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Antropologia

(295 risultati)

Da Marcel Proust al capro espiatorio

A René Girard abbiamo posto alcune domande sul senso generale e sulle implicazioni delle sue tesi.       René Girard   Lei ha iniziato la sua attività come critico letterario nei primi anni ’60, sviluppando la nozione di desiderio mimetico: si desidera appropriarsi di ciò che gli altri desiderano e questo provoca il conflitto, la violenza.   Ho cominciato con la letteratura. In un’epoca in cui tutti ponevano l’accento sulla differenza. Sì, la mia indagine partiva mettendo in rilievo il gioco del desiderio mimetico; ad esso sto ritornando oggi, perché lo ritrovo nel teatro di Shakespeare. Si trattava, per certi aspetti, di una prospettiva antistrutturalistica perché le distinzioni binarie dello strutturalismo, che vorrebbero essere costitutive della cultura, hanno sempre una reciprocità tale da assomigliare molto a un’indifferenziazione. Il desiderio mimetico genera poi la violenza, che non è il frutto della rarità, e non sta né nel soggetto né nell’oggetto, ma nel rapporto tra i soggetti. La violenza è mimetica e il meccanismo...

Lévi-Strauss e il Giappone

Nel 1993, Claude Lévi-Strauss rilasciava un’intervista a Junzo Kawada per la televisione nazionale giapponese (NHK). La prima parte, relativa principalmente all’antropologia americanista, era seguita da considerazioni sul Giappone. Viene qui trascritta la seconda parte, di cui è stato mantenuto il tono di conversazione a ruota libera, senza cancellare le ripetizioni né i tratti di oralità che caratterizzano questo tipo di incontri.         C. LÉVI-STRAUSS: Mio padre, come tutti gli artisti della sua generazione, amava le stampe giapponesi e me ne ha fatto dono... La prima l’ho ricevuta all’età di sei anni, e ne sono rimasto immediatamente affascinato. Per tutta la mia infanzia, i voti buoni che prendevo a scuola venivano ricompensati con il dono di una stampa che mio padre tirava fuori dai suoi scatoloni.     J. KAWADA: Quali sono le sue preferite? Le pitture ukiyoe?   Ammiro in particolare le pitture del periodo arcaico, infine quelle dell’epoca Kambun. Oppure, un po’ più tardi, Kaigetsudù, Moronobu e qualche altro, ma in fondo queste sono cose che si vedono solo nei...

Siamo tutti cannibali

Niente di più attuale del cannibalismo. Lo so, a nominarlo così, di passata, è una cosa che sa di stantio, un po’ esotico forse, quasi vintage. Fa pensare alle vecchie figurine del periodo coloniale, dove omoni neri con pance smisurate, gonnellino di frasche e anelli al naso bollivano in improbabili pentoloni l’esploratore un po’ tonto in chepì d’ordinanza e tuta beige sdrucita. Gli stessi etnologi, a un certo punto, hanno contestato la realtà antropologica di gente che si nutre di carne umana, pensando semmai il cannibale come prodotto di un mito occidentale fortemente etnocentrico. Da tempo gli antropofagi non vanno più: a tener banco sono semmai gli zombie, tutt’altro genere di mostri che turbano a tratti le nostre cattive coscienze, come a indicare il destino verso cui si dirigono, volenti o nolenti, gli orrori quotidiani di cui i media ci nutrono a più non posso.   Eppure, sia pure in forma traslata o mascherata, ma non indebolita, la questione del cannibalismo riappare oggi, appunto, sulla bocca di tutti, tornando a smuovere paure e desideri, provocando non pochi sobbalzi etici e periodiche...

