Frenesia del nulla: un romanzo
L’unico personaggio di cui possiamo dire di avere una traccia corposa, lette le 125 pagine di Abbiatene cura dell’anonimo Autore del XXI Secolo (Einaudi 2026), è Apollinaire, un gattone maschio pagato 500 euro, «nero al 95%, con una macchietta bianca tra le zampe posteriori»: nutrito benissimo, curato benissimo, sontuosamente indifferente al tutto, che abita H24 nell’appartamento del giovane protagonista su cui mettiamo insieme qualcosa correndo dietro alla sua raffica frenetica di parole, il diario di una sera in casa al ritorno dal suo lavoro di marketing e comunicazione nel centro commerciale Schoppissimo. Il protagonista ha letto soprattutto americani degli ultimi decenni: Ellis, McInerney, Roth, Wallace. Apollinaire ama le coccole sulla pancia del suo coinquilino, e poiché sta benissimo, spesso socchiude gli occhi guardandolo.
Risonanza magnetica
Qualche settimana fa, davanti al monitor di una risonanza magnetica, un neurochirurgo mi ha chiamato a guardare: “Vede? Questo cervello è pieno di paura e di ansie”; non mi era mai occorso di vedere in diretta la mappa di un cervello agitato dalle emozioni; un magma cangiante, come lava alla bocca di un vulcano.
Questo libro è come la risonanza magnetica di un trentenne del 2026: ipercontemporaneo, iperconnesso, con BPM a 130, va a lavorare, e poi torna a casa; ogni tanto va a una cena o una festicciola, ma soprattutto è a casa, dove, appena in pantofole, si mette un casco di realtà virtuale, e tutto il tempo è invaso da connessioni cerebrali frenetiche e brevi, che verbalizza a scatti di mezza riga e a capo, una riga e a capo, mezza riga e a capo, come è di fatto la nostra scrittura contemporanea più diffusa, quella delle chat digitali da un qualsiasi device: telefonino, tablet, personal computer. È come se fosse fatto di anfetamine, ma l’anfetamina è il web.
Assenza di presenze
Qual è la storia? Non c’è: c’è una sera in casa a pensare a sprazzi alla giornata di lavoro passata e alla giornata di lavoro che verrà; c’è l’ossessione fantasmatica per Francesca, che ha vissuto lì con lui: flash di ricordi, loro che mangiano un ramen, loro che si sfidano a chi è più amato da Apollinaire (ovviamente lui, perché è lui a riempirgli la ciotola), un po’ di stalking sui social per sapere cosa fa e dov’è e con chi Francesca oggi, 603 giorni dopo che se ne è andata, lasciando che lui si riscattasse a rate da lei il 50% di proprietà dell’arredamento di casa.
603 giorni era il titolo del manoscritto. Quindi, la storia sarebbe questa: l’ossessione per un amore vissuto di corsa e ora rimpianto correndo. Le 125 pagine ora pubblicate sono come il referto della risonanza magnetica del cervello dell’io narrante: non c’è tempo, o utilità, nel fare filosofia sulla vita propria o sul destino della Terra; sarebbe stupido: tutto è già stato raccontato nei romanzi e nei film e nelle serie tv, che sono un archivio sterminato dove pescare disordinatamente e frettolosamente quando gli gira, a impulso. Ha un dubbio? Chiama Siri. Non si ricorda bene quella cosa? Chiama Siri. Gioca on line a un videogame ammazza-e-spara con il vecchio amico di liceo Lello che ora fa il pizzaiolo ad Amsterdam e che non vede più; eroticheggia in seduzioni su WhatsApp e Instagram con Michelina Torriani, la figlia del padrone, stasera in palestra che manda selfie sul corpetto sportivo strizza-tette; guarda pezzi di film che si dimentica di finire; sbircia episodi di serie tv che poi non segue; tiene la tv generalista accesa in sottofondo con le boiate dei giochi in pre-serata e i conduttori piacioni e ruffiani; scandaglia ossessivamente le meraviglie del marketing e del packaging, ammirato da quelle geniali; ha il frigo pieno ma ordina ramen su Deliveroo. Frenetico, disorganico, non determinato, perché “la nostalgia è stupida, la tristezza è stupida”, non ha senso soffermarsi, perché, come scrive a pagina 33, «non succede mai un cazzo»; guarda un po’ di porno e si fa una sega, e poi si vergogna («alla mia età…»); non vuole andare a dormire: «Sono stanco, penso, ma non voglio dormire, voglio rimanere sveglio su questo divano, non fare assolutamente nulla».

