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Marco Dinoi

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L’omicidio Cucchi su Netflix / “Sulla mia pelle”: il fatto sussiste

Coricato sul letto di un carcere ospedaliero, Stefano Cucchi, arrestato per spaccio il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo, ci appare subito, all’inizio di Sulla mia pelle, come una figura che assomiglia più a una cosa buttata che a una persona. Comincia a esistere, in senso cinematografico, come corpo ormai morto: inerme, pieno di lividi, disidratato, lasciato morire da solo.     Quelle quattro ossa per sempre incapaci di tirarsi su sembrano avverare le parole che ha lasciato Pier Paolo Pasolini in Empirismo Eretico (1972), poco tempo prima che anche il suo corpo fosse massacrato e fissato dalle immagini in testimonianza visiva perpetua di un’esistenza inconciliata. «La morte – aveva infatti scritto Pasolini – compie un fulmineo montaggio della nostra vita: ossia sceglie i suoi momenti veramente significativi (e non più ormai modificabili da altri possibili momenti contrari o incoerenti), e li mette in successione, facendo del nostro presente, infinito, instabile e incerto, e dunque linguisticamente non descrivibile, un passato chiaro, stabile, certo, e dunque linguisticamente ben descrivibile […]. Solo grazie alla morte, la nostra vita ci serve ad esprimerci»....

Goethe Institut Turin / Autoritratto canaglia

  Oggi a Torino il secondo giorno di incontri sul tema delle immagini e della violenza: come dobbiamo e vogliamo rapportarci a tutte queste immagini che pervadono e ossessionano la società occidentale? Che effetto ha il predominio dell’immagine sulla costruzione e tradizione del nostro canone culturale? È possibile formulare un’etica dell’immagine per il XXI secolo? Doppiozero riprende qui un articolo di Francesco Zucconi per contribuire a costruire un dibattito attorno al tema, urgente e fondamentale.   Come hanno modo di constatare gli spettatori di Rambo 3 – che ancora, qualche volta, passa su Italia 1 –, il susseguirsi degli interventi politici e militari statunitensi nell’area mediorientale e la produzione di immagini a essi correlata hanno contribuito alla nascita di nemici dell’Occidente sempre peggiori. Era il 1988 quando John Rambo e il colonnello Trautman, reduci del Vietnam, potevano intraprendere azioni di guerra in Afghanistan insieme a un gruppo di “mujaheddin” talebani in chiave antisovietica. Dopo decenni di iconografie congelate sulla Guerra fredda, gli anni Novanta avrebbero inaugurato nuovi scenari e nuove figure del terrore, capaci di bruciarsi e...

Combattere il terrore

Questo articolo è un estratto del saggio contenuto nell’ultimo numero della rivista “Carte Semiotiche” (La Casa Uscher) curato da Angela Mengoni e dedicato al ruolo delle relazioni anacroniche che attraversano la cultura visuale     Combattere il terrore   Nella storia dei conflitti successivi alla guerra fredda, la “guerra al terrore”, scatenata dall’attentato contro le Twin Towers dell’11 settembre 2001, comprende un insieme di dinamiche in cui gli obiettivi, le organizzazioni strategico-narrative, i confini spazio-temporali e gli attori coinvolti si moltiplicano e si diversificano a seconda dell’emergere delle minacce terroristiche, scatenando di volta in volta scontri diretti contro obiettivi nazionali, come l’occupazione dell’Afghanistan (ottobre del 2001) e la seconda invasione dell’Iraq (marzo del 2003). William J. T. Mitchell, autore di riferimento nell’orizzonte dei visual studies e fautore di un’iconologia del presente, nel suo Cloning Terror. La guerra delle immagini dall’11 settembre a oggi (La Casa Usher, 2012) spiega con chiarezza le trasformazioni...