Erich Fromm: distruttività e speranza
Fin dalle sue prime elaborazioni simboliche l’umanità ha interrogato il mistero del male, affidando al mito il compito di offrirne una prima forma di comprensione. Sia il mito dell’Eden perduto della Genesi biblica, sia quello greco di Pandora offrono dei tentativi di spiegazione, senz’altro con una certa dose di misoginia, di come sia possibile che l’essere umano, da un’età felice di armonica convivenza con gli dèi e con la natura che lo circondava, sia caduto nell’abisso del dolore, della fatica, della sofferenza e del male. In questo senso il mito di Pandora e quello di Adamo ed Eva presentano delle analogie: in entrambi i casi è la tentazione di una curiosità sul sapere stesso a spingere le protagoniste femminili a sfidare la proibizione di Dio, nel caso di Eva, e di Epimeteo, il fratello ‘sciocco’ del titano Prometeo, nel caso di Pandora. Nella ricostruzione poetica del mito a opera di Esiodo nella sua Teogonia, Pandora sceglie di aprire uno scrigno al cui interno sono serrati tutti i mali del mondo. Appena Pandora dischiude il coperchio, i mali (dalla malattia alla guerra) iniziano a correre all’impazzata per il mondo diffondendosi in ogni dove. Rimane, in fondo allo scrigno, Elpis, la speranza. Questa questione, su cui ritorneremo, è più ambigua di quanto possa sembrare: sebbene la speranza venga quasi presentata come un bene, che resta presso gli uomini come dono, il grande studioso francese di mitologia Jean-Pierre Vernant pone una questione nel suo saggio Alla tavola degli uomini, e cioè che la speranza trovandosi, come gli altri mali, proprio in quello scrigno, sia anch’essa un male.
Decine di secoli dopo questi miti sull’origine del male, anche la psicoanalisi, con Sigmund Freud, arriva a interrogarsi sul perché l’uomo sembri irresistibilmente attratto dall’aggressività e dalla guerra – considerando che lo stesso Freud si include in questa critica mettendo in discussione il suo iniziale entusiasmo per la Prima Guerra Mondiale. Attraverso il concetto di pulsione di morte, e negli scritti Considerazioni attuali sulla guerra e sulla morte e Perché la guerra?, in dialogo con Albert Einstein, proverà a fornire una lettura psicoanalitica dell’aggressività. La prognosi freudiana è infausta: l’essere umano è attraversato da una spinta mortifera e distruttiva a cui la civilizzazione mette un freno fragile e instabile. Civiltà come illusione e, infine, come delusione, che porta Freud a diventare un pensatore profondamente pessimistico riguardo alla condizione umana.
Nel 1973 sarà Erich Fromm, psicoanalista e filosofo della Scuola di Francoforte, a raccogliere il testimone di Freud, dando alle stampe Anatomia della distruttività umana, un’opera di ricerca monumentale che prende nuovamente di petto l’interrogativo sull’aggressività, e che è stata ripubblicata da Mimesis a novembre 2025 con una postfazione di Livia Cadei. Gli anni in cui Fromm si dedica al lungo lavoro di ricerca che culminerà nella pubblicazione di questo testo, sono segnati dalla radicale presa di consapevolezza nell’Occidente del male che era stato il genocidio degli ebrei per mano dei nazisti e dei fascisti, ma anche dall’incombente senso di violenza che si respirava durante la Guerra Fredda tra il blocco sovietico e quello atlantico. Non solo, sono infatti anche gli anni dello sgretolamento del sogno hippy e della guerra del Vietnam, e della diffusione di un fenomeno che sarà sempre più presente negli Stati Uniti, quello dei serial killer – Charles Manson ed Edmund Kemper avevano già compiuto i loro crimini che saranno tra i primi a ricevere ampia risonanza mediatica di una lunghissima serie.
