimonianze orali e pratiche documentarie, ricostruisce la storia della Ruhr dalla prospettiva dei lavoratori migranti che hanno contribuito in modo decisivo allo sviluppo economico della Germania occidentale. Il titolo riprende il tradizionale saluto dei minatori, <<Glück auf!>>, ovvero torna in superficie sano e salvo, trasformandolo in una domanda sul significato che quel lavoro continua ad avere oggi, quando le miniere hanno ormai chiuso ma le comunità nate attorno ad esse continuano a vivere. Negli anni del miracolo economico, la rapida crescita industriale della Germania Ovest rese indispensabile il ricorso a nuova manodopera. Gli accordi stipulati con l'Italia nel 1955 e, poco dopo, con Spagna, Grecia e Turchia portarono nella Ruhr centinaia di migliaia di uomini e donne destinati a lavorare nelle miniere, nelle acciaierie e nelle grandi industrie siderurgiche. Furono chiamati Gastarbeiter, "lavoratori ospiti", una definizione che lasciava intendere una presenza provvisoria. Molti di loro invece rimasero, fecero arrivare le proprie famiglie, aprirono negozi, fondarono associazioni, trasformarono quartieri interi. La Ruhr contemporanea – e, si potrebbe affermare, gran parte della Germania Ovest – è il risultato di questa stratificazione di storie e di migrazioni. A quella esperienza appartengono immagini ancora vive nella memoria collettiva: viaggi in treno, alloggi condivisi, turni massacranti, la speranza di denaro per tornare. Un ritorno che è mai avvenuto. Quelle esistenze contribuirono non soltanto alla crescita economica tedesca, ma anche alla nascita di una società odierna multiculturale. Attraverso immagini d'archivio, materiali documentari e testimonianze, l'opera di Öğrenci restituisce dignità a biografie che troppo spesso rimangono ai margini del racconto ufficiale. La scelta di presentare questo lavoro proprio nella chiesa di Sant'Anna non è casuale. Molti dei lavoratori migranti che arrivarono nella Ruhr attraversarono edifici come questo: vi celebrarono matrimoni e battesimi, vi trovarono una comunità, impararono una nuova lingua. La chiesa non rappresenta dunque soltanto lo sfondo dell'opera, ma uno dei luoghi in cui quella storia si è realmente svolta. È qui che il progetto di Manifesta 16 acquista il suo significato più profondo: la biennale non utilizza gli edifici religiosi come contenitori per l'arte contemporanea, ma restituisce loro la funzione di archivi viventi della memoria collettiva come forma di resistenza alla perdita della memoria stessa e anche di laboratori in cui immaginare nuove forme di comunità. È una memoria plurale, fatta di lingue, tradizioni religiose e pratiche culturali differenti, che continua ancora oggi a ridefinire il significato stesso della parola "comunità".
Nella Kulturkirche Liebfrauen di Duisburg Abbas Zahedi invita a riflettere su una forma diversa di eredità: quella del lutto e della possibilità di ricominciare. Da anni l'artista britannico di origine iraniana lavora sul rapporto tra cura, spiritualità e pratiche comunitarie, trasformando spesso le sue installazioni in luoghi di ascolto più che di contemplazione. Anche “Ouranophobia 47051” nasce da questa ricerca. Il titolo riprende il codice postale del centro di Duisburg, il cuore dell'opera è affidato al suono. Alcune canne d'organo recuperate da una chiesa di Kyiv, danneggiata dalla guerra, vengono riportate a nuova vita all'interno della navata, dove tornano a produrre una presenza sonora. Uno strumento costruito per accompagnare la liturgia, ferito dalla violenza del conflitto, continua a parlare in un'altra città europea segnata da una storia diversa, ma anch'essa attraversata da guerre, ricostruzioni e migrazioni. L'organo smette di essere soltanto un oggetto liturgico per diventare un archivio materiale della memoria. Ancora una volta la Kulturkirche Liebfrauen non viene utilizzata come un contenitore neutrale, ma come uno spazio in cui il suono può riattivare una dimensione collettiva dell'ascolto.
