Categorie

Elenco articoli con tag:

Noah Baumbach

(4 risultati)

Cannes. Parte 1 / La politica della Croisette

Esiste la politica a Cannes? A giudicare dalla bolla di operatori del settore, professionisti, attori/attrici o sedicenti tali che occupano la gran parte delle coperture stampa e delle attività sulla Croisette parrebbe proprio di no. Eppure a volte le cose sono un po’ più complicate. Ne abbiamo avuto un esempio durante la conferenza stampa ufficiale in cui venne presentata l’edizione di quest’anno – ed è una data importante perché è il Settantesimo anniversario del Festival – quando il délégué général Thierry Fremaux pressato dalle domande dei giornalisti sulla congiuntura politica francese ci tenne a dire che il festival non potrà mai essere “politico”: al limite i film possono esserlo. È un po’ la sintesi dell’approccio cannois, che ama presentarsi con la faccia della neutralità market-oriented ma che in realtà ha una regia gestita con sapiente equilibrismo politico, in un mix di potentati economici (il Presidente del Festival è Pierre Lescure, patron di Canal+ che ancora oggi è molto più che un semplice sponsor) e istituzioni politiche nazionali. Non bisogna infatti dimenticare che il Festival un padrone ce l’ha, con un nome e cognome: si chiama Association française du...

Gli insopportabili newyorkesi di Noah Baumbach / Mistress America

Parla la nostra lingua, Mistress America, e c’è qualcosa nei suoi personaggi, nella loro goffa vacuità, che è un totale fallimento, e forse una mezza speranza. Noah Baumbach lo sa di essere terribilmente, insopportabilmente newyorchese, di girare film con personaggi insopportabili e newyorchesi, o forse insopportabili proprio perché newyorchesi. Lo sa perché li racconta e li mette in scena come figure ridicole, meccaniche, che più che discutere parlano con se stesse, che più che vivere assumono modelli di comportamento e provano a metterli in pratica, fallendo. Parla la nostra lingua, Mistress America, perché parla una lingua universale e contemporanea: la parola diretta e piatta della comunicazione tutto intorno a noi; la parola superficiale che insegue senza posa la profondità e l’autenticità del racconto, rispondendo al desiderio di trasformare ogni evento, anche il più banale, nel tassello di un mosaico, nella figura di una storia.   Non parla della realtà, Mistress America, ma di come la parola, oggi, agisca sulla realtà. I suoi personaggi si incontrano, conoscono e frequentano per diventare semplice materia da romanzo, tasselli di una continua, onnipresente operazione...

Giovani si diventa

Giovani si diventa è un film sul tempo. Sul tempo come simultaneità e sul tempo come successione di esperienze. Un film sull’orizzontalità e sulla verticalità, e sulla distanza fra queste divergenti impostazioni della vita. Ovviamente, è anche un film sulla giovinezza, sull’età adulta e sulla diversa percezione del tempo vissuta da ogni generazione. Giovani si diventa, forse, è soprattutto un film sulla percezione del tempo: su cosa resta di un mondo che si credeva solido, forte, anche giusto, in qualche modo concluso, quando ci si accorge che in realtà quell’idea di mondo è stata soppiantata da un’altra – e per di più in silenzio, senza che nessuno se ne accorgesse, grazie al semplice, inesorabile passare delle stagioni. Giovani si diventa è, prima di tutto, un film di sguardi: di come due quarantenni intellettuali, benestanti, senza figli, mediamente soddisfatti delle loro vite – lui, Josh, regista e insegnante di cinema, lei, Cornelia, produttrice cinematografica e figlia di un celebre regista militante degli anni ’60 – si accorgano di essere invecchiati...

Wes Anderson: The look of love

  Non è certo sorprendente, tra i vari tagli possibili per un’analisi estetica dell’opera di Wes Anderson, soffermarsi sul legame che il suo cinema intrattiene con la moda. È sufficiente dare un’occhiata ai tumblr, ai più svariati social network dove il pubblico si fa autore rimaneggiando le immagini consegnate al suo sguardo, per percepire come la ricezione e il ricordo che sopravvive ai film andersoniani passi soprattutto attraverso gli outfit singolari dei suoi protagonisti.   Scompaiono i volti, tele bianche incorniciate da acconciature e abiti indelebili nella memoria degli spettatori, che attraverso un blazer, degli occhiali da sole, la giacca di una tuta o una fascia da tennista, riattivano immediatamente le emozioni provate. Solo la musica nel suo cinema possiede eguale forza evocativa e non è certo casuale che entrambe siano gli elementi espressivi, attigui e complementari al mezzo cinematografico, coi quali restituire un immaginario privato, giustamente definito vintage, essenziale per la sua poetica.   Perché se appare ormai (quasi) definitivamente sdoganato dal peccato di leggerezza e...