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Dieci cose che ho imparato da Umberto Eco

19 Marzo 2026

UNO

La prima cosa che ho imparato è l’importanza di essere nato in una città di provincia. Non in una grande città o in una capitale (e l’Italia ne ha avute tante, da Roma e Torino a Milano, fino a Napoli e Palermo), ma proprio in una città nuova come la sua, Alessandria, che nasce tra il 1164 e il 1167 con il titolo Civita Nova, e poi prende nome da un papa, che faticò ad accettare l’elezione, Alessandro III, posto a capo della Lega lombarda.

Eco ha dato un perfetto ritratto di sé parlando di Alessandria in Pochi clamori tra la Bormida e il Tanaro in apertura di Costume di casa: “alle basi del mio scetticismo, della mia indifferenza per i Valori astratti, della mia diffidenza per il Noumeno, non stavano ascendenze culturali o scelte ideologiche, ma solo il fatto che ero nato ad Alessandria”. E ancora: “Che nascere ad Alessandria fosse una condizione dello spirito, già lo sapevo: sapevo che il profondo disinteresse per l’amplificazione retorica, la ripugnanza per le passioni, il sospetto verso le grandi imprese erano una caratteristica razziale della mia plaga: e che, se potevano stagnare in inattività o declinare in inefficienza, potevano essere “scelte” come opzioni metodiche, basi per un certo tipo – non un altro – di cultura e di vita” (si tratta dell’introduzione  a Fausto Bima, Storia degli alessandrini, Tipografia Ferrari Occella, Alessandria,  1965).    

Ha scritto Gianni Brera:“Solo in provincia si possono coltivare le grandi malinconie, il silenzio e la solitudine”; si riferiva a Fausto Coppi aggiungendo che le tre situazioni – malinconie, silenzio e solitudine – “sono indispensabili per riuscire in uno sport così faticoso come il ciclismo”. Ma noi possiamo aggiungere anche per fare gli scrittori.

E poi c’è l’importanza della nebbia che accompagna la vita di provincia, dalla Rimini di Fellini all’Alessandria di Umberto Eco:

“Che io avessi non dico interessi per la nebbia ma un culto della nebbia era segno del destino, essendo nato ad Alessandria, città al cui paragone Londra è un’isola dei mari del sud”.  La città di Alessandria, continua: “Non solo è (era) nebbiosa ma è fatta di grandi spazi vuoti e sonnolenti, insopportabili nel gran sole meridiano d’agosto, quando tutti si rintanano terrorizzati dal quel vuoto arroventato (…). Città fatta per essere vista tra il lusco e il brusco, andando rasente i muri. Non deve cercare la sua identità nel sole, ma nella caligine”. Scriveva così nel libro-antologia intitolato non a caso Nebbia, pubblicato insieme a Remo Ceserani da Einaudi. E quanta nebbia c’è in Baudolino? Tanta, tutta nebbia d’Alessandria.

DUE

La seconda cosa che ho imparato è che per diventare scrittori è fondamentale rubare da chi è venuto prima di te, che poi vorrebbe dire copiare e rifare, oltre naturalmente a citare. Nel 1959 Umberto Eco inizia una rubrica sulla rivista di Luciano Anceschi “Il Verri”, intitolata Diario minimo, diventata nel 1963 un piccolo libro, forse uno dei suoi capolavori, dove plagia, rifà e imita Nabokov, Ruth Benedict, Margaret Mead, ma anche filosofi come Husserl e psichiatri come Binswanger. Non il nuovo-nuovo ma il rifacimento a scopo di gioco, scherzoso, rovesciando la serietà degli autori deliberatamente plagiati e rifatti. Il “furto ad arte”, come ha intitolato una sua mostra anni dopo il suo amico Tullio Pericoli, in quanto furto dichiarato non è più un furto, ma vale come un originale. Il marchio di fabbrica di Umberto Eco diventa questo. Copiare variando, copiare adulterando, copiare ridendo, copiare ma salendo sulle spalle dei giganti, secondo il detto o metafora di Bernardo di Chartres. E non per guardare più lontano, ma per far vedere diversamente a noi lettori quello che i grandi hanno scritto.

TRE

La terza cosa che ho imparato è quasi una conseguenza della seconda: riusare tutto. Nulla va sprecato, tutto si ricicla secondo i dettami della sostenibilità ambientale che valgono in letteratura. Ogni lavoro che Umberto Eco ha intrapreso nella sua carriera si basa su questo principio, a partire dalla sua tesi di laurea: Il problema estetico in Tommaso d’Aquino discussa nel 1954, pubblicata nel 1956 nelle Edizioni di “Filosofia”, e ristampata nel 1970 in seconda edizione con una prefazione davvero interessante

Nella riedizione utilizza la nuova prefazione alla sua tesi di laurea per spiegare come facendo la tesi si sia allontanato dal cattolicesimo (“via via che l’indagine procedeva, il territorio si oggettivava come un passato remoto, che ricostruivo con passione e con affetto, ma come si mette ordine nelle carte di un defunto molto amato e rispettato”). Al tempo stesso ci dice come ha assorbito il metodo di San Tommaso e l’abbia fatto suo.

