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Teatro grottesco

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Il mio lavoro non è ancora finito / Ligotti, macabro e sontuoso

Il mio lavoro non è ancora finito, uscito nel 2002 e vincitore dello Stoker Award, categoria long fiction, nello stesso anno, è l’ultimo volume della serie di pubblicazioni di Thomas Ligotti di il Saggiatore, dopo le raccolte di racconti Teatro grottesco (2015), Nottuario (2017) e La straziante resurrezione di Victor Frankenstein (2018), il saggio antinatalista La cospirazione contro la razza umana (2016), e la raccolta di interviste Nato nella paura (2019). A differenza di questi altri lavori, e un unicum nella carriera di Ligotti, Il mio lavoro non è ancora finito è un romanzo breve (o una novella, come si diceva una volta) che si accompagna a due racconti, Ho un progetto speciale per questo mondo e La rete dell’incubo.  Ci sono tanti modi per cominciare a parlare di un libro di Ligotti. Si potrebbe esordire dicendo che il suo schiacciante pessimismo ha ispirato i monologhi di Rust nella prima stagione di True Detective. Che è un grande recluso che non rilascia interviste dal vivo, non presenta i libri, e che pochissimi hanno visto di persona. Che è ormai una celebrità letteraria sia dentro al genere horror (visti i quattro premi Stoker accumulati, di cui uno alla carriera...

Eugene Thacker. L'orrore della filosofia, la filosofia dell’orrore / Tra le ceneri di questo pianeta

In una delle proposizioni più note del suo Tractatus Logico-Philosophicus, la 5.6, Ludwig Wittgenstein sosteneva che “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Wittgenstein, che era celebre per l’accuratezza con cui sceglieva i modi della propria espressione linguistica, non poteva aver scelto quel verbo – “significano” – a caso, e tantomeno quel “significano” può essere interpretato, semplicemente, come un sinonimo di “sono” (il verbo “essere” è quello che di solito viene maggiormente, ed erroneamente, utilizzato nel riportare la proposizione wittgensteiniana): non si tratta, infatti, qui, di posizionarsi, per il filosofo austriaco, sul campo dell’ontologia, quanto su quello della teoria del significato.    Il problema che gli sta a cuore non è, quindi, tanto quello dell’esistenza di realtà irriducibili allo spettro linguistico, quanto quello del rapporto tra linguaggio e mondo, che viene indagato a partire dalla possibilità del primo di dare significato al secondo. Il linguaggio porta ad espressione un mondo che senza di esso sarebbe comunque lì, ma che sarebbe muto, rendendolo quindi, per noi, significativo, o meglio, significante. Questa...

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