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Terremoto / Appennino in movimento, oltre le macerie

Il terremoto è un frullatore. Ha rotto case, scuole, strade, ospedali, montagne. E ha rotto anche il tempo. C’è un prima, ma non c’è ancora un dopo. Il prima è nei ricordi, il dopo è troppo difficile da immaginare quasi che le nuvole di polvere alzate dal sisma non si siano ancora posate e non lascino intravedere oltre. Il presente, l’oggi, è confuso. Il terremoto ha frullato l’Appennino e le teste dei suoi abitanti, creando rassegnazione, disperazione e rabbia. Però sta anche producendo energie tra chi scopre di appartenere a un luogo, a un territorio più di quanto avesse mai sospettato, tra chi – nonostante tutto – vuol restare attaccato a questa catena di montagne, di sicuro l’unica catena che può dare libertà e felicità.  Qui, dunque, tutto è stato rimescolato. Non tornerà mai come prima, ma non è detto che sia un male assoluto.   Perché? Com’era prima? Quando nell’agosto del 2016 la terra ha iniziato a tremare tra Lazio, Marche e Umbria, nelle regioni appenniniche tirava già una brutta aria. Abbandono e spopolamento delle terre alte sono roba vecchia: la gente sta andando...

Sul tremore

Tremano mani e gambe, la voce può tremare – crepata dall’emozione – e trema la terra, trema il suolo, che ci dovrebbe sostenere.  “La terra trema tutta – dice il profeta Isaia –. La terra vacilla come un ubriaco. La terra dondola come una tenda”. Noi, gli instabili, i malsicuri, “esseri soppiantati”, come scrive Peter Sloterdijk, oggi, tremiamo, aggrediti da scosse di natura assai diversa, che tuttavia si sommano in un universale smottamento psichico. Il cuore batte sregolato, le sue improvvise accelerazioni, i suoi sobbalzi, sfiancano sicurezza e stabilità, il poco che ci resta. La tachicardia è una condizione sociale; il tremore, il soffocato ansimare dei corpi schiacciati nella morsa della paura, è una diffusa epidemia.   Nelle ultime settimane, mi è capitato di ritrovare, del tutto casualmente, le pagine, messe da parte, ma credo mai lette, oppure semplicemente dimenticate, di un breve saggio di Jacques Derrida: “Come non tremare?”. Inevitabile associarle a quanto è accaduto, di recente, nel Centro Italia, tra Lazio e Marche. E inevitabile cercare in queste pagine qualcosa che possa almeno orientare, una piccola luce a rischiarare lo spaesamento che sempre fa seguito...