Ma non c’è solo la tesi di laurea: c’è anche Arte e bellezza nell’estetica medievale nella collana da lui diretta Strumenti Bompiani. E poi viene da lì l’idea geniale di fare un meta-libro o meglio una meta-tesi: Come si fa una tesi di laurea. Le materie umanistiche (questa specifica è scritta in piccolo per non danneggiare il titolo manualistico che è perfetto). Un libro a stampa in cui l’ultima parte è scritta a macchina (caratteri tipografici da macchina per scrivere) in un’epoca (1977) in cui le tesi erano proprio dattilografate nelle copisterie. Più riuso di così, all’epoca non si poteva certo fare.

QUATTRO

La quarta cosa riguarda il paese di riferimento. Scegliere sempre un paese con cui confrontarsi. Ma Francia o America? Due paesi la cui cultura ha sempre seguito (forse più la Francia degli strutturalisti che l’America deigli scrittori postmoderni). La risposta di Eco è: America! Inevitabile che siano gli Stati Uniti, visto che noi viviamo nell’hinterland dell’America, come scrive nel nono libro che pubblica da Bompiani, Dalla periferia dell’impero, nel 1977, anno mirabilis e di svolta. Noi abitiamo un paese barbaro del Mediterraneo, spiega, l’Italia, ma per capire ciò che ci sta vicino, cioè noi stessi, bisogna andare lontano: un viaggio in California e Florida pubblicato qualche mese prima sul “Corriere della sera”, diventa un capitolo di quel libro: Viaggio nell’iperrealtà. Un doppio sguardo: l’Italia vista dall’America, ma anche l’America vista dall’Italia. E in più il punto di vista è quello di un cultore e studioso del Medioevo, che lo scova ovunque: il futuro ha un cuore antico. 
I capitoli raggruppati sotto il titolo generale di Eretici e millenaristi contengono in potenza parte del futuro romanzo: Il nome della rosa. Una recensione apparsa sul medesimo giornale a cui Umberto Eco collabora, “il Corriere della sera”, firmata da un caustico ma anche acutissimo Franco Fortini, mette a fuoco un altro aspetto della personalità letteraria di Eco: “molti credono che Eco sia uno scrittore brillante. È uno scrittore didattico, persuasivo, ottimista estroverso”. Una delle migliori definizioni data a quell’altezza, fine anni Settanta, del Maestro di Alessandria. Fortini coglie l’altro aspetto della sua personalità letteraria: “Tende a lasciar fuori dalla sua pagina i propri momenti di depressione, anzi a rimuoverli affatto”. Detto da un depresso altalenante, quale è stato Fortini, questo giudizio può essere a suo modo preso come un complimento. L’America mostra del resto il lato in ombra della ipermodernità o postmodernità o neo-neomodernità, che dir si voglia. Ma l’Italia, quella di Il costume di casa (altro libro decisivo per tracciare una descrizione della identità italiana), aveva bisogno di uno sguardo dall’altrove, e l’America costituisce sottotraccia la sponda a cui guardare comunque vadano le cose. Peccato che non sia più qui con noi per dirci con quel suo modo positivo di leggere il presente che futuro-passato ci aspetta ora.

CINQUE

La quinta cosa che ho imparato è: si può e si deve inventare una cosa che non c’è. Una grande lezione. La creatività di Umberto Eco è coniugata con la sua sistematicità. Ha inventato la semiotica. Possiamo dire che la semiotica esiste da quando lui ha pubblicato il Trattato di semiotica generale? No, la semiotica esisteva già da prima, ma Eco l’ha inventata, cioè sistemata come si deve. Inventio, da invenio ovvero: trovo. Se si segue il DELI dizionario etimologico si capisce quanto l’aggettivo “inventivo” porti a “inventario” e questo al termine lista, ovvero elenco: “trovare quello che c’è nel luogo dove è stato redatto”. La lista è un grande tema che attraversa l’opera di Eco in più punti, sino a un libro specifico Vertigine della lista (Bompiani 2009). 
Basta aprire la Prefazione al Trattato di semiotica generale, anno 1975, per trovare che il libro riassume e quindi nasce dalle spoglie di quattro altri precedenti libri di Eco: Appunti per una semiologia delle comunicazioni visive (Bompiani, 1967), La struttura assente (Bompiani, 1968), Le forme del contenuto (Bompiani, 1971), Il segno (Isedi, 1973). Il Trattato appare in inglese presso la Indiana University Press: nell’editoria dell’Impero. Specifica nella prefazione: “Un trattato non è una carta costituzionale. Semplicemente fa il punto”. L’opera è sempre aperta, e non si butta via nulla: nulla si distrugge, tutto si ri-crea. L’importanza della ri-creazione. Creare è sempre un ri-creare. Il mondo non comincia dal Nulla.

