I ragazzi si prenderanno il futuro?
Ho negli occhi l’immagine di due ragazzi al cancello della succursale occupata della mia scuola. Controllavano uno per uno chi entrava. A chi non riconoscevano con certezza chiedevano di mostrare sul telefono la propria pagina del registro elettronico. Un servizio d’ordine improvvisato ma efficiente.
Torino viveva giorni nervosi la scorsa settimana: in alcuni istituti occupati erano entrati gruppi di ragazzi che avevano spaccato arredi, svuotato estintori ed erano poi spariti. Fatti veri, documentati, ma che il tam tam dei social e le cronache più sensazionalistiche avevano moltiplicato in una sorta di psicosi. E subito si erano cercati i mandanti: chi vedeva una regia eversiva, chi gridava agli infiltrati. Spiegazioni opposte, con lo stesso effetto: fare di quei ragazzi delle pedine, senza una soggettività propria. Intanto, mentre osservavo quel servizio d’ordine, insieme a tanti altri docenti lasciati fuori dall’istituto occupato, riflettevo sul fatto che lo stesso telefono che diffondeva la paura, al cancello era diventato un lasciapassare. Molto, se non tutto, anche nella rivolta studentesca passava da quel dispositivo.
Quel cancello serviva a tenere fuori qualcuno. I due ragazzi che lo presidiavano temevano l’arrivo, senza conoscerli, di quegli stessi coetanei che in altri istituti erano piombati all’improvviso per spaccare tutto: stesso abbigliamento, stessi gusti musicali, stesso telefono in tasca, forse gli stessi sogni. A separarli c’era quel cancello e non saprei dire che cos’altro.

Fuori, ma per ragioni diverse, restavano anche altri: chi era rimasto a casa con la propria ansia e chi, letta la circolare secondo cui «tutte le attività didattiche erano interrotte per l’occupazione dei locali dell’istituto», ne aveva approfittato per passare in qualche bar dei paraggi una mattina senza lezioni. Modi diversi di stare davanti allo stesso cancello e, forse, alla stessa contraddizione: una scuola che chiede a questa generazione di progettarsi l’avvenire, magari celebrando le skill dell’auto-imprenditorialità, mentre di fronte c’è un mondo che, tra carovita, guerra e precarietà, smentisce ogni giorno la promessa di quel futuro.
Il giorno dopo, al corteo torinese, mentre si riempivano altre decine di piazze italiane, mi ero ritrovato a camminare, insieme a qualche decina di altri insegnanti, accanto a migliaia di studenti. Qualche giorno prima un’allieva mi aveva chiesto: «Ma se occupiamo la scuola, l’uscita didattica la facciamo lo stesso?». Le avevo risposto, a metà tra lo scherzo e la lezione: «Se occupate la scuola, a decidere sarete voi. Non stiamo studiando come, in Hegel, il servo possa rovesciare il rapporto con il signore?». La domanda diceva più di quanto chi la poneva forse sapesse: occupare non voleva dire rinunciare alla scuola, ma pretendere di decidere qualcosa di ciò che vi accade.
A portarmi in piazza era stata – non lo nego – una certa apprensione, forse “paternalistica”, dovuta al crescendo di tensione dei giorni precedenti, quando c’erano stati arresti e identificazioni, anche dentro le scuole, e un ragazzo era stato inseguito e poi immobilizzato su un autobus mentre chiedeva aiuto. Esponenti politici locali e nazionali avevano parlato di «rappresaglia ai danni di minorenni».

Avevo la sensazione che a Torino il vento francese si sentisse più che altrove. Ignoravo che si sarebbe diffuso così in fretta per la penisola. Lo pensavo osservando uno striscione di quelli portati da ragazze e ragazzi della mia scuola: «Dalla Francia all’Italia: même jeunesse, même colère, le futur ne se vend pas».
Eccola lì, la parola chiave: il futuro. Anche in Francia, dove tutto era partito da uno sciopero di insegnanti contro le cattedre scoperte, e poi erano arrivati gli studenti con il blocco dei licei, era quello il centro della rivendicazione. Certo, c’erano aspetti molto concreti: professori per cui non si trovano i supplenti, aule sovraffollate e senza condizionatori con 40 gradi d’estate, edifici fatiscenti. Ma nei video e nei post dei ragazzi, più che nei comunicati che finivano sui giornali, il motivo che tornava di continuo era la critica a Parcoursup, la piattaforma che seleziona e smista i diplomati verso gli studi superiori.