Of Africa

Versione italiana   We are happy to publish the preface of Of Africa by Wole Soyinka, one of the most respected and influential contemporary African writers, the winner of the Nobel Prize for Literature in 1986.  The text has been generously offered by the author for publication on Why Africa?. Enjoy your reading.   Wole Soyinka, ph. Graeme Robertson     What does the continent known as Africa possess that the rest- or a greater part- of the globe does not have already in superabundance? These, obviously, cannot be limited to material or inert possessions-such as mineral resources, touristic landscapes, strategic locations-not forgetting the continent’s centuries-old designation as human hatcheries for the supply of cheap labor to other societies, East and West.  There also exist dynamic possessions-ways of perceiving, responding, adapting, or simply doing that vary from people to people, including structures of human relationships. These all constitute potential commodities of exchange-not as negotiable as timber, petroleum, or uranium perhaps, but nonetheless recognizable as defining the human worth of any people-and could actually...

Ebbro di testo. Da Beatriz a Paul Preciado

Perché si scrive? Per chi si scrive? Quali sono le condizioni che permettono alla scrittura di non prescindere dal corpo di chi scrive, facendo di lei/lui una pura testa decapitata, inattendibile fonte di assiomi inverificabili? È possibile, oggi, fare filosofia e teoria culturale, dunque politica, senza affidarsi al “principio di autocavia”, a un metodo conoscitivo e ermeneutico fondato sull’esperienza diretta, su pratiche che coinvolgono in prima persona il soggetto scrivente, esponendolo al rischio di trovare perdendosi? La risposta/proposta che il filosofo e teorico della cultura Paul B. Preciado lancia con muscolosa leggerezza attraverso il suo Testo tossico (trad. it. di Elena Rafanelli, Fandango 2015) è netta e arditissima. «Tra il 1927 e il 1932 Walter Benjamin e alcuni amici, tra cui Ernst Bloch, Ernst Jöel e Fritz Fränkel, si sottomettono a una serie di assunzioni chimiche: mangiano hashish, fumano oppio e si iniettano mescalina e morfina. In ogni caso è necessario che la sostanza entri nel corpo, che penetri la pelle, il canale digestivo, il sangue, le cellule. È necessario attaccare l’anima...

Kultura

Molti studiosi e molte discipline hanno provato a definire sinteticamente il termine «cultura», ma tale operazione presenta notevoli difficoltà. L’ambito in cui la cultura opera è infatti estremamente vasto e articolato. E negli ultimi anni si è fatto ancora più ampio. La cultura, perciò, dev’essere considerata non un semplice insieme organizzato di forme espressive, norme e valori, ma un vero e proprio mondo. Un mondo concreto e fisicamente sperimentabile, dove operano soprattutto i fenomeni di consumo, la moda, i media e l’industria culturale. Un mondo che dunque è sempre più globale e dominato dal capitale delle multinazionali, ma anche in grado di funzionare secondo la logica propria del Web e dello spettacolo mediatico. Un mondo comunque che non è più secondario e periferico, ma è riuscito a conquistare una posizione centrale nell’immaginario collettivo e individuale. E pertanto, proprio per questo motivo, è in grado di trasformare radicalmente la vita quotidiana delle persone e ambiti primari della società come la politica e i mercati.    ...

Se una notte d’inverno un etnografo

«E poi, insomma, non è il mio mestiere, è un lavoro che bisogna saperlo fare, bisogna saper entrare in confidenza con il prossimo, e io già partirei con la prevenzione che la gente ha altro per il capo che raccontar favole a me».   Illustrando i criteri del proprio lavoro nell’introduzione alle Fiabe Italiane (1956), Italo Calvino motivava così la scelta di attingere alla documentazione già disponibile e perciò di sottrarsi a un vero e proprio lavoro etnografico, a quella ricerca sul campo che è la base empirica dell’antropologia. Da qui può prendere il via una riflessione sul rapporto di Calvino con questa disciplina e sul modo in cui questo può contribuire a un bilancio più generale della sua opera.   Perché rivisitare le relazioni fra Calvino e l’antropologia? Fra i suoi lettori nati negli anni Ottanta o dintorni, pare esistere una parabola del rapporto con Calvino piuttosto diffusa. Dopo la sacralizzazione giovanile, la scoperta progressiva di alcuni lati della sua opera e attività intellettuale ha spinto a una certa indifferenza nei suoi confronti...

