Il calcio è uscito dal campo

19 Luglio 2026

La Coppa del Mondo di calcio che si sta disputando negli USA, in Canada e in Messico è iniziata tra le polemiche. Come poteva del resto essere altrimenti? Gianni Infantino, da dieci anni presidente della FIFA, svizzero ma anche di cittadinanza italiana, da sei mesi naturalizzato libanese, ci vorrebbe una gran fantasia romanzesca a inventarlo. Invece è tutto vero. In questo decennio ha fatto sbiadire la spregiudicata gestione del suo predecessore, il connazionale Joseph Blatter che era stato per quasi due decenni il deus ex machina del calcio internazionale e che aveva trasformato la Federazione internazionale del gioco più seguito al mondo da macchinoso e paludato organismo burocratico in una formidabile azienda multinazionale dagli incommensurabili profitti economici, e dalle ramificate relazioni di potere.

In molti hanno puntato il dito contro i provvedimenti restrittivi dell’amministrazione USA nei confronti di tifosi, arbitri, giornalisti e di dirigenti di nazioni non gradite. A un arbitro somalo, Omar Abdulkadir Artan, designato dalla FIFA, è stato inizialmente impedito l’accesso alla frontiera, per non dire delle numerose restrizioni inflitte ad alcune delegazioni secondo principi di assoluta arbitrarietà che ledono il diritto a una partecipazione equa e dignitosa.

La leadership di Infantino del resto si distingue più per la vicinanza ai potenti e per i successi economici che per la capacità di affrontare i problemi strutturali della sua gigantesca organizzazione. Nel mondo dell’informazione e dell’editoria non sono stati però in molti a puntare il dito sulle contraddizioni sullo sport più amato e popolare del mondo e a indicare la scandalosa nudità del sistema-calcio e dei suoi imperatori. Se la dichiarazione esplosiva, proprio come una delle sue irresistibili sgroppate sul campo, di Ruud Gullit contro il disonore della FIFA – «La Coppa del Mondo appartiene al Mondo» – che ha trasfigurato il gioco del calcio in un mercato planetario senza limiti e in un palcoscenico di propaganda politica è stata ricondotta entro i labili confini delle fake news – chi, del resto, nello star system contemporaneo del football dedicherebbe il proprio Pallone d’oro al leader di un movimento politico incarcerato? – del tutto reale è invece la copertina che il 10 giugno scorso L’Équipe ha dedicato al torneo internazionale che stava per cominciare. Donald Trump nella sinistra stringe la Coppa del Mondo e dall’altra il burattino di Infantino, lo stesso che pochi mesi prima ha conferito al presidente americano, in occasione della presentazione ufficiale dell’evento mondiale, una farlocchissima medaglia FIFA per la pace di cui il Tycoon dalla faccia ingrugnita fa bella vista intorno al collo.

Certo, solo qualche anima bella, o forse in malafede, può pensare che lo sport in generale, e il fenomeno calcio in particolare, sia stato un luogo franco e innocente rispetto alle vicende di potere, politico ed economico. Se qualcuno avesse ancora dei dubbi al riguardo legga Il calcio è potere. Una storia critica dei Mondiali da Mussolini a Trump di Luca Pisapia, il saggio appena pubblicato da Einaudi. Vi si dimostra come proprio la storia della Coppa del Mondo, fin quasi dalla sua nascita, sia stato il banco di prova della più spregiudicata ricerca di consenso politico o di affermazione economica seminata e coltivata sul terreno della passione popolare e collettiva per un pallone preso a calci.

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Il testo di Pisapia – giornalista e saggista, firma di “il Manifesto” e già autore di libri di denuncia nei confronti degli infingimenti del football show-business – attraversa quasi un secolo di calcio internazionale attraverso la sua più liturgica rappresentazione globale. È un saggio capace di intrecciare, con documentata argomentazione, il fenomeno calcio alla politica, all’economia, allo spettacolo e alla comunicazione di massa e che utilizza i Mondiali come un osservatorio privilegiato per leggere il Novecento e l'inizio del XXI secolo. Il libro, che beneficia di ottime letture e alcuni imprescindibili, e ben riconoscibili, punti di riferimento letterario da Eduardo Galeano a Simon Kuper, è potente per il suo impianto giornalistico-saggistico che tiene insieme in modo ambizioso, ma in gran parte riuscito, connessioni tra personaggi, partite, ideologie e trasformazioni economiche. Soprattutto per la lucida fotografia degli ultimi decenni, è un’analisi per chi arriva all’argomento dall’esterno, non mosso quindi da passioni tifose, sia, e forse ancora di più, per quelli che in quel mondo sono immersi a tal punto da aver perso, magari inconsapevolmente, l’orientamento se non addirittura il senso del loro lavoro. È un saggio incisivo che propone una tesi forte e la difende con abbondanza di esempi e riferimenti: il calcio contemporaneo, strumento di governo delle masse, è la vittoria del postcapitalismo.

