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Jennifer Egan

(7 risultati)

Un nuovo doppiozero ebook / Jennifer Egan

Un nuovo ebook della collana starter di doppiozero. Per acquistarlo vai: qui.     Gianluca Didino ricostruisce nei suoi temi principali l'opera di Jennifer Egan, una delle voci più brillanti e innovative della prosa statunitense, i cui romanzi formano un unico grande affresco dell’Occidente contemporaneo, nel tempo della sua crisi.     Anche se deve il suo successo italiano alla fortunata traduzione per minimum fax de Il tempo è un bastardo, il romanzo con cui nel 2011 ha vinto il Premio Pulizer per la narrativa, Jennifer Egan è fin dalla metà degli anni Novanta una delle voci più brillanti e innovative della prosa statunitense. Cresciuta nella California della rivoluzione informatica e maturata come scrittrice nella New York di Paul Auster, condivide con la generazione dei burned children of America (da David Foster Wallace a Jonathan Lethem, da Jonathan Franzen a William T. Vollman) lo stesso bisogno di superare l’impasse in cui il romanzo americano postmoderno è entrato dopo le grandi narrazioni di fine millennio come Pastorale americana di Philip Roth o Underworld di Don DeLillo. Attraverso una scrittura che mescola generi diversi, dalla spy story alla...

Riscrivere i libri / Twitteratura in classe

Twitter, per la sua sintetica brevità, può essere usato per comunicazioni diversissime. Nato per scambiarsi messaggi privati poco “seri”, si è trasformato in un potente strumento per raccontare e testimoniare eventi, annunciare decisioni politiche, discutere. È anche uno strumento che qualcuno ha pensato bene di accostare alla letteratura, con esiti diversi a seconda del grado di utilizzo delle peculiarità di Twitter. Innanzitutto, fare letteratura con Twitter è – se non impossibile (si veda, per esempio, l’ormai famosissimo Black box di Jennifer Egan – quantomeno molto difficile. Come raccapezzarsi con messaggi di 140 caratteri, persi in un flusso ininterrotto di altri messaggi diversissimi tra loro, pubblicati seguendo un ordine cronologico contrario a quello a cui siamo abituati (e cioè, ciò che viene dopo si trova scritto sopra a ciò che viene prima)? Dobbiamo perciò limitarci a usare Twitter solo per “parlare di” libri e letteratura, come uno spazio dove discutere, tirando direttamente in causa autori e editori menzionandoli nei nostri tweet? Neppure.    Esiste infatti una “terza via” all’utilizzo di Twitter per la letteratura, che consente di riempire i 140...

Jennifer Egan. La fortezza

Di fronte alle prime pagine de La fortezza di Jennifer Egan, pubblicato originariamente nel 2006 con il titolo The Keep e ora tradotto in italiano da minimum fax, si ha l'impressione fortissima di fare un salto indietro nel tempo, quando il principale intento di uno scrittore postmoderno era quello di riflettere sul proprio ruolo di scrittore postmoderno: il primo nome che viene in mente è John Barth e la sua raccolta di racconti metanarrativi Lost in the Funhouse (1968). La situazione che apre il romanzo è infatti letteraria e antirealistica nella sua essenza: un trentacinquenne newyorkese si trova nel cuore della notte alle porte di un castello, da qualche parte nell'Europa centrale, e porta con sé soltanto uno zaino, un paio di «stivaletti da hipster» e un'antenna parabolica. Il castello si staglia nero e scuro su un paese senza nome, è mezzo diroccato, le sue mura antiche sembrano sprovviste di un'entrata. Siamo evidentemente da qualche parte tra la citazione esplicita di Kafka e suggestioni alla Gormentghast, riferimenti europei che suonano ancora più letterari perché vengono da una penna statunitense...

