Sono parte di te: Il Signore delle mosche

12 Marzo 2026

Quando leggevamo e traducevamo al liceo classico le favole di Esopo, ogni volta, finita la storiella, c’era il pistolotto pedagogico, introdotto dalla formula o μύθος δελοι οτι (o mythos deloi oti), ovvero “la favola insegna che…”; la favola, il mythos, il mito. La conferenza che William Golding tenne alla UCLA (Università della California – Los Angeles) nel 1962 era intitolata Fable, favola (fu pubblicata in una raccolta di suoi saggi nel 2013). Al premio Nobel per la Letteratura 1983, divenuto celeberrimo e tradotto in ogni dove con Lord of the Flies (Il Signore delle mosche, 1954), era molto chiaro di aver scritto una favola contemporanea, di aver creato un mito contemporaneo, scioccante e potente come un grande mito ha da essere.

Impara a sopravvivere

Usando un’altra parola del nostro bagaglio classico, Il Signore delle mosche è un topos narrativo, un motivo ricorrente: un uomo “civilizzato” si trova deiettato nella Natura Selvaggia, e deve arrangiarsi; dovremmo tutti seguire un corso di survival almeno una volta all’anno, dovremmo tutti avere lo zaino pronto con coltellaccio, pietra focaia, acqua, lattine di cibo in scatola, mantella antipioggia, scarponi, eccetera; anzi, mi pare folle che nei programmi scolastici dell’obbligo non ci sia sin dalla primaria una outdoor education integrata con le tecniche di sopravvivenza; in ogni classe una volta c’erano 3 o 4  boyscout che qualcosa in materia imparavano nei fine settimane e d’estate; oggi bambini e ragazzini vanno nel panico se manca la corrente elettrica un quarto d’ora, o “non c’è campo”.

La letteratura della più potente e persistente potenza colonialista europea, l’Inghilterra, pullulava di romanzi che raccontavano di naufragi e sopravvivenze, e incontri con popolazioni o esseri impreveduti: I viaggi di Gulliver di Swift, Robinson Crusoe di Defoe (stupende letture ancora oggi) o l’improponibile The Coral Island, pubblicato nel 1857 da R. M. Ballantyne, apoteosi imbarazzante del genio anglico di fronte alla catastrofe; in quella conferenza californiana Golding rivelò di aver voluto proprio ribaltare quel romanzo inflitto alla gioventù britannica, ambientandolo nel Novecento e privandolo di ogni possibile ottimismo; due dei tre nomi di protagonisti di Ballantyne diventano due dei quattro nomi di protagonisti di Lord of the Flies: Ralph e Jack.

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A proposito del suo romanzo Golding scrisse: «Ogni gruppo di persone è intrinsecamente simile a ogni altro, e l’unico nemico dell’uomo è dentro di lui. L’immagine del cambiamento che sarebbe avvenuto, così come ce l’avevo in mente, era esemplificato in due scene relative al piccolo Ralph. La prima è quando scopre di trovarsi su una vera isola deserta e gioisce della scoperta. Ecco l’innocenza e la speranza; ma la scena cambia e il libro è strutturato in modo che l’ultima immagine che avremo di Ralph sarà molto diversa. Alla fine, arriva a comprendere la natura decaduta dell’uomo, e che ciò che si frappone tra lui e la felicità proviene da dentro».

A scuola sto mettendo in scena la quarta parte de I viaggi di Gulliver di Swift, quella con gli yahoo e gli houyhnhnms; la tirata finale di Swift dettaglia in modo impressionante e spietato le modalità della colonizzazione imperialista; nessuno crede che il testo che i ragazzini recitano sia alla lettera un testo del Settecento; pensano che l’abbia scritto io per fare un dispetto a Donald Trump! Golding certo aveva presente più Defoe che Swift, perché voleva smontare la presunzione razzista della superiorità british sul resto del mondo: all’ufficiale della marina britannica in cui sbatte nell’ultima pagina del romanzo Ralph, in fuga disperata da morte certa, cacciato dall’orda di Jack, sarcasticamente sul bagnasciuga fa una battuta grottesca: «Mi aspettavo che un gruppo di ragazzi inglesi... siete tutti inglesi, vero?... sarebbe stato capace di fare un po’ meglio... voglio dire...».