Erich Fromm pone due questioni fondamentali in questo testo. La prima è un fatto epistemologico: può la psicoanalisi porsi come verità ultima e autonoma rispetto all’interrogativo sull’aggressività e sulla violenza? La risposta dell’autore è negativa; la psicoanalisi per Fromm ha il compito di mettersi in dialogo con le altre discipline che si occupano dell’umano in un’ottica che sia fertile e in ascolto prima di emettere un verdetto definitivo, se di qualcosa di definitivo si può parlare quando ci si occupa delle questioni umane. È per questo che Fromm dedica tutta la prima parte del testo a un confronto serrato con la paleontologia, l’antropologia, le teorie comportamentiste e l’etologia. La postura di Fromm non è né quella dello psicoanalista che mette sul lettino le altre discipline, né un appiattimento teorico di queste sotto la lente psicoanalitica. Al contrario, questi saperi vengono scandagliati e ascoltati e l’autore stesso intrattiene conversazioni personali con altri ricercatori per poter comprendere di più dei punti a lui oscuri, come testimoniato dalle numerose note a piè di pagina. È in questi termini che si può parlare di un approccio anatomico, dove i vari saperi vengono sminuzzati e meticolosamente osservati dallo sguardo schietto e critico di Fromm. Come sostiene Livia Cadei nella postfazione, «la sua analisi invita ad allenarsi a un pensiero complesso e prospettico, capace di integrare dimensioni diverse senza indulgere in riduttive semplificazioni del pensiero unilaterale e polarizzato» (p. 661).
Il dialogo con le altre scienze è centrale perché è orientato a mettere in discussione la prospettiva pessimistica freudiana secondo la quale l’odio è più antico dell’amore e l’uomo è per sua natura aggressivo. Per Freud, in particolare, questo è legato al suo mito presentato in Totem e Tabù di una fondazione originaria del consesso umano a partire dall’uccisione collettiva del padre tribale, per cui lo psicoanalista viennese sembra sottolineare una violenza primordiale dell’umano. Fromm, invece, basandosi sugli studi paleontologici e antropologici, sostiene che l’uomo non sia stato necessariamente aggressivo nelle ere più antiche e che, anzi, qualcosa dei mutamenti sociali della cosiddetta ‘civilizzazione’ dal neolitico in poi abbia provocato un inasprimento delle violenze e dell’aggressività umana. Non ci troviamo, però, di fronte alla riproposizione del mito del buon selvaggio di Rousseau, anche se in qualche modo Fromm sembra propendere per questa ipotesi, quanto alla constatazione di un’impossibilità a definire aprioristicamente la bontà o la malvagità dell’essere umano.
La seconda questione fondamentale di questo saggio riguarda, invece, l’interrogativo se esista un’aggressività davvero maligna e che si differenzia da tutte quelle reazioni di difesa che sembrano avere più a che fare con un istinto di autoconservazione che non con una distruttività – posto che anche l’autoconservazione può essere usata retoricamente a giustificazione delle peggiori efferatezze. In effetti, l’ipotesi di Fromm è che esistano dei caratteri peculiari che sarebbero orientati al dominio dell’altro e al disprezzo nei confronti della vita: il sadismo e la necrofilia. Il sadismo sarebbe «la trasformazione dell’impotenza nell’esperienza dell’onnipotenza» (p. 378) e il sadico «tenta di trovare una compensazione nell’esercitare il potere sugli altri, nel trasformarsi – lui che si sente un verme – in un dio» (p. 380). La necrofilia, passione-per-la-morte più che l’attrazione sessuale verso i cadaveri, si opporrebbe alla biofilia in quanto passione-per-la-vita e consisterebbe nell’«attrazione per tutto quanto è morto, putrido, marcio, malato; la passione di trasformare quel che è vivo in qualcosa di non-vivo; di distruggere per il piacere di distruggere; [...] la passione di ‘lacerare strutture viventi’» (p. 429). I casi di studio di Hitler per la necrofilia e Stalin e Himmler per il sadismo diventano il viatico per accedere a una comprensione di questi caratteri e di come sia possibile che degli esseri umani provino un’assoluta indifferenza, se non godimento e piacere, nel controllo e nella distruzione della vita degli altri, immolati in guerre sacrificali o massacrati in campi di concentramento e nei gulag. Lo psicoanalista, in qualche modo, condividerebbe con Hannah Arendt l’idea di una diffusione del male per cui «migliaia di Himmler sono attorno a noi» (p. 419). Vi è però una differenza notevole: mentre Arendt ritiene, seguendo l’ipotesi della banalità del male, che in ognuno di noi, anche solo per cieca obbedienza, ci sia il rischio di divenire, come Eichmann, da meri esecutori di ordini dei criminali di massa, Fromm è convinto che questa predisposizione all’aggressività maligna sia legata ad aspetti caratteriali non reperibili in ogni soggettività e che questi siano dettati dalle esperienze della vita, in particolare quella infantile, dell’individuo. Nei fatti, il lavoro di Fromm risulta essere una chirurgica dissezione non tanto del fenomeno dell’aggressività, quanto di quella che in psichiatria classica viene chiamata psicopatia e che autori psicoanalitici come Jacques Lacan definiscono perversione. A questo quadro corrisponde una volontà ferrea di riscrittura della Legge, che il perverso ritiene di poter addirittura incarnare, dove gli altri dell’intersoggettività sono ridotti, almeno immaginariamente, a meri oggetti e pedine, semplicemente utili, o inutili, a degli scopi. È il rapporto con gli altri che emerge chiaramente nel ritratto che Fromm offre di Himmler, nei cui diari l’elenco dei soldati uccisi al fronte veniva accostato senza alcuna differenza né cambio di tono al resoconto delle passeggiate con i familiari.