Perché Twitter può dire qualcosa sul futuro dell’editoria e come imparai ad amare la fiction digitale

Michele ed io ci facciamo strada attraverso il muro di folla all’incrocio tra la 42esima strada e la Quinta. Siamo in ritardo, perché Michele è voluto entrare a vedere la volta stellata di Grand Central Station. Non puoi nominare nulla di questi luoghi, che subito la mente recupera un fotogramma, una sequenza di qualche film in cui li hai già visti. La scalinata di Grand Central Station per me è subito Revolutionary Road. New York non esiste, anche se sei lì. Non la vedi, perché continui a vederla attraverso tutti gli schermi dei film che hanno parlato di lei. Anche le foto che scatti e che poi condividi su Instagram sono foto già fatte, già viste, un pallido tentativo di imitare un modello, un’inquadratura sopravvissuta in memoria. Le foto piacciono per quello, rassicurano l’immaginario dei follower: “È proprio come me la immaginavo”. Insomma, è tardi. Alle due dovevamo essere già al Margaret Liebman Berger Forum, la sala della New York Public Library dove si svolge l’evento live del primo Twitter Fiction Festival.   Dal 1 al 4 dicembre Twitter ha deciso di...

Twitter macchina narrativa

  È finita così, dopo 2797 tweets. Lo scorso 29 marzo il capitano Robert Falcon Scott (@CaptainRFscott) ci ha lasciati. Ha scritto le ultime righe del suo diario ed è morto. Esattamente come era accaduto in una tenda sull’altopiano antartico cento anni fa. Leggere quest’ultimo tweet “Last entry. For God’s sake look after our people”, per chi ne aveva seguito la storia, è stato come leggere la parola Fine al cinema. C’è qualcosa di terribile e assieme potente, in questo tweet. È la stessa forza che Roland Barthes, in Camera Chiara, riconosce nella fotografia del giovane condannato a morte Lewis Payne, fotografato da Alexander Gardner nel 1865:     Roland Barthes, commenta: “È morto. E sta per morire”. Guardando questa foto e leggendone la storia sappiamo che il giovane Lewis è morto da tempo, eppure la foto lo coglie nell’attesa della morte e per noi, mentre lo osserviamo, “sta per morire”. È a questa immagine che ho pensato la notte del 29 marzo, quando ho letto l’ultimo tweet di Sir Falcon Scott: “è...

Turisti dello sguardo

Il cinema è come il crimine: lascia sempre delle tracce dove passa. Sono parole di un grande regista, Joseph L. Mankiewicz, e descrivono perfettamente ciò di cui andiamo in cerca quando i film restano nella mente e chiedono di ripresentarsi nello spazio. La memoria cinematografica, oltre che enciclopedica o sentimentale, legata a un momento, uno stato d’animo, una conoscenza, è anche geografica: legata cioè a dei luoghi. Luoghi privati, ma soprattutto collettivi, conosciuti nella finzione e rivissuti dal vivo, in sostituzione del reale. Se il cinema, come insegna il piccolo Hugo Cabret, è un’esperienza del mondo, e se amare il cinema significa trovare un posto nel mondo, allora la geografia che ogni film impone al suo spettatore offre la possibilità di un’esplorazione, di un viaggio immaginario ed emotivo nel mondo.   E in questo senso c’è un solo luogo che ciascuno di noi, attraverso il cinema, ha visto, immaginato, ricostruito e in certi casi, se fortunato, infine incontrato. Una città che appartiene non ai suoi abitanti, ma al mondo intero, agli spettatori di un immaginario che plasma...

Intervista a Jennifer Egan

C’è una certa somiglianza fisica tra Jennifer Egan e il suo ultimo romanzo: una radiosità contagiosa, una speciale attrattiva derivante dalla scelta di parole elettrizzate dal gusto di esprimersi nel modo più aderente possibile ai propri pensieri, che non essendo i pensieri di altri non vogliono parole abusate, ma al tempo stesso si tengono alla larga dalla tentazione di scivolare in una qualche ricercatezza. Chi avrà la possibilità di ascoltarla, venerdì 9 marzo al Teatro Parenti di Milano, e sabato 10 all’auditorium di Roma, nell’ambito del Festival “Libri Come”, lo verificherà di persona.   Il romanzo di Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo (Minimum fax, traduzione impervia e riuscita di Matteo Colombo, pp. 391, euro 18) è una consistente scossa tellurica al paludato terreno della narrativa contemporanea: non a caso si chiude il libro con ammirato stupore, uno stupore che sarebbe difficile far risalire a qualcosa di specifico, mentre è facilissimo addebitarlo alla sommatoria delle novità che introduce e che sono ascrivibili all’ordine della struttura...