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semiotica

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Lungo il fiume del Talmud, a dorso d'asino

Premessa. Nel pomeriggio del 26 maggio scorso ero a Venezia, chiamato a leggere e commentare pubblicamente un brano del Talmud babilonese, una circostanza pubblica per me molto inusuale, anzi del tutto inedita. L’editore Shulim Vogelmann mi aveva inviato il libro del Digiuno, Ta’anìt, perché mi preparassi per l’occasione. Nel lasciarmi perfettamente libero di selezionare il brano e impostare come meglio desiderassi il mio commento mi ha però espresso un’indicazione o meglio una speranza: che la mia lettura (da non credente e da ignorante di cose ebraiche) reperisse nel Talmud nessi con l’attualità e con i temi su cui si orienta attualmente il mio lavoro. Così è avvenuto, in particolare in un brano di cui presento qui di seguito la mia lettura.   Hanno insegnato i nostri Maestri in una baraità: L’uomo sia sempre flessibile come una canna e mai rigido come un cedro del Libano. [Avvenne che…]                                                                                 ...

Zerubavel e Bartezzaghi / La forza della banalità: normalità e altri contropoteri

“A cosa pensi?”. “A niente”. “Cos’è questo niente?”. “Proprio niente”. “Cioè?”. Dialogo ricorrente tra timidi adolescenti o entro coppie consumate e annoiate? Sì, certo. Il che non toglie che si tratti di qualcosa di estremo interesse. A ben pensarci infatti: a cosa pensiamo quando non pensiamo a nulla? Che cosa passa, sempre e comunque, per la nostra mente tenuta a risposo, quando tutto sembra essersi fermato, e gli apparati cerebrali funzionano, per così dire, da soli, senza intenzioni proprie o stimoli esterni, ma comunque a loro modo ancora in azione e, forse, in agitazione? Come acchiappare e definire questo ‘nulla’ a cui pure in qualche modo stiamo pensando? Ecco un fenomeno che potremmo ascrivere a quella che si usa chiamare normalità, banalità, ovvietà: il va-da-sé, il dato-per-scontato. Fenomeno tutt’altro che banale e ovvio, tutt’altro che evidente, se si prende ad analizzarlo con serietà e curiosità, con rigore metodologico e un necessario tocco di ironica pignoleria.   La mente è a riposo, o almeno così crediamo. Eppure lei va lo stesso, non sappiamo se rallentata o semplicemente sciolta, lasciata libera di percorrere i meandri cognitivi, affettivi, valoriali di...

(Esatto, proprio quella sul SUCA) / S-Word: il senso di una tesi

Il grande Umberto Eco ci aveva preso, non c’è niente da fare. E più di una volta. Quella da cui vorrei cominciare è la definizione di apocalittici e integrati (Eco, 1964), che al caso della S-Word, scoppiato in queste ore, si adatta alla perfezione. Ecco brevemente i fatti, se li conoscete potete saltare al prossimo capoverso. Tutto è facilmente ricostruibile con una breve surfata sul web. La storia comincia con la tesi di laurea in Scienze della Comunicazione di Alessandra Agola dal titolo “S-Word. Segni urbani e writing”, discussa all’Università di Palermo e di cui sono relatore. Tesi che ha come oggetto le scritture urbane e in particolare la parola SUCA, che con una frequenza disarmante si ritrova su muri di Palermo e di molte altre città. Su questo lavoro scrive per primo Gianfranco Marrone, peraltro correlatore della tesi, su I love Sicilia, un magazine piuttosto diffuso sull’isola e non solo. Da qui un articolo di Lucio Luca dello scorso 6 dicembre sull’edizione locale de la Repubblica, che scatena il putiferio: servizi in video e voce da parte delle emittenti locali, ma anche di REP TV il cui post, mentre scrivo, a circa di 15 ore dalla messa on line, ha ricevuto circa 3,4...