Cosa ci dice, oggi, più di cinquant’anni dopo la sua prima pubblicazione questo testo monumentale? Certo, le condizioni non sembrano essere cambiate granché: i conflitti in corso, tra cui quelli in Europa e in Medio Oriente, così come i recenti dissidi interni al limite della guerra civile negli Stati Uniti ci mostrano chiaramente l’attuale fragilità e inconsistenza degli organismi internazionali e del diritto a tutelare i popoli dalla distruzione della guerra e dai ritorni ipernazionalisti e identitari, da sempre matrici, insieme alle ragioni economiche, delle guerre. Non solo, sembra che anche tutte le meccaniche di propaganda che hanno caratterizzato le ere dittatoriali per nascondere o giustificare distruzione o massacri non cessino di essere utilizzate con grande disinvoltura. Inoltre, la nostra era è segnata, rispetto a quella di Fromm, dall’ulteriore consapevolezza che questa distruttività ha avuto effetti devastanti anche sull’ambiente e sul nostro ecosistema, che patisce la volontà di dominio e di sfruttamento umana. La diagnosi infausta di Freud sembra continuare a essere confermata. L’augurio di Fromm era che il suo testo permettesse di poter identificare le condizioni che portano allo sviluppo dei caratteri sadici e necrofilici per evitare che questi ottenessero posizioni di potere. Se questa idea sembra impossibile da attuare nella pratica, è però l’ispirazione frommiana, profondamente innamorata della vita, a trasmetterci ancora oggi qualcosa per resistere, da una parte, alla fascinazione del male e della via della distruttività, dall’altra, al duplice inganno di un pessimismo disilluso che sancisce perentoriamente l’inevitabilità dell’autodistruzione dell’umanità o di un ottimismo illusorio che attende che le cose si risolveranno da sé sulla via delle «magnifiche sorti e progressive» di leopardiana memoria.
Ed è proprio su questo snodo centrale che l’opera di Fromm si conclude e su cui ci chiede lo sforzo di interrogarci: quale vuole essere la nostra posizione soggettiva di fronte alla spinta distruttiva umana e quali sono le conseguenze delle nostre scelte di campo? Non è un caso che Fromm intitoli l’ultimo capitolo di questo libro «L’ambiguità della speranza»: infatti, se abbiamo visto con Vernant che la speranza rimane in fondo allo scrigno dei mali è proprio perché la speranza può divenire solo attesa inerte di un cambiamento, rischiando perciò di venire tradita dai tragici eventi della storia. Lo psicoanalista offre, però, una visione alternativa della speranza per cui «avere fede significa osare, pensare l’impensabile, ma agire entro i limiti di quel che è realisticamente possibile; è la speranza paradossale che venga il Messia, ogni giorno, senza perdersi d’animo se non viene all’ora giusta» (p. 563). Ci troviamo, allora, di fronte a una speranza che «non è né passiva né paziente; al contrario, è attiva e impaziente» perché «la situazione dell’umanità, oggi, è troppo seria per consentirci di dar retta ai demagoghi – soprattutto quelli che sono attratti dalla distruzione – o ai leader che usano soltanto il cervello, perché il loro cuore ormai si è indurito» (Ibidem). Anche oggi si ripresentano condizioni molti simili a quelle del periodo in cui scriveva Fromm e possiamo provare a seguire le indicazioni dello psicoanalista per il quale il pensiero critico e “l’amore per la vita” possono diventare strumenti per porre un freno alla spirale distruttiva e autodistruttiva dentro cui l’umanità continua a cadere vertiginosamente.
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