j

SEI

La sesta cosa è che non è mai troppo tardi. Era il motto e titolo della trasmissione televisiva del Maestro Manzi per i quasi analfabeti, all’epoca (anni Sessanta) ancora tanti. Si può diventare scrittori già avanti nella vita, dopo una onorata e premiata carriera da filosofo e da saggista. Eco è diventato scrittore a poco meno di cinquant’anni, a 48 per la precisione. In seguito, quando ha spiegato come e perché ha scritto Il nome della rosa (nelle Postille a Il nome della rosa e in un altro libro Confessioni di un giovane romanziere) ha usato un trucco: calcolare la propria età a partire da quel debutto, e poiché era il 2008 di anni come narratore Eco ne aveva perciò 28. In realtà Umberto Eco è uno scrittore fin dall’inizio, anche se riconosce poi di aver migliorato via via il proprio stile: si impara a scrivere solo scrivendo e riscrivendo.

Nelle Postille afferma che ha voluto scrivere un romanzo perché gli era venuta voglia di farlo. Come a dire che ci voleva una volontà: provo a farlo. Ma quanti sono i professori universitari che scrivono romanzi e ottengono quel successo mondiale che ha avuto Umberto Eco? Solo lui. Un fatto unico? Sì, è un fatto unico costruito con metodo e costanza in un tempo non breve – tutti gli anni da medievista che precedono quel 1980. Tutto questo però non spiega ancora il risultato che il libro ha ottenuto. Neppure le Postille, che pure sembrano un discorso sul metodo ex post, cioè a cose fatte. Insomma, è vero che ho imparato che non è mai troppo tardi, ma né io né voi siamo Umberto Eco. Tuttavia, anche questa è stata una lezione.

SETTE

La settima cosa che ho è imparato è: le cose ritenute minori possono diventare maggiori, dipende solo da quel fattore imponderabile che viene chiamato serendipità. In questo senso sono paradigmatici il primo e il secondo Diario minimo, e La Bustina di Minerva, in particolare quest’ultima che raccoglie le omonime rubriche. Nel primo pezzo che esce con questo titolo sul settimanale L’Espresso il 31 marzo 1985, spiega perché ha scelto il titolo, in cui gioca sul richiamo alla dea romana Minerva, divinità della saggezza e delle strategie, ma anche la marca di una “scatola” di fiammiferi, che può funzionare come un piccolo taccuino tascabile: si apre per accendere il fiammifero e la parte superiore del contenitore si presenta come uno spazio bianco su cui si può appuntare qualcosa: un indirizzo, un nome, un numero di telefono, una frase, un’idea  (la quasi totalità degli uomini di un tempo erano fumatori e conservano in tasca quel pacchetto di fiammiferi e nel taschino della giacca, ammesso che fossero professionisti, una penna con cui scrivere).      

In quella prima Bustina Eco discetta sulle idee sbagliate partendo dai telefilm del Tenente Colombo, poi della serendipity, ovvero la capacità di fare scoperte fortuite e inattese, poi sulle scoperte che nascono dalla capacità di uno scienziato di pensare ipotesi di leggi del tutto inedite. Insomma, il consiglio di Eco è di “allenarsi a rischiare errori”, con la speranza che alcuni siano fecondi.

Così è riuscito a scrivere per 11 anni tutte le settimane una rubrica fatta di poco o di niente, ma via via più acuta e divertente, utilizzando la propria abilità di scrittura e anche  gli alti e bassi della ispirazione che, come si sa, in chiunque scriva per professione va e viene: è un tanto fatto di poco. Quella prima bustina finiva con una massima alla Oscar Wilde: “Le idee migliori vengono per caso. Per questo, se sono buone, non sono mai del tutto tue”.

OTTO

L’ottava cosa che ho imparato da Umberto Eco è di scrivere delle rubriche specifiche (le mie sono state sin qui almeno tre: una dedicata agli oggetti quotidiani, una alle recensioni dei libri partendo dalle loro copertine, una a singole fotografie di autori; la quarta è stata quella delle recensioni di narrativa su “L’Espresso” durata a lungo, che ha indotto Eco, quando ci siamo incontrati dopo molti anni che non ci vedevamo, ero stato suo allievo all’università, a apostrofarmi in questo modo: Diamoci del tu, scrivi su “L’Espresso”, siamo colleghi).

