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Tate Modern

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"Field" | Collezione Maramotti / Phoebe Unwin

Riapre la stagione espositiva presso la Collezione Maramotti, che inaugura le attività autunnali presentando la prima personale italiana di Phoebe Unwin. Per l’occasione, la Pattern Room ospita il lavoro della pittrice nata a Cambridge, già in shortlist per il Max Mara Prize 2015, i cui lavori sono presenti anche nella collezione della Tate Modern. La Collezione Maramotti può essere considerata un osservatorio privilegiato sulla scena delle artiste inglesi contemporanee, grazie alla sinergia con la White Chapel Gallery e alle attività dell’omonimo premio, che dal 2005 seleziona e premia con residenze e progetti espositivi le artiste anglosassoni più meritevoli. Tra i nomi premiati ricordiamo Laure Prouvost, vincitrice del prestigioso Turner Prize nel 2013 e autrice del progetto GDM - Gran Dad’s Visitator Centre presso l’Hangar Bicocca di Milano nel 2016, ed Helen Cammock, vincitrice dell’edizione 2018. Confermando l’interesse specifico verso la pittura, evidente anche dalla formidabile selezione di tele di livello museale esposte nelle sale della permanente, la Collezione sceglie un’artista che formalizza una sensibilità estremamente contemporanea, pur rimanendo fuori da ogni...

Tino Seghal alle OGR di Torino / Contro il principio di produzione

La stagione 2018 delle OGR inaugura con un progetto internazionale di grande richiamo realizzato da Tino Sehgal, autore anglo-tedesco tra i più interessanti della scena internazionale. Forte del grande successo critico e di pubblico raccolto negli ultimi anni, già Leone d’Oro alla Biennale di Venezia nel 2013, Sehgal sbarca alle OGR di Torino con un progetto a cura di Luca Cerizza. L’intervento, coerente con la poetica riduzionista dell’artista, non ha titolo e prosegue la ricerca di un’arte relazionale, una pratica aperta che ponga al centro della propria esperienza l’incontro umano tra lo spettatore e il performer. Chi ha assistito a una performance ideata da Sehgal sa che l’artista sviluppa delle “constructed situations” in cui coinvolge danzatori e spettatori. Si tratta di situazioni che prendono vita in spazi museali e sono sempre pensate specificamente in relazione al luogo che le ospita. Sehgal elabora le sue performance attraverso un lungo lavoro di preparazione che coinvolge i performer e spesso si compone anche attraverso la consultazione del pubblico.   Nella sua arte immateriale, la relazione con lo spazio appare come uno dei fulcri della sua riflessione: si...

Alla Tate Modern fino al 28 gennaio 2018 / Ilya and Emilia Kabakov. Not Everyone Will Be Taken Into the Future

A cento anni dalla Rivoluzione Russa, la mostra di Ilya ed Emilia Kabakov invita a riflettere sui concetti di storia, di autorialità, sulle speranze così come sul fallimento e chiede: può l’arte con le sue potenzialità evocare un cambiamento e un miglioramento della società in cui viviamo? Dalla realtà dell’Unione Sovietica, dalle asperità, dalle oppressioni del regime dittatoriale, l’opera dei Kabakov si permea di una dimensione poetica, a tratti malinconica, a tratti fantastica, capace di comunicare significati condivisi e universali. Juliet Bingham, curatore di Arte Internazionale alla Tate Modern, nel catalogo della mostra, riporta le parole di Emilia Kabakov: “Il mondo e il lavoro di Ilya sono costruiti sulla fantasia e sulla storia dell’arte. Io, d’altro canto, molto presto nella mia vita, ho imparato a combinare realtà e fantasia e a vivere entrambe. La nostra vita si basa molto su questa combinazione (…) La nostra vita consiste del nostro lavoro, sogni e discussioni. Siamo fortunati: siamo riusciti a trasformare la realtà in fantasia e a risiedervi in modo permanente”. La mostra alla Tate Modern, visitabile fino al 28 gennaio 2018, si dispiega in dieci sale che...

Atelier dell'errore. Atlante di zoologia profetica / Ninnananna per il sonno della ragione

Calano dall’alto figure imbozzolate, raggomitolate. Spogliate di tutto, se non del loro potere perturbante – esibito in modo diretto, brutale. Non geometricamente, ma psichicamente al centro della grande sala bianca – l’«Artist Room» che presenta parte della collezione permanente del museo, al quarto piano della Tate Modern – il grande ragno metallico nero, i cui lunghi artropodi alieni poggiano sul parquet lucido e liscio (sarà esposto qui sino alla metà dell’anno prossimo). Non è il primo ragno scolpito da Louise Bourgeois, ma in molti sensi è il definitivo. È un lavoro realizzato nel 1999, quando l’artista ha quasi novant’anni, e il suo titolo semplicemente è Maman.   Louise Bourgeois, Maman Turbine Hall.   Nelle teche tutt’attorno sono esposti alcuni manoscritti di Bourgeois, diari e lettere dalla brutalità non diversa da quella delle sue sculture (in italiano si leggono nel volume Distruzione del padre/Ricostruzione del padre, a cura di Marie-Laure Bernadac e Hans-Ulrich Obrist, edito da Quodlibet nel 2009). In uno di essi si legge: «il ragno è un’ode a mia madre, lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice e, come i ragni, mia madre...