Il mito dei mercati
Naomi Oreskes ed Erik M. Conway, docenti di Storia della Scienza rispettivamente alla Harvard University ed alla Purdue University (West Lafayette, Indiana), sono diventati piuttosto celebri per un volume pubblicato nel 2010, Merchants of Doubt (edizione italiana: Mercanti di dubbi - Come un manipolo di scienziati ha nascosto la verità, dal fumo al riscaldamento globale, Edizioni Ambiente, 2019 – 2025). In quel libro i due studiosi documentarono come alcuni scienziati – non molti, ma di alto livello – negarono o minimizzarono per decenni il cambiamento climatico indotto dalle attività umane. La riconosciuta competenza di quegli scienziati consentì ai portatori di interessi (esponenti di grandi aziende, uomini politici) di instillare dubbi nell’opinione pubblica sulla reale gravità del problema, contestando conoscenze scientifiche consolidate. Quando Merchants of Doubt venne pubblicato, infatti, la stragrande maggioranza degli esperti era già giunta da tempo ad un ampio consenso sul fatto che le emissioni di gas-serra stavano provocando gravi alterazioni del clima.
Oreskes e Conway inoltre illustrarono come altri scienziati negarono o minimizzarono i rischi per la salute derivanti del consumo di sigarette, nonché l’esistenza e gli effetti delle piogge acide, del buco dell'ozono e dell’inquinamento da DDT.
Il successo di Merchants of Doubt fu tale che nel 2014 ne venne tratto un film documentario diretto da Robert Kenner.
Nel 2023 Naomi Oreskes ed Eric Conway hanno pubblicato un altro libro che fornisce molti spunti di riflessione sulla genesi di idee molto diffuse e radicate negli Stati Uniti. Come essi stessi hanno scritto, questo nuovo libro “non è il seguito di Merchants of Doubt, ma potrebbe esserne il prequel” (p. 588). Il libro s’intitola The Big Myth: How American Business Taught Us to Loathe Government and Love the Free Market. Anche questo libro è uscito in Italia a cura di Edizioni Ambiente, con la traduzione di Marco Moro (che ha inserito nel testo brevi ed utili note esplicative) ed il titolo Il grande mito - Come il business ha creato la leggenda del libero mercato e ci ha insegnato a odiare il governo. Il volume è corredato da una Prefazione di Massimo Polidoro (docente universitario, divulgatore televisivo e segretario del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze - CICAP) e da un breve saggio di Gianfranco Bologna (Presidente onorario della Comunità scientifica del WWF Italia).
Il grande mito ricostruisce, con grande dovizia di particolari, “come capitani d’industria e intellettuali conservatori abbiano lavorato per oltre un secolo per costruire un mito che, negli ultimi 40 anni, è arrivato a dominare il pensiero e il dibattito pubblico americano”, vale a dire “la leggenda che i mercati siano efficienti e i governi inefficienti; che i mercati funzionino e le politiche pubbliche falliscano” (pp. 574-5); e che perciò i controlli sulle aziende, su ciò che esse producono e su come producono sono inutili e dannosi.
Come tutti i miti, anche nel mito del mercato c’è un fondo di verità: il mercato ha i suoi meriti, che oggi ben pochi negano; ma la teoria economica ha da tempo dimostrato che le condizioni che consentono al mercato di pervenire alla situazione di ‘ottimo’ sono estremamente restrittive e nella realtà non si verificano mai; e la Storia economica, a sua volta, ha dimostrato come ogni volta che si è data briglia sciolta ai mercati le conseguenze sono state nefaste.
