Borgo Mezzanone: ghetto di Italia

14 Luglio 2026

L’aeroplano vola Marcondiro’ndero. Appare e disappare, un’illusione ottica. Lo sguardo può vagare a falcate, qui nel Tavoliere, senza rilievi, alberi o frontiere. Eppure a un tratto, come un sortilegio, si squaderna all’improvviso il ghetto di Borgo Mezzanone. Prima si percorre una strada provinciale, radi casolari, alcuni in stili eccentrici, calce bianca e guizzi vagamente mediorientali. Si fiancheggia il centro, la chiesa brutalista, il caseggiato regolare con l’insegna in corsivo rosso: supermercato. Un paio di servizi, la mano razionalista ben marcata. Frazione di Manfredonia, provincia di Foggia, la prima pietra del 1934, borgo figlio della bonifica fascista, non si stenta a immaginare quella che fu la Casa del fascio, incastonata tra le linee rette. Non c’è anima viva, neanche un refolo di vento. L’automobile prosegue, la strada taglia la pianura gialla e verde, arsa dal sole. L’asfalto cede il posto a una strada bianca, e lì avviene la malìa: il paesaggio rurale repentino cambia veste. A destra e a sinistra si materializzano le prime persone e i primi oggetti, uomini in ciabatte e occhiali da sole che camminano lenti, taniche di plastica, carcasse di automobili. Si parcheggia e proseguiamo a piedi, la via di sassi torna di nuovo asfalto, si percorre un corso retto che sembra infinito, così proiettato verso il tramonto. Ai lati, decine di lampioni, regolari, irti, definitivamente spenti. Sono gli ultimi resti di una pista, un vecchio aeroporto messo in piedi in tempo di guerra. Una volta, su quel selciato decollavano e atterravano aerei statunitensi, sono passati più di ottant’anni. Mentre procedo scorrono accanto abitazioni, lamiera, container, cemento armato. Coperte appese ai fili. Scarpe, pantaloni, teiere, bicchieri, pneumatici, montagne di plastica. Dopo la seconda guerra mondiale l’Aeronautica Militare qui si addestrava, poi segue una fase di abbandono e l’aeroporto torna in auge durante gli anni del conflitto in Kosovo, 1998: il sito è utile come base logistica. Cinque o sei anni più tardi, nel 2005, per uno di quei tanti cortocircuiti della storia, una scelta istituzionale decisamente controintuitiva: quest’area senza ombra e senza Dio è designata per ospitare un Centro di accoglienza per richiedenti asilo. Il CARA consta di una manciata di container, li scorgo in lontananza, galleggianti nella calura di luglio, immersi nella sterpaglia, isolati da un groviglio di filo spinato arcigno. Non mi pare che ci siano impronte umane, ma è distante e la mia vista traballa in questi 38 gradi pomeridiani. Intanto il corso pista si fa sempre più vivace, ci sono centinaia di uomini, per lo più giovani, per la maggior parte di origine africana. Ci sono troppe buche chi le riempirà?

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Agapito Malteni era un ferroviere. È ormai quasi ora di cena e la giornata lavorativa nei campi è finita. Di fronte alla scuola di italiano ci sono bandiere rosse. Pare l’unico ponte, nell’arco di chilometri, con la comunità italiana. Ci stringiamo la mano di fronte a questo presidio della Flai Cgil, una scuola di italiano e un luogo di ascolto. Chi viene a insegnare italiano qui, chi si prende la briga di fare lezione sia d’estate che d’inverno, sia con la luce che con la torcia, lo sa che questo posto non è un miraggio. Che non appare e si dissolve, ma che, ontologicamente, esiste, sta. E sta qui ormai da venti anni, da quando alcune persone passate dal CARA, una volta fuori, hanno iniziato ad abitare questa pista, a calpestarla con una nuova vita.

Ci sono cagne con mammelle deformi, una decina di capre, arrosticini fumanti sulle griglie, un negozio di stivali e sandali, un ristorante in muratura turchese, una lavanderia, barbieri, decine e decine di abitazioni, a destra e a sinistra, tra teli, plastiche, cemento e assi di legno. Ci abitano circa cinquemila persone, una cifra abnorme, che fa conquistare a questo ghetto il triste primato di insediamento spontaneo più grande d’Europa. La maggior parte di loro entra in Italia con un regolare permesso di soggiorno, grazie ai cosiddetti decreti flussi, ma la promessa di un contratto di soggiorno è spesso disattesa. È una truffa ormai nota, istituzionalizzata, un meccanismo oliato che crea clandestinità. Di fronte alla irregolarità non fanno seguito i controlli, un sistema che non è un difetto di funzionamento, ma un disegno voluto, che torna molto comodo alle aziende che producono e a noi che consumiamo, permettendoci di acquistare pomodori, fragole, pesche a buon prezzo. Compressione dei costi e massimizzazione dei profitti in un mercato deregolamentato. E i sindacati si sgolano da anni, snocciolando dati da capogiro a orecchie sempre più indifferenti. Oltre duecentomila persone sotto sfruttamento nel settore dell’agricoltura, uno su tre. Una condizione strutturale che esiste ormai da decenni. Eppure nessuno salta dalla sedia. Nessuno scandalo. Nessun tentativo efficace di sanare.