Lo spirito universale della narrazione

Il titolo di questa comunicazione suona forse troppo enfatico. È quasi una citazione rubata a Thomas Mann. Lo "spirito della narrazione" è suo, ma confesso che l'aggiunta, così perentoria da risultare sfacciata, dell'aggettivo "universale", è mia. Tuttavia, prima di arrivare ad affrontare i termini "spirito" e "universale", vorrei dire qualcosa sulla parola "narrazione". Utilizzerò, non tanto per seguire la sua definizione di narrazione, ma per indicare il tema sul quale fare qualche variazione, un bel libro di un amico, Paolo Jedlowski, Storie comuni (Bruno Mondadori 2000), tutto dedicato alle narrazioni che si fanno nella vita quotidiana. Nonostante si tratti di un campo leggermente diverso, tuttavia mi interessa ritornare a questa prima dimensione dell'universalità della narrazione, a quel narrare che prende tutti, per vedere come si possa tentare di ascoltare lo spirito, che forse respira dentro le parole che diciamo e dalle quali siamo raccontati.   Per Jedlowski "narrazione" significa "mettere storie in comune". Le storie sarebbero...

Un sabato italiano

Era un sabato la prima volta che sono stata a Expo. Ho approfittato dell’ingresso serale, quello che costa 5 euro. 5 euro e: trenta minuti di metropolitana; una volata in un fiume umano anestetizzato dall’eccitazione; un’ora e venti di attesa tra l’arrivo in stazione Rho Fiera, l’acquisto del biglietto e l’entrata in Expo.   Finalmente sono dentro. Non prima di essere passata sotto lo sguardo del metal detector e di aver infilato la borsa nello scanner. Esattamente come in aeroporto. Improvvisamente ricordo che porto sempre con me un piccolo coltellino da borsa. Non si sa mai, potrei dover sbucciare una mela, tagliare del nastro adesivo, girare una vite. Sempre meglio averne uno. Ben nascosto s’intende. Tanto nascosto che gli apparati di sicurezza non lo vedono neanche e mi lasciano serenamente entrare.   Una volta dentro e stordita dal rumoroso sciame di persone, mi trovo davanti alla grottesca armata di statue che, come le Teste composte di Arcimboldo a cui si ispirano, sono corpi allegorici, non però delle stagioni ma dei simboli base della nostra tavola: il vino, il pane, la pasta. Questi giganti gargantueschi e...

San Francisco

Nonostante le spiacevoli traversie dei viaggi andati a male sappiamo che non sarà questo a fermarci. Le esperienze di viaggio ci insegnano che la prossima volta potrebbe andare meglio, anche quando tutte le evidenze volgono al peggio. C’è, nel viaggio, la forza di una sorpresa, l’idea di novità, la deriva profonda dell’avventura, quella che il filosofo Jankélévitch pensava fosse la chiave dell’idea di inizio, di ri-partenza o di qualcosa che “stacca” il tempo normale e lo fa diventare una freccia. C’è, nel viaggio, la busta a sorpresa che una volta si comprava in edicola. Non importava quel che c’era dentro, giornaletti, soldatini, cianfrusaglie, ma era l’aprirla il momento magico. Il viaggio è un avvio. E soprattutto esso è una riproposizione del presente, riporta il presente dove dovrebbe stare.   Adesso che sto ballando in un posto improbabile, nell’unico quartiere off rimasto a San Francisco, Bayview, un ghetto nero in cui la gentrification tarderà ad arrivare, adesso lo sento il presente. In una dark room di un bar malandato all’angolo della...

