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La lingua cambia / L’“alternativa” che è quasi scomparsa

“Questo significa che a giugno ci siamo trovati senza contratti, dunque senza stipendi [...]. Due erano a quel punto le alternative. O dire: «ok, noi ci mettiamo a fare altro, ce ne andiamo in vacanza, e quando i contratti sono pronti ci chiamate, sempre se ci saremo» [...]. Oppure [...] metterci subito a lavorare (da giugno) senza contratti, senza stipendi e senza niente”: parole di Nicola Lagioia, Strega 2015, a proposito del Salone del libro di Torino, che dirige dal 2017.  Quanto ad alternativa, i giochi son fatti almeno dalla fine del secolo scorso. Era il 2000. Il Grande dizionario italiano dell’uso diretto da De Mauro glossava:“ciascuna delle soluzioni che possono essere scelte”. È il valore con cui Lagioia si serve di alternativa.    E il tradizionale valore di “situazione nella quale non si offre che la scelta tra due sole cose o soluzioni possibili”? Già passato in secondo piano. Questa glossa del Grande dizionario della lingua italiana ha però a suo fondamento un uso secolare nella lingua letteraria.  Carlo Cattaneo fornisce ricorrenze indiscutibili, in proposito: “La questione da deliberarsi non era una sola; e perciò non poteva onestamente ridursi...

Di forze clandestine e impersonali

Che delle forze senza nome che animano un’insurrezione non esista un’immagine adeguata, non va messo in rapporto solo con il fatto che tali forze danno luogo a un divenire che come tale è irriducibile all’apparente staticità di ogni immagine. Che i rivoltosi non scrivano la storia della propria rivolta o che, se lo fanno, non sia che al prezzo di ritirarsi dalla rivolta stessa, non riguarda tanto l’incompatibilità tra scrittura e vita, ma testimonia di ciò che in ogni accadimento rimane irriducibile al rapporto con la memoria. Jesi lo doveva avvertire, scrivendo: «Del passato ciò che veramente importa è ciò che non si ricorda… l’unico vero passato vivo… vive nel cervello e nel sangue, ignorato dalla memoria» (Furio Jesi, Spartakus. Simbologia della rivolta, Bollati Boringhieri, Torino 2000, p. 69).    A chi vi partecipa, la rivolta affida un tempo che è vertigine assoluta. Per questo Carl Einstein ha potuto definirla «un’accentuazione eccessiva» del tempo (Carl Einstein, Lo snob e altri saggi, Guida, Napoli 1985, p. 157) una rivolta non ha...