Netnografia / Facce da social

Verrebbe da dire: Facebook ormai è il mondo. Ha tanti di quei miliardi di iscritti quasi da raddoppiarlo, come la famosa mappa 1:1 dell’imperatore cinese immaginata da Borges: eccezionale e inutile. Eppure, non si fa altro che proporre simulacri del suo utilizzatore medio, o, più interessante, provare a costruire tipologie di chi ci sta dentro, adoperandolo in modi abbastanza diversi e, di conseguenza, dotandosi di una identità sufficientemente variegata. La disputa fra determinismo tecnologico e culturalismo spinto è più aperta che mai: saranno i software a condizionare le forme di comportamento in rete, e i tipi antropologici che ne derivano, o è l’immaginario sociale ad abbarbicarsi su alcuni precisi social network scartandone altri pure disponibili? In ogni caso, se Facebook è uno specchio del mondo, dà luogo a immagini parziali – nel doppio senso del termine: circoscritte e di parte – del mondo stesso, contribuendo a rifletterci su. Ogni totalizzazione cosmologica, diceva il filosofo, è per definizione metafisica, senza basi empiriche che permettano una seria conoscenza dei fenomeni. Meglio dunque, hanno risposto i linguisti, cercare principi chiari di pertinenza, punti di...

Da Foucault a Eco / Fino a che punto possiamo interpretare?

Cinquant’anni fa uscivano in Francia gli atti del Colloquio di Royaumont, svoltosi tre anni prima, che avrebbero segnato i destini della filosofia “continentale” all’insegna della Nietzsche-Renaissance: una rinascita dell’interesse per la figura e l’opera di Nietzsche, definitivamente riscattato dalle strumentalizzazioni naziste, preparata anche dalla pubblicazione nel 1961 del poderoso corso di Heidegger e, soprattutto, dall’edizione critica nel 1964 delle opere di Nietzsche, curata da Giorgio Colli e Mazzino Montinari. Tra gli interventi di quel convegno, quello di Michel Foucault, che, ricordiamolo, poco prima di morire sulle pagine di Les Nouvelles littéraires dichiarerà di essere sempre stato “semplicemente un nietzschiano”, presenta una singolarità. Nietzsche, nel saggio, è in compagnia degli altri “maestri del sospetto”, Marx e Freud, che, a differenza di Ricoeur, non sono visti da Foucault tanto come coloro che dubitano della coscienza trasparente a se stessa, di cartesiana memoria, e l’allargano demistificandone i pregiudizi o i condizionamenti che su di essa operano l’ideologia borghese, le pulsioni libidiche o i valori della tradizione morale e metafisica. Gli autori...

Tanti auguri per la sua ideal insomnia / Io . . . (un altro) Bruno . Eco . . Joyce

Un ricordo del Professore da parte di uno qualunque che ne ha condiviso l’ossessione per il Finnegans Wake, totem erudito e – dimenticatissima – cornucopia semiotica.   Marino! Chi era costui?   Non deve stupire il rapporto personale che chiunque abbia anche solo inciampato nei suoi scritti, lo abbia visto anche solo una volta parlare in pubblico o abbia anche solo minimamente interagito con lui, ha finito per instaurare con Umberto Eco. Figuriamoci chi su quegli scritti si è formato, chi è stato tante volte parte del suo pubblico, chi ha avuto modo di scambiarci più di qualche parola. Umberto Eco era – è – un mito, “l’intellettuale contemporaneo per antonomasia” (checché ne dicano “i sondaggi”), come ben spiegato da Michele Cogo in Fenomenologia di Umberto Eco, un libro che doveva intitolarsi Scherzando sul serio. Sì, perché Eco, se proprio lo si vuole bignamizzare, era questo: “l’uomo che sapeva troppo” e che sapeva dirtelo, poliedrico, in maniera sempre brillante. Come l’Acqua Recoaro.  È stupido uccidersi appresa la notizia della morte di Rodolfo Valentino? È osceno non trattenere l’eccitazione e lavare con la propria urina gli spalti dello stadio all’ingresso...