Le evidenze della scienza economica e della Storia sono state però negate, occultate e manipolate, finché “L’idea che i mercati funzionino meglio quando sono lasciati completamente liberi da vincoli è diventata, nel tempo, quasi una fede religiosa” (p. 13), come ha scritto Polidoro nella Prefazione. Una fede religiosa fortemente interconnessa alla politica: giornalisti, scrittori, politici ed economisti, debitamente ‘sensibilizzati’ (spesso a suon di dollari) dai tycoons, iniziarono infatti a ripetere fin dalla metà dell’Ottocento la tesi dell’indivisibilità tra libertà economica e libertà politica: il refrain, tuttora frequentemente ripetuto, è che se non c’è piena libertà economica non c’è neanche piena libertà politica o, se c’è, è destinata a sparire presto perché i controlli governativi e le attività economiche dello Stato pongono la società su una slippery slope (pendio scivoloso) che porta alla fine di ogni libertà. Così, dall’Ottocento qualsiasi intralcio alla libertà delle aziende è stato da molti considerato un attacco non solo al capitalismo, ma anche alla libertà tout court, qualcosa di ‘antiamericano’ che porta al socialismo (ritenuto appunto la negazione di ogni libertà).
I primi ‘intralci’ di cui si occupano Oreskes e Conway in Il grande mito – nel capitolo 1 significativamente intitolato I costi sociali del capitalismo – sono le norme che vennero proposte per evitare gli infortuni sul lavoro e per risarcire le vittime nonché per limitare o abolire il lavoro minorile.
L’incipit è fulminante: “Il capitalismo statunitense di fine Ottocento era una questione letale” (p. 51). Migliaia di americani, infatti, spesso minorenni, morivano o si infortunavano gravemente, e non esistevano programmi statali per provvedere ai bisogni delle vedove, degli orfani e degli invalidi, né le industrie erano tenute a pagare alcun risarcimento. Gli Autori raccontano in dettaglio che per decenni molti imprenditori e uomini politici statunitensi ingaggiarono epiche lotte per evitare che entrassero in vigore norme per la tutela del lavoro e dei minori.
Le cose, scrivono Oreskes e Conway, iniziarono a cambiare solo nel 1907 con la presidenza di Theodore Roosevelt, quando vennero introdotte le prime norme a tutela dei lavoratori; ma l’attuazione di queste riforme fu lenta e piena di difficoltà, poiché gli imprenditori insistevano che esse avrebbero ostacolato il funzionamento del mercato e danneggiato le industrie, rischiando di mandarli in rovina.
Una grande mobilitazione di organizzazioni padronali con pamphlet, articoli di stampa e conferenze, in particolare da parte della National Association of Manufacturers (Nam), fu intrapresa anche per impedire l’elettrificazione delle zone rurali degli Stati Uniti a cura del governo. Quelle zone infatti non erano servite dalle compagnie elettriche private: “negli anni Venti del Novecento quasi il 70% degli agricoltori del Nord Europa aveva l’elettricità, mentre erano meno del 10% quelli statunitensi” (p. 80). Inoltre, i pochi che l’avevano pagavano tariffe elevate, che molti agricoltori non erano in grado di sostenere. Era un classico caso di “fallimento del mercato”, in quanto sussisteva una domanda che non veniva soddisfatta a causa delle strategie delle compagnie elettriche che non ritenevano profittevole adeguare la loro offerta facendo arrivare l’elettricità nelle campagne.
Oreskes e Conway raccontano nel capitolo 2 che quando si profilò un intervento governativo per soddisfare la domanda di elettricità ci fu un ‘fuoco di sbarramento’ delle lobbies che ritenevano che l’ingresso dello Stato nel settore fosse un attentato alla libertà ed un tradimento della Storia degli Stati Uniti. Ed un analogo ‘fuoco di sbarramento’ ci fu quando venne approvata nel 1890 una legge a tutela della concorrenza; questa legge, nota come Sherman Act, si era resa necessaria perché la formazione di giganteschi trust e di ‘cartelli’ aveva portato al fallimento molte piccole imprese e imposto prezzi non vantaggiosi per i consumatori (un’intensa rappresentazione del problema si trova in uno straordinario romanzo di Jack London, Il tallone di ferro, del 1908).
Il mercato finanziario era invece rimasto sostanzialmente privo di controlli, e ciò portò nel 1929 al crollo della borsa di Wall Street e alla grande crisi degli anni ’30. In quell’occasione gli economisti ortodossi, anche di grande levatura come Joseph Schumpeter e Lionel Robbins, non seppero far altro che raccomandare al governo degli Stati Uniti di non far nulla: il mercato avrebbe ritrovato da sé il suo equilibrio e tutto si sarebbe sistemato. A causa di questa politica, messa in opera dal presidente Herbert Hoover e dal suo governo, quando nel marzo 1933 Franklin Delano Roosevelt entrò alla Casa Bianca l’economia era al collasso, la disoccupazione era dilagante e quasi tutte le banche avevano chiuso gli sportelli.