Che cosa sia il calcio contemporaneo se lo chiedono anche due storiche firme del giornalismo sportivo, autori di un altro recentissimo saggio che hanno, non a caso, intitolato Il Neocalcio. Storia, filosofia e cronaca tra stadi, finanza e social network (Rogas, 2026). Sono Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò: il primo, in quarant’anni di lavoro, ha spaziato da “Paese Sera” alla “Gazzetta dello Sport”, al “Corriere dello Sport-Stadio”, inviato a tre Olimpiadi, fino a ricoprire anche il ruolo di direttore della comunicazione dell’Inter; il secondo, è stato a lungo inviato di “La Repubblica” per le pagine nazionali, e al seguito dei principali eventi internazionali di calcio, e ha pubblicato uno dei rari saggi sulla storia del giornalismo sportivo italiano, incentrandolo intorno alla formidabile figura di Mario Fossati (Bolis, 2018).

Il libro prova a spiegare perché il calcio del XXI secolo sia diventato qualcosa di profondamente diverso da quello che milioni di tifosi hanno conosciuto fino agli anni Novanta del Novecento. Negli ultimi trent’anni il calcio è stato interessato da qualcosa di più di una naturale evoluzione del fenomeno sportivo: in questo arco temporale si è assistito piuttosto alla nascita di una nuova forma culturale, il cosiddetto “Neocalcio”, plasmato dalla finanziarizzazione, dalla tecnologia digitale, dagli algoritmi, dai social network e dalla trasformazione del tifoso in consumatore globale. Originale è anche l’impianto argomentativo che presenta due sezioni complementari. Bartolozzi va alla ricerca delle radici storico-filosofiche del fenomeno-calcio, attingendo a un poderoso bagaglio di riferimenti teorici e interpretativi, applicati però al dato reale con coraggiosa originalità sorretta da un lucido e spesso impietoso esercizio critico. Nel primo capitolo scendono in campo, e mai a sproposito, Nietzsche e Foucault, Weber e Wittgenstein che, bisogna ammetterlo, raramente abitano i pensieri di chi segue le traiettorie di un pallone in campo, e fuori dal campo. In quello conclusivo, affonda l’analisi nella trasformazione della riproduzione di massa dell’oggetto-calcio attraverso originalissimi riferimenti al cinema – da Ejzenštejn a Walt Disney – al teatro Kabuki e alla nuova cultura cyborg e alla digitalizzazione dell’esperienza estetica del football. Nel cuore del libro, Currò, dall’alto della sua provata esperienza di giornalista d’inchiesta, mette a fuoco i temi portanti di questa mutazione antropologica del fenomeno: la grande finanza e l’affarismo che, con predatoria voracità, hanno conquistato il controllo dei club; gli interessi immobiliari nella costruzione di nuovi stadi progettati per l’induzione al consumo e all’immersione esperienziale in una bolla spesso decontestualizzata da storie e passioni secolari; il peso crescente delle piattaforme digitali e la conseguente spettacolarizzazione dell’informazione sportiva. Come abbiamo già detto per il saggio di Pisapia, anche il libro di Bartolozzi e Currò elegge il calcio, anzi il neocalcio, a laboratorio privilegiato per la formazione, e il controllo, della società contemporanea, e affronta argomenti che vanno ben aldilà dei confini naturali dello sport: l’importanza vitale dell’acquisizione dei dati sensibili del popolo dei consumatori; la costruzione di nuove identità attraverso i social media; il prevalere delle logiche finanziarie su quelle agonistico-sportive (basta arrivare quarti per avere successo, e ragione…); la progressiva omologazione dell'esperienza degli spettatori. Il Neocalcio di Bartolozzi e Currò si offre per essere un ottimo strumento di interpretazione del calcio in quanto processo culturale e politico del nostro tempo, e delle complesse implicazioni tra sport, tecnologie e neocapitalismo, senza concedersi peraltro consolatorie fughe nostalgiche per un’età dell’oro che forse non è mai esistita.

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