Un giovanotto tracciabilissimo
L’anonimo autore (anonimo ma così profilabile) tracciatissimo da tutte le piattaforme del pianeta, si lascia tracciare anche dal lettore; gli indizi sono sparsi nella parlantina mitragliata: è cresciuto nella Granda, la provincia di Cuneo; nella «provincia bastarda» c’è il negozio di musica Merula a Mondovì, c’è la discoteca Cabi Club di Borgo San Dalmazzo; c’è corso Nizza a Cuneo, e ora ci sono il lavoro diurno e la vita serale a Torino: Murazzi, Valentino, e via Madama e via Petrarca in San Salvario.
Questo libro è una creazione di marketing virale simpatica. Il titolo glielo hanno dato le editor Einaudi, che una mattina si sono trovate davanti al portone della casa editrice il manoscritto di 603 giorni in una cesta, avvolto in un pannicello, come un orfanello alla ruota di un orfanotrofio, e con un reel che riprende un giovane incappucciato che si è fatto riprendere nell’azione, come un nostro Bansky in una nostra Bristol (la cover l’ha firmata il graffitaro GEC, prestando un suo graffito ai Murazzi); la performance è stata perfetta, e ha portato più di 10.000 visualizzazioni in pochi giorni. Se andate sull’account Instagram “Autore del XXI Secolo” vedrete anche altri reel precedenti, in cui vediamo altri suoi astutissimi flash mobbing editoriali: edizioni fake di 603 giorni pubblicate da Adelphi, da Bompiani, da Feltrinelli, da Einaudi e piazzate alla libreria Feltrinelli della stazione ferroviaria di Porta Nuova, e da Ikea, e qua e là, transiti di possibili lettori del suo possibile libro. Miriam Massone per “La Stampa” ha cercato e intervistato on line l’Elena Ferrante piemontese, che ha raccontato che è dieci anni che le case editrici di tutta Italia gli respingono manoscritti. Sarebbe stato pubblicato, senza fare il Banksy torinese? Quién sabe? Perché vuole restare anonimo? Perché – dice – vuole fregare la logica della performance narcisistica dello scrittore, il tran-tran delle presentazioni sul divano con il microfono in mano, il mercato letterario. Sa benissimo che il giochetto dell’anonimato gli dà notorietà morbosetta, «ma mi obbliga a spenderla solo sui libri. È il patto che ho fatto, e non è facile da sostenere in un mondo che usa l’autore come richiamo: presentazioni, festival, che espongono i corpi più che le opere. Ho scelto di farne a meno». Mah.
Il libriccino si legge in tre ore, e alla fine quel che rimane è il referto neuroletterario di una generazione frantumata dal suo tempo, un tempo di sparizione, di isolamento, di connessioni istantanee che lasciano senza storia, di storie che non raccontano niente e che non lasciano niente. Viene voglia di prendersi cura di lui proprio, del giovane scrittore anonimo in persona più che del suo libro, viene voglia di incontrarlo e fare insieme qualcosa, camminare, rallentare e calmargli l’elettricità del suo intelligentissimo cervello. Disponibili infine, senza esitazioni, ad adottare il gattone Apollinaire, nel caso l’autore del XXI secolo volesse andarsene di qui per un’altra vita altrove, anonimo o no: crocchette, sabbietta, tiragraffi, trasportino sono pronti.