Nel capitolo 3 del volume gli Autori sintetizzano i provvedimenti del New Deal e le reazioni delle associazioni degli industriali, dei think-thank ultra-liberisti e dei leader repubblicani: “mentre gli Stati Uniti costruivano un sistema di regolamentazione ed una rete di sicurezza sociale per evitare un’altra Grande depressione, la Nam e i suoi alleati spesero somme enormi per cercare di impedirglielo. Raggiunsero decine di milioni di americani … con cartelloni pubblicitari, opuscoli, conferenze, film e programmi radiofonici che celebravano la ‘libera impresa’, denigrando il governo e insistendo sul fatto che le leggi volte a regolamentare l’industria o ad aiutare i disoccupati erano un passo lungo la china scivolosa del socialismo, senza vie di mezzo” (p. 183).

Anche durante la Seconda guerra mondiale e nei primi anni del dopoguerra – periodo esaminato nella Seconda parte di Il grande mito – gli ultra-liberisti proseguirono il loro ‘bombardamento mediatico’ con molteplici mezzi: per esempio vennero distribuite gratuitamente nelle scuole e negli uffici migliaia di pubblicazioni che negavano il ruolo dello Stato federale nel progresso economico (che invece fu determinante: si pensi alla costruzione delle ferrovie ed al protezionismo; ed ha continuato ad esserlo: si veda Mariana Mazzucato, Lo Stato innovatore, Laterza, 2014) e fu persino organizzato “un Freedom Train, una sorta di museo viaggiante che trasportava documenti e immagini di propaganda ‘pro-mercato’.
Gli ultra-liberisti inoltre promossero la fondazione, nel 1947, della Mont Pelerin Society, un forum tuttora attivo di economisti, uomini d’affari ed intellettuali che, come si legge sul sito web dell’organizzazione, considerano pericolosa l'espansione dell’azione dello Stato ed il potere dei sindacati. Il primo presidente della ‘Society’ fu l’economista austriaco Friedrich von Hayek, che ebbe un ruolo importante nell’affermazione del neoliberismo negli Stati Uniti.
Il potente battage ultra-liberista negli anni ’40 e ’50 si rivolse anche al mondo religioso, finanziando e promovendo la pubblicazione di riviste che esaltavano il capitalismo e consideravano uno Stato centrale potente “anticristiano”. E non fu risparmiato il cinema hollywoodiano: negli anni ’30 i film avevano spesso raccontato storie di diseredati, mettendo in cattiva luce i ricchi ed i potenti: si pensi a film come Furore di John Ford (piuttosto liberamente tratto dal capolavoro di Steinbeck) e Nostro pane quotidiano di King Vidor. In pochi anni la situazione si rovesciò in seguito ai condizionamenti operati su registi, sceneggiatori e produttori. Venne tra l’altro redatta una Screen guide for Americans, una sorta di decalogo che contribuì a portare i film che affrontavano temi sociali, sul totale dei film prodotti, dal 20% del 1947 all’8% del 1953.
Di grande interesse, soprattutto per i cultori della storia del pensiero economico, sono i capitoli 9 e 10 de Il grande mito, che raccontano la formazione e l’affermazione della cosiddetta Scuola di Chicago, diventata nel tempo la roccaforte accademica del neoliberismo e del monetarismo. Oreskes e Conway trattano della manipolazione che un esponente di questa Scuola, George Stigler, pose in essere nei confronti della celebre opera La ricchezza delle nazioni di Adam Smith al fine di farne un precursore del neoliberismo, e si dilungano nel criticare il libro Capitalism and Freedom (1962) di Milton Friedman, diventato il capofila della Scuola di Chicago.