L’enciclica papale bestseller

Con questo articolo di Gianfranco Marrone proseguiamo la discussione, avviata con l’articolo di Francesca Rigotti e proseguita con l'intervento di Alessandro Zaccuri, sulla recente enciclica papale Laudato si'.   Quanto meno un merito, apparentemente di dettaglio, questo libro senz’altro ce l’ha: è un testo, anzi un Testo, senz’ombra di dubbio, e tutto d’un pezzo. In un’epoca in cui – si ribadisce fino all’esaurimento – la testualità tradizionale ha sconsolatamente perduto autorità e autorevolezza, se non esistenza ontologica e spessore sociale, e in cui le grandi narrazioni si son sciolte in milioni di cinguettii più o meno social che ci investono a fiumi per dileguarsi ancor più rapidamente, e in cui, fra l’altro, ogni canone letterario s’è dissolto nelle valanghe di enunciazioni minori e variamente queer, ecco un testo-testo come non se ne vedevano da tantissimo, un testo canonico per definizione, di quelli che, per statuto comunicativo e disposizione culturale, sono e saranno soggetti a decine e decine di interpretazioni possibili e impossibili, di...

Puer senilis, senex puerilis

ETÀ. Perdita del sentimento di età: in quanto innamorato, il soggetto non si assegna nessuna età: non è né giovane né vecchio.   1. CLASSIFICAZIONE Infans, puer, adulescens, senior, senex: ogni società divide il tempo del soggetto umano: essa crea le età, le classifica, le denomina e incorpora questa struttura per il suo funzionamento per via di riti iniziatici, di servizio militare o di disposizioni legali. Una volta, era l’organizzazione simbolica che si occupava apertamente delle età (nelle società etnografiche); oggi è la scienza: la medicina, la sociologia, la psicologia, la demografia, la criminologia, politica stessa, tutti questi discorsi “obiettivi”, si premurano di dividere e di opporre le età. Il plurale così costituito (“le età della vita”), fa pesare sul soggetto umano una delle costrizioni sociali più forti che egli è tenuto a subire (l’età è davvero l’Altro).   Chi vuole le età? Le società arcaiche, le società militari, le società concorrenziali, in breve...

Qualcosa di personale sulla lingua

Babel 2015 (Bellinzona, 17-20 settembre) Le letterature della Svizzera Nel 2015 il festival Babel è svizzero: dieci anni di viaggio attraverso le lingue e le letterature mondiali ci portano sulla soglia di casa e, come dopo ogni viaggio, quella soglia è diversa. Entriamo. C’è una forte tensione tra le lingue, tra lingua e dialetti, tra oralità e scrittura, che sta dando risultati letterari senza precedenti. Perché la lingua della Svizzera è la traduzione, e per essere viva deve ascoltare e farsi interprete delle voci della sua confederazione di culture: il tedesco e i suoi dialetti svizzeri, l’italiano e il francese, il romancio e le lingue dell’immigrazione, le varie ibridazioni del parlato – tutte chiavi per accedere, scrivendo, alla propria parola partendo dalle lingue date.   Come anticipazione di alcune tematiche del festival, Babel ha raccolto e commissionato per doppiozero una serie di testi che si confrontano con la dimensione dialettale e vernacolare, ma anche più generalmente orale e colloquiale: a livello di scrittura creativa, il rapporto con il dialetto non è che il caso pi...

Buon compleanno, Giuliano!

Oggi, 18 luglio, Giuliano Scabia compie ottant’anni. Una buona parte di questi suoi anni li ha passati a sperimentare e a immaginare con la poesia, con il teatro, con l’azione partecipata, con la narrazione, con il disegno, con la costruzione di fantastici oggetti di cartapesta, in un viaggio incantato nel mistero, giocato non a fare teatro ma a farsi teatro, ad agitare i sogni. Doppiozero dal 6 maggio ha dedicato alla sua figura di padre del Nuovo teatro, alla sua arte di incantatore e suscitatore, uno speciale che si conclude oggi con un’intervista realizzata da Marco Belpoliti quando Scabia è andato in pensione dall’insegnamento universitario a Bologna (2005) e con tre scritti inediti di Scabia: l’introduzione alla giornata di studio a cura di Silvana Tamiozzo Goldmann e Paolo Puppa Camminando per le foreste con Nane Oca  (Venezia, Ca’ Foscari, 19 maggio 2015); l’elenco completo delle opere del ciclo Teatro Vagante; una lettera in cui rivela la struttura segreta del suo Canzoniere.       Le puntate precedenti dello speciale comprendono l’intervista Alla ricerca della lingua del tempo, la...

