raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

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periferia

(17 risultati)

L'autunno a Parigi

Strano constatare quanto la realtà e la sua crudezza necessitino di risuonare attraverso la memoria per trovare le parole. Cerco di mettere ordine tra i pensieri di questa stagione costellata di cadaveri mentre ascolto in maniera compulsiva “Sign O' the Times”, una canzone di trent'anni fa che parla di AIDS e di ragazzini fatti di crack, di fucili mitragliatori e di bombe atomiche, di destino, di ingiustizia e di speranza. Questione di pochi giorni, poi come al solito va a finire con i Sangue Misto a ripetizione, come se la chiave per uscire da questo labirinto di morte e di follia stesse nascosta in qualche piega degli anni ‘90, in quei concerti improvvisati negli spazi dismessi delle borgate, nei miei viaggi in motorino verso le periferie di Roma alla scoperta di interi universi dei quali, essendo cresciuto al centro della città, non sospettavo nemmeno l'esistenza.    Réamur - Sébastopol, Paris 2013   E dunque, di nuovo a parlare dei fatti propri? Ancora in prima fila a dire "c'ero anch'io"? Va bene, la nostra civiltà sta declinando verso un delirio di egotismo; va bene...

San Francisco

Nonostante le spiacevoli traversie dei viaggi andati a male sappiamo che non sarà questo a fermarci. Le esperienze di viaggio ci insegnano che la prossima volta potrebbe andare meglio, anche quando tutte le evidenze volgono al peggio. C’è, nel viaggio, la forza di una sorpresa, l’idea di novità, la deriva profonda dell’avventura, quella che il filosofo Jankélévitch pensava fosse la chiave dell’idea di inizio, di ri-partenza o di qualcosa che “stacca” il tempo normale e lo fa diventare una freccia. C’è, nel viaggio, la busta a sorpresa che una volta si comprava in edicola. Non importava quel che c’era dentro, giornaletti, soldatini, cianfrusaglie, ma era l’aprirla il momento magico. Il viaggio è un avvio. E soprattutto esso è una riproposizione del presente, riporta il presente dove dovrebbe stare.   Adesso che sto ballando in un posto improbabile, nell’unico quartiere off rimasto a San Francisco, Bayview, un ghetto nero in cui la gentrification tarderà ad arrivare, adesso lo sento il presente. In una dark room di un bar malandato all’angolo della...

Guadalupe Nettel, Il corpo in cui sono nata

La giovane protagonista de Il corpo in cui sono nata, di Guadalupe Nettel (Einaudi, traduzione di Federica Niola), ha qualcosa in comune con la voce narrante di uno tra i racconti più celebri di Julio Cortázar. È la certezza di non appartenere alla specie umana, quanto piuttosto a una millenaria categoria di bestiole che è sopravvissuta perché ha saputo fare della dissimulazione un’arte. I trilobiti della Nettel bambina condividono con gli axolotl dello scrittore argentino la natura acquatica e il proposito di abolire il tempo attraverso una tenace quietezza che può vincere la sofferenza, nel caso dei primi, e ingannare il tedio di un’esistenza nel meschino spazio di un acquario, nel caso dei secondi.   Tuttavia, a differenza dell’anonimo protagonista di “axolotl”, lei non fatica a trovare analogie tra il suo aspetto e la forma degli artropodi da cui ha deciso di discendere, perché è proprio sua madre a ricordarglielo quotidianamente: “– Scarafaggio! [...] raddrizza le spalle! – Scarafaggino, è ora di mettere l’atropina! –” (p. 9) Se le blatte...