“Friedman”, scrivono Oreskes e Conway, mostrò “una sconsiderata noncuranza per i fatti, facendo un’affermazione sorprendentemente errata dopo l’altra” (p. 386). Capitalism and Freedom era una sorta di manifesto che esaltava acriticamente il mercato e l’iniziativa privata e disprezzava ogni intervento dello Stato in campo economico: l’imposizione fiscale non era considerata un modo di finanziare servizi utili alla collettività, bensì la negazione della libertà dell’individuo di spendere il proprio denaro come meglio credeva (nell’Italia di oggi questa idea è stata riformulata come ‘tasse = pizzo di Stato’); i casi di inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo non erano considerati fallimenti del mercato che limitavano il benessere dei danneggiati, bensì irrilevanti “effetti di vicinato”; gli interventi dei poteri pubblici per eliminare quelle diseconomie erano considerati una limitazione della libertà dei manager di gestire le aziende a piacimento.
Nonostante i limiti del libro di Friedman, la grancassa mediatica a suo favore fece sì che esso vendesse molto bene e che il suo autore divenisse una vera e propria star, fino all’assegnazione del Nobel per l’economia nel 1976.
Dopo aver arato e seminato il terreno per decenni, il fondamentalismo del mercato si affermò in seguito alla crisi del keynesismo dovuto alle turbolenze seguite alla fine del sistema di Bretton Woods nel 1971, alla crisi energetica del 1973-1975, ed alla “tenaglia” inflazione-stagnazione (la ‘stagflazione’) che ne seguì. I think-thank di destra, le fondazioni ‘filantropiche’, gli enti di ricerca economica ispirati dagli economisti di Chicago ‘e dintorni’, tutti massicciamente finanziati dagli industriali, attribuirono la crisi dell’economia statunitense all’eccessiva regolamentazione, e prepararono il terreno alla vittoria di Ronald Reagan nelle elezioni presidenziali del novembre 1980. Il neo-presidente si presentò con la famosa frase “Il governo non è la soluzione al nostro problema. Il governo è IL problema”. La tesi dell’indivisibilità tra libertà economica e libertà politica e la “magia del mercato” furono i mantra che Reagan propinò agli americani negli anni della sua presidenza.
Nella Parte Terza di Il grande mito gli Autori ricostruiscono le tappe principali della politica economica statunitense dalla fine degli anni Settanta in poi per evidenziare l’ascesa del neoliberismo. Tanti sarebbero gli spunti forniti da questa parte del libro che meriterebbero di essere menzionati e commentati. Mi limito a due aspetti: la politica fiscale e la deregulation.
Quanto alla politica fiscale, “dagli anni Ottanta in poi, il tema più costante del catechismo del partito repubblicano è stata la centralità dei tagli alle tasse” (p. 475), sulla base dell’idea che tale politica sia in grado di stimolare l’economia senza provocare deficit di bilancio (secondo l’aforisma ‘la riduzione delle tasse si finanzia da sola’). Questa politica, da Reagan a Trump, ha in realtà provocato uno spaventoso aumento sia del deficit federale sia della disuguaglianza del reddito e della ricchezza degli americani, i cui effetti economico-sociali negativi
sono stati messi in evidenza da tante analisi. Nonostante ciò, ancora oggi Trump e un po’ tutti gli altri politici di destra in giro per il mondo, al governo e all’opposizione, continuano a sostenere che la riduzione delle tasse ai ricchi ha per effetto una maggiore crescita economica, della quale, si sostiene, beneficerebbero tutti. Oreskes e Conway ribattono che “L’idea che si generi prosperità tagliando le tasse ai ricchi non è [quindi] solo immorale, è anche falsa” (p. 550).
Il secondo aspetto sul quale richiamo l’attenzione è che, come Oreskes e Conway rammentano, la deregulation promossa da Reagan fu iniziata dal democratico Carter e portata a compimento dal democratico Clinton, che nel 1996 affermò: “L’era del Big government è finita”, a conferma che il dogma neoliberista aveva fatto presa anche tra i progressisti (o presunti tali).
La deregulation venne applicata nei campi dell’energia, delle telecomunicazioni e dei trasporti provocando quasi sempre non gli annunciati benefici per i consumatori, bensì la formazione di grandi agglomerati di società o addirittura di monopoli.