In Italia Parcoursup non esiste (ancora), ma la sua logica sì. Con la riforma dell’orientamento, prevista dal PNRR e avviata qualche anno fa, gli studenti del triennio accumulano ore di orientamento, compilano un e-portfolio, scelgono un “capolavoro” che dovrebbe documentare la loro trasformazione. Il messaggio che, sotto sotto, arriva è che il successo o il fallimento dipendono da come ciascuno costruisce il proprio capitale umano: così ce lo ripete un discorso pubblico che insiste ossessivamente sulla responsabilità individuale, sul merito e sul demerito, fino a scriverlo nel nome del ministero.
Quel futuro, però, non risponde più alla promessa liberale dell’uguaglianza delle opportunità.
Per un liceale è un’incognita generatrice di ansia. Per chi frequenta un istituto tecnico o professionale rischia di essere già scritto da altri: con il riordino dei tecnici e con la filiera «4+2» la subordinazione della scuola alle esigenze delle imprese, in corso da anni, diventa irreversibile. Nella scuola dove lavoro, dove liceo e tecnico convivono, lo scarto non si vede ancora così tanto. Ma nelle poche occasioni in cui mi è capitato di avere a che fare con classi del tecnico mi ha colpito la fame di un sapere non subito spendibile, quello che Gramsci chiamava disinteressato. Come se esistessero due alienazioni speculari: quella del liceale davanti a un futuro incerto e quella dello studente del tecnico davanti a un futuro già scritto, che però vorrebbe conciliare con la propria crescita di cittadino.

Lo striscione dei miei studenti diceva, appunto, che il futuro non si vende. Chissà se era chiaro che, in parte, lo abbiamo già venduto, a debito. Con il PNRR sono arrivati più di due miliardi per trasformare centomila aule in ambienti innovativi e allestire «laboratori per le professioni digitali del futuro». Nelle stesse scuole d’inverno si gela, a maggio si soffoca, piove dai soffitti, le tapparelle restano bloccate e i cantieri per l’edilizia, finanziati dallo stesso piano, sono così in ritardo che un decreto di quest’autunno ha dovuto prorogarli. Arriva la realtà virtuale, il presente resta quello concreto di sempre.
Fuori dalle aule, intanto, il mondo fa paura. Nel corteo di Torino si gridava contro la guerra, il carovita, la “scuola-caserma”, il razzismo. A Bologna come a Roma, Bari o Milano le parole d’ordine, per come le hanno riportate i servizi giornalistici, erano simili. «Un minestrone di slogan», ha commentato con sufficienza un collega fuori dai cancelli. Eppure per molti ragazzi il carovita è entrato in casa, passa dalle rinunce dei genitori, dalle difficoltà economiche discusse in famiglia. In uno striscione che recita «soldi alla scuola, non alla guerra» c’è un ragionamento sui conti pubblici più lucido di quanto si sia disposti ad ammettere dalle nostre cattedre.
A molti ragazzi con background migratorio, poi, si chiede di puntare tutto su sé stessi nello stesso autunno in cui il DL 170 fissa un tetto agli alunni stranieri nelle classi: la misura è propaganda elettorale, costruita additando bambini e adolescenti.
Tornano in mente Miguel Benasayag e Gérard Schmit, che descrivevano un’epoca in cui il futuro era passato da promessa a minaccia. Questi ragazzi sono nati dentro la minaccia: gli chiediamo di sognare un domani che il presente rende spaventoso. E loro sono pochi. Nei paesi post-industriali, pur con molte differenze, i giovani sono diventati una minoranza esigua rispetto alla mezza età, come non era mai accaduto nella storia: in Italia metà della popolazione ha più di quarantanove anni e gli ultrasessantacinquenni sono più del doppio dei ragazzi sotto i quindici. Il futuro viene pensato da chi lo tiene in ostaggio.
Torno alle studentesse e agli studenti della mia scuola. Chi ha occupato ed è andato in piazza probabilmente si è riconosciuto nello slogan dell’Assemblea Studentesca Torino alla vigilia dello sciopero: «Smettiamo di sognare un futuro diverso, il cambiamento siamo noi qui e ora». È una frase che rovescia la logica prestazionale: il futuro non è capitale umano da costruire, lo si pretende adesso, in un’aula occupata o in un corteo. Per una generazione che durante il lockdown andava alle medie o alle elementari e ha imparato a stare con gli altri attraverso uno schermo, è forse la prima esperienza di un “noi” collettivo fatto di corpi.

