Anne Carson: le urla di Antigonick

7 Novembre 2026

Una notevole parte dell’opera di Anne Carson, premio Nobel 2026 per la letteratura, è dedicata alla traduzione e alla riattualizzazione del mito. Non tutti sanno che la poetessa è una classicista e questo spiega le sue traduzioni di Eschilo, Sofocle ed Euripide. Un mostro come Gerione prende la scena nel suo romanzo di formazione Autobiography of Red: A Novel in Verse. Marilyn Monroe ed Elena di Troia collidono in Norma Jeane Baker of Troy. Tra tutte queste figure, reinventate o riscoperte, occupa un posto particolare Antigone, un personaggio che ha subito innumerevoli e ostinate riscritture. Anne Carson non poteva non confrontarsi con colei che mette in crisi con tanta radicalità il rapporto tra legge, giustizia e potere e che allo stesso tempo è stata oggetto di appropriazioni e rivendicazioni ideologiche. Nel 2012 Carson pubblica con i disegni di Bianca Stone e su progetto grafico di Robert Currie Antigonick, una traduzione di Sofocle, in molti punti straordinariamente fedele all’originale e allo stesso tempo profondamente innovativa. Nei versi della Carson, riprodotti in grafia manoscritta, continuamente si aprono delle fessure attraverso cui entra il presente che è in grado di spiegare il passato. Già il titolo, per un lettore italiano, pone un problema. Perché Antigonick e non semplicemente Antigone? Chi, o che cosa, è Nick?

Prima di rispondere conviene entrare nella tragedia e seguirne qualche passo. Perché al centro di un nodo etico fondamentale c’è una giovane orfana senza protezione? Nei racconti antichi un evento si ripete con una certa insistenza: sono spesso le donne a mettere in questione il potere e le forme del governo. Ciò accade all’interno di società maschiliste, spesso apertamente misogine, nelle quali comando, decisione e coraggio parlano al maschile. Nelle leggende romane il suicidio della matrona Lucrezia accompagna la fine della monarchia e l’inizio della repubblica; nella Grecia del mito, i delitti di Clitennestra e di Medea fanno saltare le gerarchie familiari e politiche dentro cui le due donne sono costrette; Antigone costringe Creonte a misurarsi con il limite del proprio potere. La storia di Antigone, come Sofocle ce l’ha raccontata, è nota. Polinice, pretendente al trono di Tebe, la città dalle sette porte, alleatosi con Argo, muove guerra alla città dove regna il fratello Eteocle. I due fratelli si affrontano presso la stessa porta e si uccidono a vicenda. Creonte, loro zio materno e fratello della madre Giocasta, divenuto re/reggente, emette un kerygma, un decreto, che riguarda la sepoltura dei contendenti. Eteocle, difensore della città, sarà sepolto con onore; Polinice, che l’ha assalita con un esercito straniero, resterà insepolto. Antigone non contesta i fatti e non chiede clemenza. Contesta qualcosa di più radicale: che quel comando possa valere contro le incrollabili norme non scritte degli dèi. E seppellisce il fratello. Creonte la condanna a essere chiusa viva in una grotta. Quando infine il re, persuaso dall’indovino Tiresia, decide di liberarla, arriva tardi: Antigone si è già sottratta anche alla morte che lui aveva disposto. Per i giuristi questa tragedia è da sempre terra di scontro tra la necessità di obbedire alla legge imposta dall’autorità competente indipendentemente dal suo contenuto (legalità) e l’esigenza che la legge alla quale si è chiamati a obbedire sia improntata a valori di giustizia condivisa (legittimità).

Anne Carson apre la riedizione del dramma del 2015 con una lettera della traduttrice indirizzata alla protagonista. Le ricorda le interpretazioni che le sono state cucite addosso: eroina, terrorista, esempio di intelletto maschile, figura della resistenza. E ricorda il caso quasi perfetto dell’Antigone di Anouilh: nella Parigi occupata del 1944, questa pièce teatrale fece buona impressione sull’alto comando nazista e, allo stesso tempo, sui capi della Resistenza francese seduti fra il pubblico. Carson immagina Antigone che alza gli occhi al cielo!

Nel dopoguerra Brecht aveva messo in scena l’Antigone facendo portare alla protagonista un giogo legato alla schiena. Il giogo somigliava a una porta. Carson utilizza questo fraintendimento per osservare:

«una porta può avere significati diversi / io sto fuori dalla tua porta / la cosa strana è che anche tu stai fuori dalla tua porta / quella porta non ha un dentro / oppure, se ha un dentro, tu sei l’unica persona che non può entrarvi».