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Appare urgente portare a galla una memoria dimenticata, riconnetterci con i passati, ricostruire la geografia di questi luoghi, fatti di storie e di persone, persone braccianti, già. E portare poi questo baule di racconti e di trascorsi a chi oggi abita questa pista, questo territorio. A Borgo Mezzanone, ma anche in tutti gli altri ghetti d’Italia. A Torretta Antoniacci (già ghetto di Rignano, fin quando i rignanesi si sono opposti: che non si chiami quello scempio con questo nome!), a San Ferdinando, a Poggio Imperiale, dove un uomo che dormiva in una roulotte è morto in un incendio il 12 maggio scorso, un bracciante di cui nessuno neanche sa il nome, a Amendolara, teatro il primo giugno scorso di una immane tragedia, tre uomini sono stati bruciati vivi perché avevano osato chiedere lo stipendio che spettava loro. Dopo quella strage una delegazione di abitanti del ghetto di Borgo Mezzanone è partita alla volta della manifestazione del 6 giugno, perché qui le coscienze iniziano a nutrirsi di energie, di informazioni, di domande. I sindacalisti raccontano, accompagnano alcuni braccianti alla Camera del Lavoro di Foggia, dove campeggiano fotografie storiche del primo maggio a Candela, a Monteleone di Puglia, ritratti di Luigi Pinto, Bruno Trentin, uno scatto che immortala un gruppo di donne intente nella raccolta del pomodoro a Stornara nel 1971. Ricorre spesso nei racconti la figura di Giuseppe Di Vittorio, il suo passato di bracciante figlio di braccianti. E ancora oggi si sperimentano scioperi al rovescio, riempiendo le buche della strada bianca oltre la pista per svegliare le coscienze di una istituzione assente. Non dovete dirci grazie, ripete sempre Giovanni Mininni, segretario generale della Flai, sono diritti che vi spettano, non ringraziate. Pretendete. È gente che ricorda nel suo cuore errante il misero guadagno di un bracciante.

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Se nu te scierri mai delle radici ca tieni. Borgo Mezzanone è ormai disabitato. Alla fine del governo Draghi, l’Unione Europea ha stanziato duecento milioni di euro per il superamento degli insediamenti spontanei. Erano fondi del PNRR destinati all’Italia. Ben 54 milioni erano previsti per sanare la situazione nella provincia di Foggia. Il Comune di Manfredonia aveva pronto un progetto semplice ed efficace: un’accoglienza diffusa nelle case abbandonate del borgo, una rete di autobus per gli spostamenti casa-lavoro, una serie di azioni di supporto e sostegno per i lavoratori. Ma il governo Meloni ha mancato questa opportunità. L’esecutivo ha tagliato i progetti più impegnativi e quelli che i comuni amministrati dalle destre non volevano portare avanti e a inizio giugno, a scadenza prevista, 178 milioni sono stati restituiti all’Ue.

E ora? Ora c’è da farsi di nuovo un altro giro di maniche, da rimettersi in marcia. A Latina il processo per la morte di Satnam Singh – l’uomo che nel 2024 è stato abbandonato di fronte a casa dal suo datore di lavoro con un braccio amputato in un cesto – si è concluso con una condanna a sedici anni di reclusione, l’accusa è di omicidio volontario con dolo eventuale. Adesso si attende anche l’esito del secondo processo, che vede il datore di lavoro imputato per sfruttamento. Sarà una sentenza importante. Un passo nell’impantanato viaggio per il riconoscimento della dignità.

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In questo sconquasso conclamato lo sguardo è ancora in grado di allagarsi. E di puntare lontano, alla stella polare, verso un futuro in cui sarà possibile organizzare uno sciopero generale, totale. Tutti i lavoratori delle campagne a braccia conserte, per un intero giorno. Le conseguenze si possono solo immaginare. La stella non si raggiunge con una catapulta, bensì un passo dopo l’altro, un cammino lungo una strada tortuosa e incidentata. Io ascolto e immagino una svolta basagliana: se i lavoratori dei ghetti non riescono a uscirvi, sarà chi è fuori a entrare dentro. E dovrà farlo bussando alle porte con grande umiltà, in punta di piedi, chiedendo permesso e mettendosi in ascolto di uomini e donne che vivono e lavorano da cinque, sette, dieci, venti anni questa terra, con la curiosità e la pazienza di conoscere la loro storia, le loro radici, i percorsi delle famiglie, seguirne gli intrecci, rotte e geografie, e infine scoprirne la spinta alla vita che li illumina. Dimme mo de du ede ca sta bieni!

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