Slavoj Žižek, Srécko Horvat e Alexsis Tsipras / Europa: speculazione a tempo

Con Cosa vuole l’Europa? (2014) Ombre corte prosegue la pubblicazione di testi di Slavoj Žižek: se in Chiedere l’impossibile (a cura di Yong-june Park) uscito a fine 2013, era la riflessione di Žižek nel suo complesso l’oggetto esplorato, in Cosa vuole l’Europa?, scritto assieme al filosofo croato Srécko Horvat, il tema è più direttamente politico.   Sedici brevi interventi, otto a testa: un ping pong fra Žižek e Horvat nel quale gli autori tentano di mettere a nudo le contraddizioni economico-politiche che lacerano l’Europa odierna. Ciò che hanno in comune la bancarotta di Cipro, la necessità della Croazia per l’Europa, l’enigma (lo si insegna tuttora nelle scuole europee) dei Balcani, il caso dell’Islanda, oppure la «marcia turca» (pp. 73-77) è di essere focolai di contraddizione apparentemente marginali, ma in realtà profondamente intra-europei. Nell’impostazione mista tipicamente žižekiana, ossia materialistico-dialettica e psicoanalitica, tutti questi casi sono sia sintomi che reali centri-periferici di sofferenza europea. Ma, contemporaneamente, essi sono anche snodi virtualmente generatori di pensiero antagonista.   Per capire che cos’è l’Europa, l’altro (...

Costruire sicurezze, demolire certezze

“Ci sono luoghi come le strade secondarie male illuminate, dove l'atmosfera stessa può istigare a delinquere anche una persona di buon senso”, fa dire Irvine Welsh all'odiato capo ispettore Toal nel romanzo Il lercio. Questa frase sintetizza esattamente le teorie su cui si fonda la progettazione securitaria: la configurazione di un luogo può favorire l'insorgere di comportamenti criminali.     A partire dal 1972, Oscar Newman grazie a questo assunto diffuse la propria teoria del Defensible Space (successivamente ribattezzata CPTED – Crime Through Environmental Design – nome “scippato” al criminologo Charles Jeffery) in tutto il mondo e nei paesi anglosassoni in particolare. E proprio in Inghilterra le polemiche riguardanti alcune soluzioni utilizzate per dissuadere lo stazionamento dei vagabondi – anticamera del degrado urbano, secondo alcuni – hanno suscitato nuovo interesse sulla relazione tra spazio urbano e sicurezza. O per meglio dire, sicurezza percepita. Perché è scientificamente provato che a fronte di un decremento dei crimini, non sempre corrisponda una sensazione di...

Biennale di Berlino 2014

Ha inaugurato a fine maggio l’ottava edizione della Biennale di Berlino. Sin dal 1998, la manifestazione tedesca coinvolge decine di artisti provenienti da tutte le aree geografiche in un mosaico di immagini e eventi dislocati per la città, facendo del recupero degli spazi dismessi e del carattere internazionale uno dei suoi tratti distintivi. Vetrina della ricostruzione culturale ed economica tedesca postunificazione, i contenuti della Biennale, al di là della selezione di opere e artisti o delle intenzioni curatoriali, si giocano inevitabilmente anche sulla scelta degli spazi che l’hanno ospitata nel corso degli anni.   L’essere stata teatro degli eventi storici che hanno riguardato gli equilibri internazionali per tutta la seconda metà del secolo scorso, fa di Berlino uno scenario forse troppo ingombrante per non considerarne il valore simbolico. Sarà per questo che una vocazione politica della Biennale, sia pure in forme diverse, non è stata mai assente?   Il curatore di quest’anno è Juan A. Gaitán. Di origini canadesi e colombiane, vive tra Città del Messico e Berlino, incarna l...

Maurice Pefura: chi è lo straniero?

In un’epoca in cui pare che la qualità del proprio lavoro sia direttamente proporzionale alla visibilità riscontrata, è particolarmente piacevole incontrare persone il cui talento è accompagnato a una sincera riservatezza. Non c’è spettacolarità nelle loro azioni. Non c’è fretta, non c’è fame nella loro comunicazione. Non sono mai banali, forse proprio perché non temono la banalità. Maurice Pefura è una di queste persone.   Artista defilato e riflessivo, Pefura (solo il cognome: questo è il suo nome d’arte) è di Parigi, dove è nato nel 1967 da genitori di origine camerunense. Da qualche mese, però, si è trasferito a Milano, ed è così che ho l’opportunità di incontrarlo in zona Isola, al Laboratorio VI.P., dove ha in mostra alcune delle sue opere in occasione della collettiva Invisibili abitanti, focalizzata sullo sguardo sulle periferie da parte delle minoranze. È un tema caro a Pefura, che è cresciuto in Camerun – i genitori infatti avevano deciso di farvi ritorno – per poi tornare...

