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regista

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1931-2018 / Ermanno Olmi. Un regista moderno

Dev'essere faticosa la vita del compilatore di coccodrilli degli uomini illustri. Ottomila battute da riempire in qualche modo, magari in fretta, tra un articolo e l'altro. E con largo anticipo, per giunta: così, se poi il morituro continua, a dispetto dell'età, a sfornare nuove opere, tocca pure aggiornare il pezzo.   Nel caso di Ermanno Olmi, scomparso ieri alla soglia degli 87 anni (li avrebbe compiuti a luglio), la carriera cinematografica avrebbe dovuto essere conclusa ormai da un decennio, dato che il regista aveva deciso di dire addio al cinema di finzione con Centochiodi (2007), annunciando di volersi dedicare soltanto al documentario. E invece, nonostante l'età avanzata e la malattia, di lungometraggi ne aveva realizzati altri due - non indimenticabili, per la verità: Il villaggio di cartone (2011) e Torneranno i prati (2014). Due titoli un po' senili, che guardano uno all'attualità e uno alla Storia, come spesso è accaduto nel cinema di Olmi, ma che probabilmente non aggiungono granché né alla sua poetica né alla sua carriera.   Al tempo stesso, la dicono lunga sul suo inesauribile entusiasmo e la sua insopprimibile vocazione al "fare", che l'hanno accompagnato...

#metoo / Weinstein. Caro La Cecla non sono d’accordo

Si discute molto, nelle ultime settimane, delle campagna internazionale #metoo – che, dal cosiddetto caso Weinstein in poi, si sta configurando come una forte presa di parola da parte di moltissime donne che hanno vissuto violenze e molestie sessuali. Non credo, da uomo, di essere nella posizione migliore per esprimermi al riguardo – e sono quindi rimasto colpito dal recente articolo di Franco La Cecla su queste pagine. Già nel titolo e nell’attacco del suo pezzo l’autore pone infatti, sia pure con sarcasmo, una questione metodologica di capitale importanza:   Chi scrive è un maschio, bianco, occidentale, anzi peggio, europeo, non indigeno, non appartenente a fedi religiose orientali, di mezza età, single, con un’educazione occidentale, anzi classica, – che altro devo dire per anticipare con i distinguo le classificazioni bio-politiche senza le quali non ho diritto a parlare di questa faccenda? – ho varie tessere, arci, feltrinelli, amici della musica, palestra e piscina, sono abbonato ad alcuni quotidiani cartacei e online oltre che alla metro milanese.   Perché mai, si domanda La Cecla, una persona con le qualità appena elencate non dovrebbe essere ritenuta nella...

Woody Allen, “La ruota delle meraviglie” / I sogni nel cassonetto

Fra i registi contemporanei, forse nessuno riesce a mettere in difficoltà il recensore quanto Woody Allen. Da una parte per via della sua inarrestabile prolificità (un film all'anno da quasi cinquant'anni: una regolarità impressionante); dall'altro,per l'assoluta trasparenza di ciascun lavoro e la sostanziale “prevedibilità” delle scelte tematiche e stilistiche (e quante volte abbiamo letto o sentito dire che “Allen fa sempre lo stesso film”?). Un unicum di cui spesso è difficile rendere conto senza rifugiarsi nello schematismo “sì/no/ni”.       Prendiamo questo La ruota delle meraviglie. Uscendo dal cinema con alcuni amici, ci scambiamo pareri a caldo, ma il copione è già scritto: uno dice che il film è bolso, un altro replica che non ha senso definirlo così, un altro ancora che è tutto sommato meglio del precedente. Dopodiché si passa ai confronti: c'è chi confonde i titoli (Magic in the Moonlight è venuto prima o dopo di Blue Jasmine?) e chi ammette sottovoce di averne perso qualcuno per strada (qualcuno si ricorda di Sogni e delitti?). In ultimo, si intona la solita commemorazione al personaggio Allen e al suo cinema che fu. Commemorazione inevitabilmente...

Ritratto della regista tedesca candidata all'Oscar / Vi presento Maren Ade

Ironizzare sulle storpiature che le distribuzioni italiane operano chirurgicamente sui titoli dei film stranieri è pratica diffusa anche tra gli spettatori meno agguerriti e spesso ci si immagina i responsabili di questi provvedimenti come gli indolenti sceneggiatori di Boris che, tra un pisolino e l’altro a bordo di uno yacht, appena uno apre bocca l’altro urla “Genio!”. Vi presento Toni Erdmann non fa eccezione e chi sia a presentarci Toni Erdmann (il titolo originale) rimane un bel mistero. Di certo non lo fanno i protagonisti. Winfried, padre buontempone che da Toni si traveste grazie a protesi dentale e parrucche, più che introdurlo pacatamente in società, tende a lanciarlo come un treno in corsa pur di disturbare la noia mortale dei giorni passati a Bucarest in compagnia della figlia e di colleghi e colleghe di lei. Da Ines, visti i ripetuti imbarazzi cui il padre provincialotto la sottopone nel bel mezzo di incontri cruciali per la chiusura di contratti milionari, non ci si può certo aspettare grande smania di presentarlo. Tuttavia questo di-più del titolo può prestarsi a un’altra domanda: Come presentare Maren Ade, regista di Vi presento Toni Erdmann?    Maren...