Scrivere una rubrica significa imparare ad essere brevi, spesso brevissimi. Naturalmente il prof. Eco aveva un grandissimo talento nella scrittura breve, anche se poi ha scritto romanzi mediamente lunghi, per quanto siano composti di parti brevi montate insieme; meglio: pensate singolarmente in breve. Qui vale la famosa frase di Blaise Pascal che scrivendo a un corrispondente una lunga lettera concludeva: “Mi scusi ma non ho avuto il tempo di essere breve”.

NOVE

La nona cosa che ho imparato è riassunta da una frase contenuta nelle Postille: “scrivere è costruire attraverso il testo il proprio lettore ideale”. È vero sia che si tratti di una piccola rubrica di 1500 battute spazi inclusi, sia d’un romanzo di 600 pagine. Qui aggiunge che vi è una differenza tra il testo che vuole produrre un lettore nuovo e quello che cerca di andare incontro ai desideri dei lettori che ci sono già. Fino a concludere, parlando dello scrittore che pianifica il proprio testo (il pensiero va al suo Joyce) che si “vuole rivelare al proprio pubblico ciò che esso dovrebbe volere e ancora non lo sa”. Meglio: “vuole rivelare il lettore a sé stesso”. Non è un compito facile.

Tutto è teorizzato in Lector in fabula del 1979, l’anno prima del Nome della rosa. Devo confessare che questo libro, che esce lo stesso anno di Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino, libro che ha per protagonisti una Lettrice e un Lettore, è il libro di Eco che ho trovato più ostico e difficile, mentre invece ha un titolo perfetto, una variazione di Lupus in fabula. Lì è teorizzato il ruolo cooperativo del lettore nella costruzione del senso di un testo. Nella quarta di copertina si legge una frase decisamente echiana: “Un testo è una macchina pigra che chiede al lettore di fare una parte del suo lavoro”. Questa affermazione esprime perfettamente l’etica stessa del lavoro svolto da Umberto Eco nel corso della sua vita: farci essere meno pigri possibile e al tempo stesso spingerci a scoprire nei testi, siano articoli, saggi o romanzi, il “non detto” o il “già detto”, “che delinea interstizi e spazi bianchi, addirittura postula che il lettore svolga per conto proprio dei “capitoli fantasma” (la frase è tratta sempre dalla medesima quarta di copertina). Anche se non ho letto fino in fondo Lector in fabula ho recepito l’invito a creare “capitoli fantasma” delle opere cui mi sono dedicato dopo l’università, fino a diventare in qualche modo un lettore professionale di opere altrui.

DIECI

La decima cosa che ho imparato da Umberto Eco è un’idea dell’insegnamento, che ciascuno poi sviluppa come può e sa fare. Eco è stato un insegnante serio, divertente, colto, spiritoso, acuto, sempre pronto a recepire gli stimoli che provenivano dagli studenti. Uno stimolatore d’idee, più che un maestro oracolare, come era del resto nelle caratteristiche della sua personalità. Insegnare è sia un gesto autorevole, e a tratti autoritario, ma anche democratico: un ornitorinco, per riprendere il titolo di un suo libro, composto di molte parti in apparenza incongrue e contrastanti, ma tutte coagenti.

Ma arrivati a questo punto, ci vuole una piccola postilla.

È nota la frase di Giorgio Pasquali, il grande filologo, fatta poi propria da Pier Paolo Pasolini nel film Uccellacci e uccellini: “i maestri vanno mangiarti in salsa piccante”. Il significato di questo detto è che i maestri vanno divorati per acquisire il loro sapere, ma non è facile digerirli, ragione per cui è utile usare la salsa piccante che agevola la digestione e aiuta a smorzare il sapore del maestro. Il caso di Umberto Eco non rientra in questa categoria.

È stato un Maestro con la maiuscola, ma per imparare da lui non è necessario ricorrere a un pasto cannibalico, secondo l’immagine freudiana presente in Totem e tabù. Questo per l’istanza democratica che è presente nel suo insegnamento e nella sua opera, un corpus consistente ed edibile, senza ricorrere alla introiezione del suo autore.

Forse Umberto Eco somiglia ai maestri medioevali, i chierici vaganti che hanno fondato le università, la sua, la nostra Alma Mater, l’università di Bologna. Questi maestri esploravano le terre del sapere e venivano seguiti nel loro vagabondare per l’Europa, da città in città, da aula in aula dagli allievi; per poi proseguire, gli allievi, necessariamente il

loro cammino da soli.

Nel suo caso basta seguirlo nella Biblioteca ideale che ha costruito in tanti anni e che ci resta come una eredità di pensieri e idee da cui trarre altri pensieri e idee, ma sempre in libertà.

Testo della Lectio tenuta a Alessandria il 13 marzo 2026, in occasione delle giornate dedicate a “Umberto Eco Alessandrino”.

In copertina, Umberto Eco, immagine di Wikimedia Commons.

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