La forza aggregante di una comunità attiva

Segue l’approfondimento sull’argomento delle Fondazioni di Comunità, frutto della collaborazione fra le redazioni de il Giornale delle Fondazioni e Doppiozero. Ascoltiamo le parole di Paola Pessina, Consigliere della Fondazione Comunitaria Nord di Milano, membro della Commissione di Beneficenza di Fondazione Cariplo e in passato Sindaco di Rho, che ci racconta come l’istituzione è nata e lavora nella metropoli lombarda.       Come nasce Fondazione Comunitaria Nord di Milano? Con quali obbiettivi?   Fondazione Comunitaria Nord Milano è una delle ultime nate tra le 15 ad oggi promosse dal progetto di Fondazione Cariplo, partito già nel 1998. Quest’anno compirà 8 anni di vita, e dall’ottobre 2012 ha acquisito anche la qualifica di Onlus. Come le Fondazioni sorelle, ha lo scopo di diffondere la cultura del dono e migliorare la qualità della vita della comunità di riferimento: comunità di hinterland, nello specifico, densamente popolata e non omogenea. E questo spiega il perché della sua nascita relativamente recente: sul piano sociologico, le aree...

Canestro notturno

Un notturno in periferia richiede tempi di esposizione lunghi e per non far venire l’immagine mossa, la macchina fotografica deve stare immobile per tutto il tempo in cui l’otturatore rimane aperto, quindi va messa sul cavalletto ed è meglio usare il flessibile per scattare, in modo da non trasmettere, con la pressione del dito sul pulsante, ulteriori movimenti al corpo macchina. Quella notte non avevo né l’uno né l’altro.   Mi muovevo a piedi nella consueta zona cinque (per chi mi segue ormai, lo sa) lungo il corso del naviglio pavese, soltanto con la macchina fotografica e l’esposimetro: rigorosamente infilati nella borsa della spesa di tela spessa, che poi mi è servita per inginocchiarmici sopra e fare l’inquadratura senza rovinarmi il pantalone di velluto.   Però per inclinare leggermente la macchina verso l’alto, mi serviva qualcosa da mettergli sotto e non avevo niente; ho usato il cellulare come fosse una zeppa: alla fine 'sto cellulare si usa sempre. Così ho scattato trattenendo il respiro, per evitare di muovere la macchina fotografica.

Dubito!

Leggendo la raccolta di lyrics Erravamo giovani stranieri, (Agenzia X, pagg.160, Milano 2012, euro 13,00), di Alberto Dubito (Alberto Feltrin, Treviso 1991-2012, per tutti Abe) si ha esattamente l’impressione di avere in mano del materiale di lavorazione di uno spirito temerario e delicatissimo, particolarmente ricettivo della realtà del proprio tempo, colto nel suo elaborarsi. “cara Cara,/ corrosi ci siamo corrosi/ rincorsi ci siamo rincorsi/ ricordi ci siamo corrosi/ ci siamo corrosi i ricordi...”, comincia così la pazzesca rincorsa rabbiosa di Abe, e, in fondo, questo è molto naturale trattandosi di un giovanissimo al culmine della propria esistenza, alla quale con un durissimo cut egli stesso ha deciso di porre fine nello scorso aprile. Abe è un pesce, anzi un pesciolino che si chiede che cosa sia l’acqua, per citare un’immagine cara a David Foster Wallace, un altro prezioso “pesce” del nostro tempo, e non trova aiuto nel mondo che lo circonda, e allora prova a scomporlo questo mondo, a farlo a pezzi, e a osservarlo per dritto rovescio e sghembo, usando le parole, che sa maneggiare con precoce destrezza....