Immagini nutrienti

Il testo è tratto dalla dal primo volume della collana IMM, Not Straight. Documento, piega, inganno, a cura di Elio Grazioli e Riccardo Panattoni, Moretti&Vitali editore.     Si dice da ogni parte che viviamo nell’epoca e nella società delle immagini, il che vuol dire non solo che ne siamo immersi ma anche che viviamo della società delle immagini, che ce ne nutriamo, che le immagini sono il nostro cibo quotidiano. Ma che cosa significa nutrirsi di immagini? Che cosa ci danno in pasto? Che cosa mangiamo di esse?     Quello della fotografia è un bacio di Giuda, dice Joan Fontcuberta, proprio quando cerca di farti credere di essere oggettiva e documentaria, ti sta tradendo e consegnando agli imbrogli della manipolazione. Compito dell’artista è quello di svelare tali manipolazioni, innanzitutto gettando il dubbio sulla presunta innocenza e neutralità del mezzo. In che modo? Certo non contrapponendovi, secondo Fontcuberta, né l’espressione, lo stile, la soggettività, l’originalità, l’autorialità, né la specificità del medium, la sua...

Eppur si dona

Chissà se il grande etnologo francese Marcel Mauss, mentre all’inizio degli anni venti si accingeva a scrivere il suo Saggio sul dono, avrebbe mai immaginato che a distanza di un secolo quel suo apparentemente semplice modello teorico del dono sarebbe stato non solo ancora evocato, ma anche applicato all’economia occidentale. Lui, che aveva costruito la sua teoria soprattutto su dati etnografici provenienti dall’Oceania, mescolando atti sociali e credenze magiche, si sarebbe forse stupito a sentire come, in questi anni di crisi del modello capitalistico-finanziario, l’idea di una società basata non solo sull’utilitarismo venga sempre più spesso evocata come via d’uscita.   Il valore della teoria di Mauss sta nella sua semplicità. Cosa spinge gli uomini a donare è stata la prima domanda che si è posto, cosa spinge chi riceve un dono a contraccambiare la seconda. Questioni quasi banali all’apparenza, che però nascondono una forza incredibile.   Se poi pensiamo che uno dona mentre l’altro riceve e ricambia, viene quasi da chiedersi dove stia la differenza rispetto a uno...

Inglese, lingua contro natura

Dio stramaledica l'inglese! Inteso come lingua, che rende tutto complicato. Non bastava la parola genre? Secondo l'etimologia online, genre (inglese), deriva da genre (francese), che a sua volta deriva da genus (latino), termine usato per la traduzione di Aristotele: genos (greco). No, l'inglese ha anche la parola gender, che deriva sempre dal francese genre, dal latino genus, dal greco genos. Un doppione etimologico, come un'elica del DNA. L'inglese tradisce così? Non era la lingua delle tre i: inglese, informatica e (chi ricorda la terza i? Insipienza, ingordigia, incuria, ingiustizia, impresa, roba simile), vanto della programmazione educativa italiana? L'inglese ha fatto degenerare il genere, ha prodotto un codice doppio, biforcuto.   The Queen, I Want to Break Free, 1984   Vediamo le cose sul piano semantico. Genre traduce stile letterario, cinematografico, pittorico, tipo di scrittura. Gender invece traduce qualcosa che ha a che fare col sesso! Secondo il dizionario, a partire dal Quattrocento gender viene usato per dire il sesso “degli esseri umani”, tuttavia, a quell'epoca, il cambiamento di sesso era legittimo...