Ma fu nel campo finanziario che le conseguenze della deregulation furono catastrofiche. Sono purtroppo ben noti gli effetti dello smantellamento – ad opera del democratico Clinton e di alcuni deputati repubblicani – della normativa risalente agli anni del New Deal che garantiva ordine nel mercato finanziario e protezione dei risparmiatori: fallimento della Lehman Brothers, caos sui mercati, 500 miliardi di dollari spesi dai contribuenti per salvare banche ed istituzioni finanziarie, risparmi in fumo, migliaia di case pignorate, l’economia reale in recessione. Come ha scritto il premio Nobel Joseph Stiglitz, “La convinzione che i mercati siano in grado di regolarsi da soli e che quindi lo Stato non debba intromettersi ha portato ad un intervento governativo sul mercato senza precedenti nella storia” (Bancarotta – L’economia globale in caduta libera, Einaudi, 2010, p. 204).
In campo ambientale il sostegno popolare alle norme anti-inquinamento era forte, e quindi piuttosto che procedere ad abrogazioni che avrebbero provocato clamore mediatico, l’amministrazione Reagan, e in parte le successive, sulla spinta dei loro sponsor politici adottarono una strategia tesa al depotenziamento delle agenzie pubbliche preposte alla protezione dell’ambiente, nonché al martellamento mediatico negazionista, tuttora in corso. Nel 2023 Donald Trump ha dichiarato all’ONU che il cambiamento climatico è “la più grande truffa mai perpetrata ai danni del mondo”.
Questo negazionismo è basato sulla menzogna: “La disonestà e la negazione dell’evidenza sono forse gli elementi che più costantemente compaiono nella storia che abbiamo raccontato”, scrivono Oreskes e Conway nelle ultime pagine del volume (p. 558). Ed è basato sulla non considerazione di evidenze scientifiche consolidate, occultate e screditate pur di difendere la libertà di certi individui e di certe imprese di fare il proprio comodo. Il grande mito illustra come ciò sia accaduto, oltre che per il cambiamento climatico, anche per la pandemia da Covid-19 (col rifiuto di alcuni governatori di Stati americani di imporre l’uso della mascherina) e per il consumo degli oppiodi, che non venne regolamentato, lasciando che le aziende produttrici dichiarassero falsamente che era “improbabile che causassero dipendenza” (p. 546). L’effetto è stato devastante.
“Ben 500.00 morti per oppioidi, oltre un milione di persone scomparse a causa del COVID-19, enormi disuguaglianze, ansia e infelicità dilaganti e il benessere di tutti noi minacciato dal cambiamento climatico: questi sono i veri costi del ‘libero’ mercato” (p. 567).
Il grande mito costituisce una vera e propria storia della formazione, dell’ascesa e dell’affermazione del fondamentalismo del mercato e delle sue conseguenze, mettendo in luce come è stata plasmata la mentalità statunitense. Ci impone inoltre una riflessione sul concetto di ‘libertà’ (sul quale è utile anche la lettura di un recente libro di Stiglitz, La strada per la libertà, Einaudi, 2024). Per la Nam, per la scrittrice ultra-liberista Ayn Rand, per Milton Friedman e per tanti altri intellettuali e politici statunitensi, “Questa parola … significava libertà di espropriare le terre dei nativi, di sfruttare i bambini, di mantenere insicuri i luoghi di lavoro, di pagare i lavoratori il meno possibile, di inquinare impunemente, di impegnarsi in pratiche anticoncorrenziali. Significava, soprattutto, il diritto assoluto alla proprietà” (p. 557).
Sebbene sia un volume piuttosto ponderoso (quasi 600 pagine), Il grande mito si legge agevolmente in quanto il linguaggio non è tecnico. L’unica critica che mi sento di muovere è che Naomi Oreskes ed Erik Conway si sono soffermati troppo a lungo su tre o quattro argomenti (ad esempio sui romanzi di Laura Ingalls Wilder) che forse avrebbero meritato una trattazione più agile. Ma è un aspetto del tutto marginale, che non inficia il grande valore del volume.