Pinocchio di Antonio Latella / Di Geppetto, e di altri padri bugiardi

Meglio guardarsi dai padri. Dalle loro ambizioni, dalle loro aspettative, e persino dal loro amore. La galleria di figure genitoriali che popola gli spettacoli di Antonio Latella è a dir poco inquietante: a cominciare dall’incestuoso Agamennone (in Santa Estasi, di recente proclamato miglior spettacolo 2016 dal Premio Ubu), per proseguire con l’insinuante e distruttivo Luca Cupiello (nel bellissimo Natale che ha replicato da poco al Carignano di Torino), fino al Geppetto comparso sul palco del Piccolo Teatro di Milano per il debutto di Pinocchio.   Ph Brunella Giolivo.   Tutti – siano essi eroi del mito, personaggi di una favola, o ordinari capifamiglia – danno mostra di un clamoroso fallimento della paternità, e delle sue funzioni affettive ed educative. Collodi sembra aver condiviso la medesima riflessione, se è vero che nella sua favola compare un nucleo famigliare incredibilmente disgregato e quasi del tutto assente: Pinocchio, privo di madre e alle prese con una presenza maschile poco autorevole, si muove solo nel mondo e apprende l’indispensabile da figure transitorie e incontrate per caso. Ma il Geppetto dai toni farseschi e patetici che ricordiamo (per chi...

Masochismo e teoria del cinema / Noël Burch: elogio della viragofilia

Da sempre, il problema della teoria del cinema è che di esso, preso dal lato della sua generalità e dei suoi contorni essenziali, non c'è quasi nulla da dire. Il tempo, che l'uomo pensa come interiore, viene presentato dal cinema come esteriore. Sullo schermo non viene proiettato alcun movimento (dunque tempo) “reale”, bensì 24 fotogrammi fissi al secondo che è la nostra coscienza a “muovere” grazie alla persistenza retinica delle immagini. Ma quel movimento/tempo sta comunque “là fuori”, reificato. Parimenti, il cinema ha qualche presa su di noi solo quando ci fa riconoscere “là fuori”, nell'estensione spaziale delle immagini, il nostro stesso desiderio. Ciò che credevamo intimo si rivela esterno, quando non addirittura estraneo. Se il cinema sembra “guardarci dentro”, è perché al cinema il nostro sguardo desiderante sta lì, davanti a noi, come un oggetto. Sbattendoci in faccia questa estraneità nei confronti di noi stessi, il cinema reinventa ad uso della modernità la nozione aristotelica di “catarsi”: tutto qui. Ora, poche cose sono difficili quanto sfondare una porta aperta. Ma cos'è la retorica se non l'arte di sfondare le porte aperte? Per questo, i migliori teorici del...

Milano Filmmaker 2016 / L'Affaire Étaix

Pierre Étaix è morto a Parigi lo scorso 14 ottobre, poco più di un mese prima del suo ottantottesimo compleanno (era nato a Roanne il 23 novembre 1928). È uscito di scena con discrezione, senza troppi clamori, com'era nel suo stile. Pochi giorni fa, la 36ma edizione del Festival Filmmaker di Milano gli ha reso un fulmineo (ma sentito) omaggio. Grazie alla caparbietà del curatore Giulio Sangiorgio, autentico rabdomante del cinema del passato, abbiamo potuto vedere su grande schermo Pays de Cocagne, l'ultimo lavoro cinematografico di Étaix, uscito nel 1971 e – a quanto pare – mai distribuito in Italia. È singolare che un festival dedicato prevalentemente al cinema di non-fiction abbia inserito in programma un tributo a un comico – per quanto alle prese, per la prima e unica volta nella sua carriera, con il documentario. Tuttavia, con Étaix le singolarità sono parecchie, come vedremo.   Non eravamo in molti, in sala, ma d'altra parte Étaix è sempre stato un artista per “felici pochi”. Anzi, era il primo a scherzarci su. «Chi è Pierre Étaix?» è la domanda che risuona nelle ultime sequenze di Pays de Cocagne. Fioccano i pareri: «Molto leggero, umano, tenero», «Ironico, sottile,...

