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Hitler

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Romanzi come intensi esercizi di memoria

La citazione in esergo nell’ultimo libro di Rosella Postorino, Le assaggiatrici, rimanda all’Opera da tre soldi di Brecht («Nel mondo l’uomo è vivo a un patto: ‎/ se può scordar che a guisa d’uomo è fatto») e alla necessità di dimenticare “infamie e brutture” di cui egli vive per scontare il peso dell’umanità senza lasciarsi schiacciare. In Questa sera è già domani, ultimo romanzo di Lia Levi, finalista al premio Strega, l’epigrafe prende invece la forma dei versi di Emily Dickinson e avverte chiunque osi disubbidire al mandato dell’oblio avventurandosi nel regno solenne e polveroso della memoria («Quando spolveri il sacro ripostiglio / che chiamiamo “memoria” / scegli una scopa molto rispettosa / e fallo in gran silenzio. / Sarà un lavoro pieno di sorprese – / oltre all’identità / potrebbe darsi / che altri interlocutori si presentino – / Di quel regno la polvere è solenne – / sfidarla non conviene – / tu non puoi sopraffarla – invece lei / può ammutolire te»).   Tutto ciò che segue, in entrambi i libri, dimostra l’assunto paradossale secondo il quale per sopravvivere è necessario dimenticare l’orrore che ci ha abitato, ma per andare avanti e spezzare la coazione a ripetere...

Il fascismo ha fatto anche cose buone / Anatomia di un luogo comune

"Il Fascismo ha fatto anche cose buone": un tabù storico sfatato. L’ammiccamento elettoralistico a un settore ben individuato dell’arco politico. Uno slogan provocatorio e quindi efficace, affidato al gioco mediatico dei rimbalzi da testata a testata, da profilo a profilo. Soprattutto, un concetto a cui è difficile replicare, anche quando si condivide poco o nulla di quella tradizione del pensiero. Perché? La domanda merita, forse, qualche considerazione d’ordine logico, prima che ideologico. Il più delle volte, infatti, risulta disagevole opporre, all’irriverente dichiarazione, un’argomentazione che non si risolva in una speculare elencazione dei torti del Regime: e già questo è un indizio, che ha qualcosa da dire. In termini più precisi, l’interrogativo che sorge è il seguente: per quale ragione non si riesce ad aggredire direttamente la tesi principale (“Il Fascismo ha fatto anche cose buone”)?    A ben guardare, per un motivo assai ovvio, che i detrattori dell’affermazione, per inconsapevolezza o per pudore, non osano pronunciare: che è proprio vero, il Fascismo ha fatto “anche” cose buone. Suona perfino ridondante citare, a titolo esemplificativo, la famigerata...

L'altro come cosa / L'odio non è un volto dell'amore

Diritto di famiglia   Taluni hanno cercato di indorare la pillola sostenendo che l’odio è l’altra faccia dell’amore. Secondo questa idea, l’odio è gelosia: prova d’amore per l’altro. Io non ci credo. Invero “gelosia” deriva da “zelo” e lo zelo, più che amore, è avarizia, delirio di possesso. Lo zelo è passione sfrenata per l’oggetto: l’oggetto è solo e soltanto mio. C’è un’aridità di fondo che distingue la gelosia dalla passione amorosa.  Algirdas Julien Greimas e Jacques Fontanille lo raccontano nel libro Semiotica delle passioni. L’altra persona, nell’odio, è già una cosa; prima ancora di essere odiata, nel momento in cui si mostra come persona, non soggiogata al ruolo di cosa, deve venire annientata; l’essere persona è già tradimento, solo la cosa non può tradire. La persona è libera dal regno della necessità, trasgredisce la legge del possesso, non è mai uguale a se stessa, si trasforma.    Il crimine passionale, com’era noto in Francia, o delitto d’onore, come noto in Italia, presuppone che l’altrui persona diventi la mia cosa. In quel tipo di giurisprudenza, certe persone sono reificate per definizione. Prima ancora che l’odio di gelosia si manifesti, c’è...

Anders Breivik, una persona normale

Sto scrivendo la recensione momento per momento, mentre leggo, senza avere terminato, correggerò le mie impressioni man mano che il testo prosegue, mi è impossibile leggere senza scrivere. Oltre 600 pagine dedicate ad Anders Behring Breivik, supposto pronipote del fondatore dello stretto. Sottolineo, segno, tremo. Poi penso. Si presenta la madre Wenche, infermiera, e il padre, diplomatico che non ha rapporti col figlio. Madre sola, nessuna inclinazione alla socialità, iper-maltrattata da bambina. Tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo, scrive Tolstoj.  Si scrive della dolcezza e della brutalità della madre verso il figlio, delle richieste di assistenza sociale e psichiatrica, delle valutazioni di rischio, tipiche dei servizi sanitari, della ricerca di una famiglia affidataria, che potrebbe diventare adottiva, della richiesta del padre, che ora sta in Francia, di avere l'affido del figlio, poi la sua ritrattazione. Molto rumore per nulla.   L'infanzia di Anders fa venire in mente il Franti di De Amicis. Però, crescendo, il giovane vive un'adolescenza che si potrebbe definire normale, tra hip hop e graffiti. Ma...