Non stupisce che Antigone sia fuori di ogni porta: dopotutto è figlia di un incesto e di una famiglia disfunzionale. Giocando ancora sulla metafora si potrebbe dire, a mio avviso, che se Tebe era la città dalle sette porte, Antigone ne porta sulle spalle l’ottava, o forse lei stessa è l’ottava porta. Per me non è una porta che si chiude, ma una che si apre verso un futuro in cui diventa pensabile opporre al comando una norma diversa, contestare la legge, arrivare all’obiezione e alla disobbedienza civile.

Che a farlo sia una donna è già un punto che evidenzia Sofocle. Prima ancora di sapere chi abbia sepolto Polinice, Creonte domanda quale uomo abbia osato farlo (Antigone verso 248). Quando scopre che è stata Antigone, arriva a dire: «io non sono l’uomo: l’uomo è lei» (Antigone versi 484-485); poco dopo: «finché io vivo, una donna non comanderà» (Antigone verso 525). Il coraggio di Antigone entra nello spazio che Creonte considera maschile: osare, decidere, parlare pubblicamente, non cedere, esercitare kratos, il potere. Ma Antigone non è un uomo: è una donna che occupa il posto che il potere aveva riservato agli uomini.

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Sofocle usa al verso 821 per Antigone – e Carson lo mette in rilievo – l’aggettivo autonomos, formato da autos, «sé stesso», e nomos, la legge. Antigone non si limita a infrangere il kērygma, l’editto di Creonte. Decide da sola quale norma possa obbligarla: al comando del sovrano oppone le leggi non scritte degli dèi e agisce secondo esse. Carson lo dice in modo molto netto: «autonomia suona come una specie di libertà / ma la libertà non ti interessa». Il progetto di Antigone è più duro: restare fedele alla norma che ha riconosciuto come propria fino alle conseguenze estreme. Non una scelta, ma un dovere.

Creonte ha ormai pronunciato la condanna: Antigone sarà chiusa viva in una grotta, con appena il necessario perché la città non si senta direttamente responsabile della sua morte. È a questo punto che il Coro cerca di dare una forma a ciò che sta accadendo. In Sofocle lo fa ricorrendo al repertorio del mito: ricorda Danae, Licurgo, i figli di Fineo, altri esseri ai quali è toccata una sorte in qualche modo simile. Carson rende il meccanismo immediatamente comprensibile: il Coro si comporta come un avvocato di common law, cerca un precedente, un’analogia, un caso anteriore che permetta di collocare anche questo fatto dentro uno schema:

«Coro: in che cosa un coro greco somiglia a un avvocato / entrambi si occupano di cercare un precedente / trovare un’analogia / localizzare un caso anteriore / così da poter dire / questa cosa terribile a cui stiamo assistendo adesso / non è unica sapete è già successa prima / o qualcosa di molto simile / non siamo incapaci di pensare questa cosa / non siamo senza guida / c’è uno schema / possiamo trovare un caso storicamente parallelo / e archiviarlo sotto / ANTIGONE SEPOLTA VIVA VENERDÌ POMERIGGIO / CONFRONTA CASI 7, 17 E 49».

Il fatto che esista un precedente rende ammissibile la morte di Antigone? La rende normale, razionale, accettabile? «No, non proprio», è la risposta della poetessa.

Quando Tiresia, l’indovino, avverte Creonte che il miasma del corpo insepolto ha contagiato la città, il re si decide a cambiare idea. Decide di seppellire Polinice e di liberare Antigone. Corre, ma arriva tardi. Antigone non ha aspettato la morte che lui aveva preparato per lei: si è impiccata. Qui autonomos acquista un ultimo significato concreto. Se Creonte aveva deciso anche la modalità della sua morte, si è sottratta anche a quella. Il re è riuscito a condannarla, ma non ha potuto imporle fino in fondo il modo di morire. 

Resta da rispondere alla domanda da cui abbiamo iniziato. Chi è il Nick affiancato ad Antigone? È un personaggio introdotto da Carson, una presenza muta sempre in scena, che assiste agli eventi e misura il tempo. Il suo nome richiama l’espressione idiomatica inglese in the nick of time: «appena in tempo», nel punto estremo in cui qualcosa può ancora essere salvato; qualcosa di vicino, per noi, al kairos greco, il momento opportuno. Ma nella tragedia quel momento viene mancato. Emone, il fidanzato e figlio di Creonte, arriva quando Antigone si è già impiccata; Creonte arriva troppo tardi per salvare sia lei che il figlio. Carson insiste su questo scarto fino a spezzare il gioco di parole in nick / neck: il tempo e il collo al quale Antigone si appende. Ma, a mio avviso, Nick rappresenta anche una sfida «al tempo a venire»: tenere aperta l’attenzione sul conflitto perenne tra legalità e giustizia. Nella lettera che precede l’opera, la Carson dichiara che il suo compito di traduttrice è: «impedire che tu [Antigone  possa mai perdere le tue urla». E tramite la sua scrittura le urla di Antigone ancora risuonano.

In copertina, fotografia di Jay Dixit - Wikimedia Commons.

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