Malick e l'inafferrabile leggerezza dell'esistente / "Knight of Cups"

22 maggio 2011: nella serata conclusiva del 64° Festival Internazionale del Cinema di Cannes, la giuria del Concorso internazionale lungometraggi, presieduta da Robert De Niro, assegna la Palma d'oro per il miglior film a The Tree of Life, quinto lungometraggio di Terrence Malick in 38 anni di carriera. Quella data e quell'evento rappresentano uno spartiacque nella vita artistica del regista di Ottawa, Illinois. Da un lato, infatti, segnano una nuova fase della sua carriera, caratterizzata da un'inedita iperattività che fa da perfetto contrappunto ai lunghi silenzi creativi del passato: cinque anni tra La rabbia giovane (1973) e I giorni del cielo (1978), venti fra questo e La sottile linea rossa (1998), altri sette prima di arrivare a The New World (2005), sei per il succitato The Tree of Life. Dall'altro, pongono fine a quell'inviolabilità critica che ha da sempre contraddistinto la carriera del cineasta, sin dagli esordi. Da allora, sono fioccate le espressioni contrariate, gli sguardi in tralice, le bonarie paternali, gli inviti a volare basso e a non atteggiarsi a filosofo, e infine le aperte invettive. E se il successivo To the Wonder (2012), giunto a distanza di appena...

Suwałki, 6 marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016 / I démoni di Andzej Wajda

“Wer der Dichter vill verstehen Mus in dichters lande gehenn” (Chi vuol capire il poeta deve recarsi nel suo paese)               W. GOETHE   Autore di quaranta film e di quasi altrettante regie teatrali ANDRZEJ WAJDA (Suwałki, 6 marzo 1926–Varsavia, 10 Ottobre 2016) è un artista difficilmente comprensibile senza conoscere la Polonia e la sua drammatica storia. Questo è il motivo per cui i suoi capolavori (come I dannati di Varsavia, 1957; Ceneri e diamanti, 1958; Tutto in vendita, 1968; Il bosco di betulle, 1970; Le nozze, 1970; Paesaggio dopo la battaglia, 1970; La terra della grande promessa, 1974; Le signorine di Wilko, 1974; L'uomo di marmo, 1976; Senza anestesia, 1978; Korczak, 1990; Katyn, 2007) sono stati apprezzati nel mondo soltanto per i loro valori formali e per la denuncia politica, ma non hanno mai avuto il successo di pubblico che avrebbero meritato. I film di Wajda attendono ancora di essere considerati nella loro complessa trama culturale, anzitutto letteraria. La metà dei suoi film infatti sono tratti da romanzi o racconti della letteratura polacca o russa e sono un'efficace fusione della...

I marziani di Orson Welles

Esce oggi presso l’editore FrancoAngeli il volume di Orson Welles È tutto vero. Marziani, astronavi e beffe mediatiche. Pubblicato in occasione dei cent’anni dalla nascita dell’autore, contiene il testo di Invasione da Marte, la trasmissione radiofonica che è stata la più importante beffa mediatica e ha fatto credere a molti americani la sera del 30 ottobre 1938 che fosse in atto un’invasione della Terra da parte dei marziani. Pubblichiamo un’anticipazione dalla postfazione di Vanni Codeluppi, che ha curato il volume.   L’invasione dei marziani che è stata raccontata alla radio da Orson Welles e dai suoi attori viene generalmente considerata uno dei casi più importanti di tutta la storia dei media. Le cosiddette «beffe mediatiche» realizzate nella storia dei mezzi di comunicazione sono infatti numerose, ma probabilmente nessuna ha ottenuto un risultato paragonabile in termini di attenzione sociale a quello che è stato in grado di raggiungere il radiodramma di Welles. Anche perché questa è stata la prima e dunque, in quanto tale, anche la più inaspettata. In seguito all’ascolto della trasmissione, molte persone sono state prese dal panico e hanno fatto di tutto: sono corse a...

Una conversazione con il regista bavarese / La visione estatica di Werner Herzog

Abbiamo incontrato Werner Herzog, che, in quarantacinque anni di attività e con una sessantina di film realizzati, ci ha regalato, anno dopo anno, innumerevoli immagini rare e preziosissime, raccolte in ogni parte del mondo. Il regista bavarese è noto per aver indagato e documentato gli aspetti insoliti della realtà, con visioni, spesso in terre estreme e di confine, tra immaginazione e stupore, con un linguaggio poetico in sospensione tra fiction e documentario. L’intervista parte dall’idea di comprendere cosa sia la visione estatica per Herzog. Abbiamo posto domande soprattutto legate a Encounters at the End of the World (Incontri alla fine del mondo), del 2007, una meditazione – ironica e al contempo costellata di immagini di straordinaria bellezza – sulla natura e sulla comunità scientifica di McMurdo, che fa esperimenti tra i ghiacci del Polo Sud.     Mauro Zanchi: Ci può parlare del suo film realizzato in Antartide?    Werner Herzog: Incontri alla fine del mondo è una sorpresa anche per me. Sono rimasto affascinato da una sequenza di immagini girate sott’acqua, sotto la calotta antartica dell’isola di Ross, immagini di rara bellezza. Immagini che paiono...