Adolescence sull’isola

Jack Thorne, l’autore del formidabile e scioccante Adolescence (Netflix, 2025), ha deciso di adattare per la BBC Il Signore delle mosche (in Italia su Sky Atlantic); il primo episodio è potentissimo, indubbiamente acquisisce la lezione del film in bianco e nero di Peter Brook del 1963 in molti elementi: lo straniamento psichico (che in Brook è allucinazione in un montaggio pre-punk), i dialoghi prosciugati (nell’episodio 1 di Thorne ancora piuttosto fedeli al testo di Golding), una importante banda di effetti audio (con gli assordanti e invasivi suoni della foresta malaysiana, set scelto dalla BBC) e una colonna sonora contemporanea ma ancora straniante, con i canti delle voci bianche anglicane storpiati sinistramente (anche se resta imbattibile il coretto dei coristi-cacciatori di Jack composto da Raymond Leppard per il film di Brook).

Nei successivi tre episodi, progressivamente, Thorne si fa prendere la mano dal suo talento di speleologo dell’anima adolescenziale: si discosta progressivamente dalla lettera del romanzo, inserisce psichismi contemporanei, che talvolta sono convincenti (nei dialoghi Ralph-Piggy, in particolare, o Ralph-Jack), talvolta sfasanti; voglio dire: dopo il film di Brook (non certo dopo la boiata americanizzata 1990 di Harry Cook) è veramente difficile far di meglio, ma Thorne mi pare sia rimasto a metà strada tra la lettera del romanzo di Golding (che non ha bisogno di nessunissimo adattamento contemporaneo, per la sua riuscita essenza mitologica) e il coraggio di spararlo nel 2026: perché non ha provato a inserire le bambine, completamente assenti in Golding (per astuzia drammaturgica direi)? avrebbe fatto esplodere le aspettative, e per Thorne ci sarebbe davvero stato tanto da inventare, andando magari oltre gli striminziti quattro episodi…

Il signore delle mosche resta micidiale come l’ha scritto Golding: non c’è niente da buttare, non una pagina, non una parola: Golding fece centro, completamente, e lo confermava nella sua conferenza californiana:

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«È stato George Orwell a commentare la forza distruttiva delle competizioni internazionali, e chiunque abbia visto in televisione una partita tra due nazioni europee non potrà dargli torto: ecco gli istinti selvaggi, la sete di sangue, ecco l’orribile nazionalismo che alza la sua testa di gorgone. Quello che sto cercando di fare è raggruppare quegli elementi – alcuni orribili, altri semplicemente divertenti, ma tutti significativi – che a mio parere fanno la forza della storia; derivano dalla mancanza di empatia tra esseri umani, dall’ignoranza dei fatti, dall’oggettivizzazione delle nostre inadeguatezze che ci spinge a cercare capri espiatori. Nei momenti di ottimismo ho avuto la sensazione che l’istruzione e forse un miracolo o due sarebbero bastati a eliminarne gli elementi più pericolosi. Ma quando mi sento pessimista, mi appaiono come una trappola in cui gli esseri umani sono caduti con la cupa inevitabilità dei dinosauri, che rimasero intrappolati nella loro inutile armatura. Perché se l’umanità ha davanti a sé un futuro di cento milioni di anni su questo pianeta, è impensabile che debba trascorrere questi eoni in un fervore di autocompiacimento nazionalista e idiozie scioviniste».

Simon e la Bestia

Detto questo, la serie della BBC ha una fotografia sontuosa, la regia di Marc Munden muove la camera magistralmente nel fitto della foresta e nell’aperto della spiaggia, i giovani attori sono strepitosi, i dialoghi nuovi di Thorne sono sempre interessanti, ma confesso disappunto per il trattamento del personaggio di Simon: Thorne lo rende inerte, mentre in Golding e Brook c’era in quel personaggio la carica cristologica e sacrificale di tutto quel nuovo mito… Simon prima intuiva, poi vedeva, poi sapeva ma non osava rivelare, perché portatore della coscienza sensibile; accettava il suo macello come una liberazione; nel suo dialogo allucinato con la testa mozzata decomposta farcita di mosche ronzanti, con il “Signore delle mosche” c’era il cuore nero e sconvolgente di questa storia: «Che idea balzana, pensare alla Bestia come a qualcosa che potevate cacciare, e uccidere!» disse la testa. Per qualche attimo, la foresta risuonò fin negli anfratti più bui e riposti della parodia di una risata. «Ma tu lo sapevi, vero? Lo sapevi che sono parte di te? Vieni qui, avvicinati; più vicino, ancora di più! Lo sapevi che è per causa mia che non c’è via di scampo? Ecco perché le cose stanno così, e non c’è verso di cambiarle».

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