raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

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Jospeh Conrad

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Lavorare con la voce / Patsy Rodenburg, Il diritto di parlare

I lettori del libro che ho l’onore di presentare al pubblico italiano rimarranno sorpresi dalla sua urgenza, dalla vitalità implicita dei suoi argomenti. Se fosse ancora il tempo delle sintesi di sapore spengleriano, si potrebbe addirittura azzardare che, al tramonto della cosiddetta “civiltà delle immagini” (logorate dalla loro stessa abbondanza) è una “civiltà delle voci” che sembra, da molti indizi, annunciarsi. Inutile aggiungere che si tratta di un argomento molto intricato al confine tra l’estetica, l’antropologia, la storia del pensiero. Quelle che seguono non possono che essere delle note a margine, molto approssimative e inadeguate, dettate dall’esperienza della scrittura e dell’insegnamento della scrittura. Dal punto di vista della storia moderna delle forme narrative, quella che un grande studioso ha definito la presenza della voce è una vicenda lunga e drammatica. La si potrebbe definire come un movimento inesorabile di emersione dal basso: dall’oscurità del corpo e dei suoi ritmi immemoriali alla luce dell’esperienza e della coscienza. Ed è sorprendente constatare che questa vicenda così capitale (non credo di esagerare) nella nostra coscienza estetica e antropologica...

Venezia 68. Visita guidata al cantiere Lido.

In questa seconda puntata del reportage dal festival di Venezia ci dedichiamo a Orizzonti e a qualche irrinunciabile titolo presentato fuori concorso.   ORIZZONTI   Da qualche anno a questa parte, la sezione di avanscoperta Orizzonti si è aperta sempre più a nuovi territori, sfondando i confini istituzionali col mondo dell’arte contemporanea, dove il cinema di ricerca trova linfa e soprattutto una disponibilità creativa e finanziaria che anche la produzione cinematografica più illuminata raramente può garantire. A questa ibrida sezione, quest’anno era degnamente accompagnata dalla retrospettiva Orizzonti 1960-1978, uno scavo che ha portato in superficie alcune gemme dell’underground italiano, come a mostrare le radici che innervano lo sguardo contemporaneo. L’intento è nobilissimo, il risultato un po’ rapsodico, visto che si sono privilegiati capitoli minori e primi abbozzi (alcuni preziosi, come l’esordio del grande marginale Nico D’Alessandria o il più noto Hermitage di Carmelo Bene, in cui c’è già tutto il suo furioso progetto di rinchiudersi nel...