Ma che dire di chi ha guadagnato le scene attraverso la violenza? Le pietre contro la polizia a fine corteo appartengono a un repertorio noto, quasi rituale, forse indotto anche dal modo di funzionare dell’informazione. I saccheggi di Milano e di Torino del giorno dopo somigliano piuttosto a un riot postmoderno, dove la protesta in nome dell’economia morale studiata da E.P. Thompson si intreccia con la rivendicazione dell’accesso alla “merce” consumistica.
I raid nelle scuole occupate, infine, sono un corto circuito: danneggiano proprio il luogo che altri coetanei occupano e difendono. Non escludo che molti ragazzi, dimenticati dalla carta patinata degli opuscoli per gli open day, abbiano scelto l’uso estetico della violenza per rimarcare la propria presenza, il proprio esserci. Non serve certo un mandante per spaccare tutto.
E poi penso anche alle studentesse e agli studenti che in piazza non vanno e che, per ora, sono la maggioranza. Alcuni letteralmente non ce la fanno più a uscire di casa: chi insegna conosce le assenze che si prolungano, gli attacchi di panico prima di una verifica, la fobia scolare dilagante. Altri, molti di più, semplicemente “funzionano”, così come devono funzionare gli scolari. Sembrano agli antipodi ma sono due facce della stessa promessa mancata. Chi si ritira ha preso troppo sul serio il futuro che gli è stato chiesto di progettare e se l’è rivoltato contro: se dipende solo da me e non lo raggiungo, la colpa sarà mia. Chi “funziona”, invece, non ci crede più, ma esegue: compila l’e-portfolio, sceglie il capolavoro, studia per il voto e il massimo del credito. Se la scuola è occupata o in autogestione, ne approfitta per una boccata d’aria, una mattina al bar, un’assemblea ascoltata a metà. Gli mancano però la forza dell’impegno di chi va in piazza e l’esasperazione di chi spacca tutto. Benasayag ha posto l’alternativa tra funzionare ed esistere: i primi hanno smesso di funzionare, i secondi funzionano senza esistere davvero in quello che fanno. Forse è qui, più che nel sasso, che pesa il nichilismo del nostro tempo, come una condizione che toglie perfino la rabbia. Eppure anche quella mattina al bar dice qualcosa dei nostri allievi: era forse l’unica dell’anno in cui nessuno li stava giudicando.
«Come accoglieremo a scuola, quando ci faranno entrare, queste e questi studenti che stanno prendendo la parola, con passione e con il disordine che è normale nel dissenso, per chiederci conto?», scriveva una collega in una chat nei giorni delle occupazioni. «Torniamo all’orientamento e alle competenze? Torniamo a far finta di essere sani?».
Hannah Arendt, scrivendo della crisi dell’istruzione, sosteneva che l’educazione deve proteggere il nuovo che ogni generazione porta con sé e che sbaglia chi vuole decidere per i giovani il mondo che verrà. Una scuola che pretende di definire il futuro dei suoi studenti, in un portfolio o in una piattaforma ministeriale, toglie loro proprio questo. Il nostro compito dovrebbe essere più modesto, sebbene più difficile: offrire un mondo attraverso i saperi e lasciare aperto il futuro.
Gert Biesta direbbe che si diventa soggetti solo incontrando qualcosa che non si piega ai nostri desideri e a cui bisogna rispondere. Per questo a scuola non serve l’ennesimo progetto di educazione civica, ambientale, finanziaria, l’ennesimo incontro di orientamento. Serve l’ora di lezione presa sul serio. E servono adulti capaci di stare accanto alle ragazze e ai ragazzi, senza scambiare la propria apprensione per il dovere di essere una guida.
Torno a quel cancello. Due ragazzi che controllano chi entra per difendere uno spazio che sentono loro, altri che altrove uno spazio simile lo distruggono, chi resta a casa, chi va al bar. Sono risposte diverse alla stessa domanda, posta male da noi adulti. Chiediamo ai ragazzi di pianificare un futuro che non siamo in grado di garantire. Il futuro, scrivevano sul loro striscione, non si vende. Forse dovremmo smettere di provare a venderglielo. Lasciamo che se lo prendano.