Massimo Miro. La faglia

La faglia (Il Maestrale, p. 144, euro 16) di Massimo Miro è un romanzo che nasce da un interrogativo e un’illusione: sarebbe stato possibile salvare Aldo Moro? Purtroppo no. E con lui nemmeno il destino di un paese. È questa la lucida conclusione a cui approda Goffredo Mezzasalma, detto Gomez, protagonista e voce narrante del libro, un adolescente che negli anni Settanta vive in un’immaginaria periferia a Torino – molto simile alla Berlino di Christiane F. – con un gruppo di amici: Jumbo, Sgummo, Novi e Ligure, che si dividono fra risse e piccoli furti.   Gomez è l’unico sopravvissuto. Ora si è trasferito a Milano, è sposato, benestante, ma questa apparente felicità viene turbata dall’irrompere di una telefonata, come nei film dell’orrore. Trent’anni prima Gomez e gli altri – i “Grandiosi” – credono che l’uomo recluso a casa della ragazza di Jumbo sia Aldo Moro e decidono di compiere un gesto clamoroso: liberarlo da quella prigione e dare una sterzata al corso delle loro vite. Ma tutto va storto. L’unica via di fuga si perde nel degrado e...

Speciale ’77. Il passo del Gorilla

Lunghe discussioni in venti, in una stretta stanza d’albergo, fino alle tre del mattino. Teatro in bar minuscoli o in grigie palestre scolastiche. Incontri nelle case, davanti a un bicchiere di vino. Scalate a montagne con violini, flauti, bandiere e un gigante dall’abito azzurro svolazzante, il Gorilla Quadrùmano.     Era il 1974. Un anno abbastanza lontano ormai dal 1968 e vicino al 1977. Le città erano state percorse da cortei e lo sarebbero state ancora, fino agli omicidi delle Brigate Rosse, fino al rapimento di Aldo Moro e all’uccisione della sua scorta, il pieno degli anni di piombo, l’inizio del “riflusso”. A quei tempi la politica guidava le nostre vite di studenti universitari: una “politica” che provava a fuggire dalla burocrazia e sognava e tentava di realizzare parole come partecipazione, comunicazione, gestione dal basso. In quei mesi l’Italia introdusse, con un vittorioso referendum, il divorzio; di lì a poco la sinistra sarebbe andata al governo nelle più importanti città italiane e si sarebbero aperti nuovi scenari di speranza e anche nuovi conflitti,...

Éric Faye. Nagasaki

Gli oggetti cambiano di posizione, si spostano, lo yogurt finisce, il succo d’arancia in frigorifero diminuisce. Ogni giorno, qualcosa, seppur impercettibilmente, va fuori posto, cambia d’ordine. Non sarebbero altro che minuscole variazioni se l’abitante della casa dentro a cui avvengono questi strani avvenimenti non avesse eletto l’abitudine a principio vitale. Shimura abita alla periferia di Nagasaki, conduce una vita solitaria e lavora come meteorologo, ma anche con i colleghi è parco di contatti: evita accuratamente ogni uscita conviviale o incontro che non sia strettamente professionale. Disincantato e poco più che cinquantenne, Shimura sembra aver ricomposto una frattura passata con un’ostinata abitudinarietà, unica vera protezione ad un’esistenza priva di palpitazioni.   L’abitudine priva di vezzi, ma semplicemente e rigorosamente basata su una totale e funzionale ordinarietà è il presente quotidiano dentro cui si muovono i due protagonisti, un uomo, Shimura, e una donna, che invade di nascosto lo spazio privato dell’uomo per procurasi un po’ di ristoro da una vita da cui...