L’invenzione dell’onnivoro

Qualche tempo fa, con un gruppo di amici, eravamo d’accordo per andare a cena fuori. Ma per favore – mi dicono – in un posto dove si cucini senza glutine. Lo chiede l’amica celiaca, ma anche gli altri del gruppo che si sentono tali pur non essendolo veramente – dove per ‘veramente’ significa che nessun esame medico lo aveva certificato. Che abbia in menu verdure grigliate, domanda a sua volta l’altra amica che sta seguendo una particolarissima dieta disintossicante. Che faccia insalate, ma senza lattuga, chiede l’altra ancora, è convinta di dover dimagrire non digerendo la lattuga – la lattuga, sì, quella che noi onnivori ingurgitiamo quando decidiamo di non mangiar nulla. Quella sera ho creduto di stare in mezzo a un gruppo di nevrotici. Poi ho pensato che il mio essere onnivora, cresciuta in una famiglia di onnivori, è pur sempre una forma di dieta, e cioè una maniera di alimentarsi che, infine, è un modo di stare al mondo. Per farla breve, siamo finiti in un ristorante veg. A leggere il menu sulla base dei gusti, di ciò che ci piaceva e che ci andava quella sera e solo...

La proprietà privata

Abbiamo preso le mosse da un fatto dell'economia politica, dall'estraniazione dell'operaio e della sua produzione. Abbiamo espresso il concetto di questo fatto: il lavoro estraniato, alienato. Abbiamo analizzato questo concetto e quindi abbiamo analizzato semplicemente un fatto dell'economia politica. Ora, proseguendo, vediamo come il concetto del lavoro estraniato, alienato, debba esprimersi e rappresentarsi nella realtà.   Se il prodotto del lavoro mi è estraneo, mi sta di fronte come una potenza estranea, a chi mai appartiene? Se un'attività che è mia non appartiene a me, ed è un'attività altrui, un'attività coatta, a chi mai appartiene? Ad un essere diverso da me. Ma chi è questo essere? Son forse gli dèi? Certamente, in antico non soltanto la produzione principale, come quella dei templi, ecc. in Egitto, in India, nel Messico, appare eseguita al servizio degli dèi, ma agli dèi appartiene anche lo stesso prodotto. Soltanto che gli dèi non furono mai essi stessi i soli padroni. E neppure la natura. Quale contraddizione mai sarebbe se, quanto più col...

La piccola cattiveria

C’è una profondità del male, ma anche una sua superficialità. L’una produce storture umane, l’altra semplicemente irritazione e fastidio, perché la piccola cattiveria, chiamiamola così, è un male minore. L’uno, il Male, è forza (distruttiva), l’altra, la piccola cattiveria, è debolezza, fragilità, non leggerezza, ma superficialità, approssimazione nella sua mancanza di rispetto per la profondità dei fenomeni e degli esseri. Il male minore della piccola cattiveria quando viene inferto non comporta dei seri rischi, chi non ti saluta non ponendosi il problema di stare facendo una sgarberia, non mette in gioco nulla della sua esistenza, al massimo si guadagna un violento invito ad andare a quel paese, ma tutto, la vita e la coscienza (sua) non sono in pericolo. Anzi, semmai, c’è il godimento di chi si diverte (magari scientemente) a vessare il prossimo, così, per gioco, come gratuito esercizio di un suo qualche speciale piccolo dominio.   Ma perché una persona ti dice che sei fuori orario con cattiveria e un’altra lo fa con simpatia e dolcezza? Può il semplice fatto di non conoscerti autorizzare moralmente un individuo a trattarti male mettendo in atto dei comportamenti...