Nella chiesa St. Gertrud di Essen, gli oggetti di uso quotidiano raccontano la precarietà del presente. Sospesi nel vuoto, sedie, forbici, utensili da cucina in metallo formano una lunga catena attraversata da corrente elettrica. All'estremità in basso, una lampadina continua a pulsare irregolarmente, illuminando a intermittenza lo spazio superiore della chiesa. Questa installazione, dal titolo “Electrified”, è costruita con elementi minimi, ma produce un senso di inquietudine immediato. Gli oggetti che abitualmente associamo alla casa e alla quotidianità sembrano improvvisamente perdere la loro familiarità, come se fossero qualcosa di instabile e potenzialmente minaccioso. Fin dagli esordi della sua ricerca, l’artista libanese Mona Hatoum ha interrogato il rapporto tra corpo, spazio domestico e potere, mostrando come ciò che appare familiare possa improvvisamente diventare estraneo. I suoi oggetti cessano di essere semplici utensili e diventano dispositivi attraverso cui riflettere sulla vulnerabilità, sul controllo e sulla precarietà dell'abitare. Nella chiesa di St. Gertrud, “Electrified” assume una risonanza ulteriore. Mentre la casa rappresenta tradizionalmente il luogo della sicurezza privata, la chiesa è da secoli il luogo della protezione collettiva, della solidarietà e della costruzione della comunità. Hatoum mette in crisi entrambe queste certezze. La luce che continua a tremolare sembra suggerire che nessuno spazio è sicuro una volta per tutte e che ogni forma di convivenza richiede un equilibrio fragile. L’artista introduce un ultimo elemento indispensabile: la consapevolezza che ogni comunità è una costruzione fragile, da rinnovare continuamente. Non basta restituire una funzione a un edificio; occorre ricostruire le relazioni che rendono quello spazio realmente abitabile.
La tappa di Gelsenkirchen sposta l'attenzione dalla memoria individuale alla costruzione di una memoria collettiva. Nella chiesa di St. Bonifatius, trasformata per l'occasione nel Ferdane Satır Tea Garden, il tema della comunità non viene raccontato attraverso una singola opera, ma prende forma come un vero e proprio dispositivo espositivo. Il progetto, ideato dal curatore Gürsoy Doğtaş, prende il nome da Ferdane Satır (1944–1984), figura che richiama la storia delle migrazioni turche nella Ruhr. All'esterno della chiesa, un giardino del tè accoglie il visitatore come luogo di sosta, incontro e conversazione. È un riferimento ai piccoli orti e ai giardini coltivati dai primi lavoratori migranti arrivati nella regione, spazi in cui ricostruire una quotidianità, mantenere un legame con il paese d'origine e creare nuove relazioni di vicinato. È significativo che questo progetto trovi spazio proprio a Gelsenkirchen, città segnata dall'industria mineraria e dai successivi flussi migratori, oltre ad essere una delle città tedesche più povere in assoluto. Qui la collettività non è soltanto il soggetto della narrazione, ma il principio che organizza l'intero percorso. Il Ferdane Satır Tea Garden sintetizza efficacemente l'intera proposta di Manifesta 16. La chiesa non è più soltanto un edificio da riconvertire, ma torna a essere uno spazio di aggregazione. Se un tempo era la liturgia a riunire la comunità, oggi sono il dialogo tra arte, memoria e partecipazione a riattivare la vocazione sociale di questi luoghi.
Fin dagli incontri con gli abitanti della Ruhr, avviati oltre un anno prima dell'inaugurazione della biennale, Manifesta 16 ha dichiarato la propria ambizione: non limitarsi a organizzare una mostra, ma avviare un processo destinato a proseguire oltre la durata dell'evento. Le opere si presentano come dispositivi capaci di attivare relazioni, mettere in contatto persone, associazioni e istituzioni, favorire nuove forme di collaborazione. La partecipazione, costituisce il principio fondante del progetto curatoriale. La domanda che attraversa l'intera biennale, allora, non riguarda soltanto il futuro delle chiese. Riguarda il futuro delle comunità europee. Come costruire un senso di appartenenza in territori segnati da profonde trasformazioni economiche, sociali e demografiche? Come immaginare un futuro condiviso a partire da luoghi che custodiscono la memoria del passato senza rimanerne prigionieri? Manifesta 16 propone un autentico esercizio di immaginazione civica. Ricorda che la trasformazione urbana non dipende soltanto dall'architettura o dalla pianificazione urbana, ma anche dalla capacità di creare nuove relazioni, di attivare pratiche di collaborazione e di restituire significato agli spazi condivisi in cui l’arte smette di essere semplice elemento decorativo e diventa uno strumento attraverso cui ripensare la città.