Addio alla prossemica

Chi ricorda la prossemica? Chi ha tuttora presente quell’affascinante serie di studi che, venti o trent’anni fa, cercavano di osservare i comportamenti delle persone, e soprattutto i modi con cui esse si accostano o si distanziano reciprocamente? Pochissimi ritengo, almeno fra i matti gestori di quelle odierne sale cinematografiche che sempre più affliggono le nostre serate libere, la nostra inesausta voglia di godere delle magie del grande schermo. Sentite che cosa mi è successo qualche tempo fa. E ditemi se non sarebbe il caso di rendere obbligatoria, a certi personaggi, la lettura di un libro luminoso come La dimensione nascosta di Edward Hall o di certi scritti del mai troppo compianto Erving Goffman.   L’idea era semplice: niente di meglio che andare a vedere il pluripremiato The Artist, film muto sul film muto, nostalgicamente in bianco e nero, in un vecchio cinema di periferia, meglio ancora se in provincia. Immaginiamo compiaciuti sedie cigolanti col velluto rabberciato, un cinefilo d’antan al botteghino e l’odore acre di umidità dalle pareti: un’esperienza estetica tanto ...

Roma / Paesi e città

Abito al Pigneto, a Roma, da molti anni. A un paio di chilometri da casa mia, alla Marranella, a Torpignattara, sono stati uccisi quel padre e quella bambina cinesi mentre tornavano a casa dal loro esercizio commerciale; ho delle amiche che li conoscevano. Gli assassini non sono stati presi, uno dei due l’hanno trovato impiccato all’altro capo della città.     Il Pigneto, la Marranella, Torpignattara fanno capo alla stessa circoscrizione amministrativa, il VI Municipio: sono quartieri confinanti, che entrano uno dentro l’altro e si confondono, quartieri fratelli dai destini simili e diversi. Aree di prima periferia non lontane dalle mura, in una zona produttiva, hanno la vocazione ad accogliere chi giunge in città con pochi mezzi; hanno assistito, durante il fascismo, all’arrivo di nuclei popolari allontanati dal Centro. Stanno dentro la scia delle case di fortuna, del piccolo abusivismo a uso familiare, delle baracche, che ha segnato il Novecento a Roma. Ma hanno visto anche, negli anni Trenta, lottizzazioni a villini e palazzetti, case economiche e popolari. Poi negli anni Cinquanta e Sessanta, il sacco. Sono zone con...

Sandro Campani. Bellezza

  Questa rubrica raccoglie una serie di interventi che esplorano il tema delle forme, della bellezza/bruttezza, da punti di vista molto diversi fra di loro. Ne parleranno storici dell’arte, scrittori, critici, scienziati, musicisti, filosofi, esperti di paesaggio.   Sandro Campani è nato in provincia di Modena. Nel 2005 ha pubblicato presso Playground il suo primo romanzo È dolcissimo non appartenerti. Nel 2010 ha scritto i testi del graphic novel Non ti avevo nemmeno notato, sempre presso Playground, e ha pubblicato la raccolta di racconti Nel paese di Magnano per Italic Pequod.   Appare la bellezza mai assillante né oziosa Languida quando è ora e forte e lieve e austera L’aria serena e di sostanza sferzante.   (Giovanni Lindo Ferretti, in Brace, Tabula rasa elettrificata, CSI, PolyGram 1997).   Di fronte al mio balcone c’è una casa. Ha quattro piani. È mezza di sasso e mezza di mattoni, mezza intonacata e mezza no. La parte in mattoni ha dei buchi nel muro, le aperture a croce che c’erano sempre nei fienili, buchi da cui vanno e vengono le tortore. La...

Novara / Paesi e città

L’anomalia della catastrofe che incombe senza risolversi ci tiene sospesi, senza fiato. È l'apnea delle città sommerse, immobilizzate per sempre nell’istante della loro rovina. Case isolate ai bordi delle strade, alcune abbandonate, altre occupate, altre ancora in disfacimento. Nel paesaggio suburbano, cicatrizzato da raccordi autostradali e circonvallazioni, si entra col fiato sospeso, in apnea. In questi luoghi inospitali ci sentiamo paradossalmente a casa: nella sfera di vetro con la neve finta e la catastrofe per sempre sospesa. È la visione crepuscolare del paesaggio suburbano barrato dalla luce artificiale dei fari, appena oltre la quale si apre la visione notturna del paesaggio agricolo.