Cannibali travestiti da vegani

Scoprire come tra le pieghe del linguaggio possano celarsi verità insospettate lascia sempre sorpresi; spesso accade nel momento esatto in cui un accostamento o una metafora ci illuminano di una luce trasversale, rivelatrice. In un recente brano dei Negrita, una strofa, "...siamo cannibali travestiti da vegani...", accende il testo della canzone. È un contrasto tra una metafora – cannibali – e una moda – vegani – è un confronto forte tra una condizione estranea alla nostra umanità e un'altra contemporanea ma più virtuale che reale. Due finzioni contrapposte dove la violenza della prima esce rafforzata dalla seconda, una scelta alimentare che altro non è che un ennesimo travestimento, posa, tendenza, comportamento che dal cibo guarda altrove... Sì, perché nel recente e rapido espandersi del fenomeno vegan sembriamo restare distanti dall'idea di chi per convincimenti religiosi o filosofici ne ha abbracciato scelte e stili di vita. Ben distante ad esempio la lucida e visionaria astinenza professata da Guido Ceronetti: "C'è come un velo sulla retina dei non vegetariani,...

Per una storia dell'infanzia

Nell’età classica, il bambino non contava nulla; si sperava che il momento dell’infanzia fosse il più breve possibile, in modo da raggiungere velocemente l’età della ragione, nella quale si sarebbe potuto finalmente parlare di lui, farne oggetto di massime e di commedie. Questo silenzio mitico si accordava perfettamente con la filosofia essenzialista del periodo: l’unità dell’essenza umana prescriveva l’identità delle età e rigettava al di fuori di ogni commento tutto ciò che era altro dall’uomo: l’infanzia era un tempo morto perché era un tempo ineffabile: non ci sono né pazzi né bambini nella nostra letteratura classica.   Sappiamo come la Rivoluzione francese, soprattutto nei suoi esiti, abbia provocato un divorzio sempre più profondo tra le pretese universaliste della borghesia e la coscienza dello scrittore, tra la sua condizione e la sua vocazione; sappiamo anche come questo divorzio, prima ancora di portare lo scrittore a un impegno sul piano formale, abbia prodotto un certo numero di fughe: l’Ottocento ha inventato l’innocenza,...

I racconti di Felisberto Hernández

Fino a pochi anni fa, in Italia, dell’uruguaiano Felisberto Hernández (1902-1964) avevamo letto soltanto la raccolta di racconti Nessuno accendeva le lampade, tradotta per Einaudi nel 1974 da Umberto Bonetti e rapidamente scomparsa dagli scaffali delle librerie. Dopo un lungo periodo in cui l’autore è stato relegato all’angustia delle attenzioni specialistiche degli amanti inveterati delle lettere rioplatensi, Hernández conquista nuovo spazio e (si spera) nuovo pubblico grazie all’editore romano La Nuova Frontiera che, negli ultimi tre anni, ha proposto una nuova edizione di Nessuno accendeva le lampade (2012, stesso titolo ma diversa composizione del volume Einaudi del 1974, in cui apparivano anche racconti che non fanno parte originariamente del libro) e due nuove raccolte di narrative brevi sparse nel tempo, Le Ortensie (2014) e il recentissimo Terre della memoria (2015), tutte per la traduzione di Francesca Lazzarato (d’ora in avanti NAL, O e TM).     Pianista viaggiatore non troppo facoltoso, costretto spesso a suonare in bettole di provincia, collezionista di matrimoni e uomo a suo modo marginale, Herná...

"Why Africa?" A SAVVY Contemporary non-response

This month we asked our friend Bonaventure Soh Bejeng Ndikung to engage with the question “Why Africa?”.  A curator, a biotechnologist and a music aficionado, Bonaventure is the founder and director of SAVVY Contemporary in Berlin, an independent space for the discourse on art between the 'West' and the 'Non-West' which is currently running a crowdfunding campaign to support its upcoming exhibitions. The SAVVY team is an extremely passionate and talented group of volunteers committed to bringing high quality cultural content in an independent and bold manner. Please support their campaign here, there are still a few days left to make the difference. And now, enjoy their unique contribution to our column.   lettera27 Versione italiana   Savvy Contemporary team, ph. Luise Volkmann     "Why Africa?" is more than an eerie question to ask. It calls for obvious counterquestions like "Why not?", straightforward answers like "Africa is this or that"... most of which are furnished by banalities, simplicities and predictabilities. In its complexities on many cultural,...