Il ragno e l'ebreo

10 Maggio 2026

Vorrei partire da un'immagine che vi è sicuramente famigliare e che mi ha suggerito l'accostamento che è oggetto di questo intervento, cioè l'accostamento tra i Protocolli e il romanzo Trilby dello scrittore inglese di origini francesi George du Maurier, uscito in Inghilterra e negli Stati Uniti nel 1894-1895. L'immagine alla quale mi riferisco figura sulla copertina di un'edizione francese dei Protocolli intitolata Le péril juif e datata 1934. Rappresenta un gigantesco ragno dalla testa umana, con la keppa e il tipico naso adunco, che avviluppa il mondo intero nelle sue zampe villose. All'altezza cronologica del 1934 è un'immagine che non ha nulla di sorprendente né di originale. Sin dal decennio precedente si moltiplicano nella stampa antisemita le immagini dell'ebreo in forma di ragno, di piovra, di ragno-piovra dotato di un becco da uccello da preda: lo statuto zoomorfo di queste creature è incerto, ma sempre terrificante. Se ne vede un esempio – di cui mi pare non sia indicata la data – anche sulla copertina del saggio di Cesare G. De Michelis Il manoscritto inesistente. I Protocolli dei Savi di Sion. In questa versione i tentacoli del ragno-piovra dal becco adunco avviluppano la stella di David.

Guardando l'immagine datata 1934, me ne è tornata in mente un'altra, dalla datazione molto meno ovvia. Si tratta di un'illustrazione di George du Maurier per il suo romanzo Trilby, pubblicato a puntate in Inghilterra tra il gennaio e l'agosto del 1894, e poi in volume nel mese di ottobre. È un'immagine che compare nella terza parte del romanzo e rappresenta il musicista ebreo Svengali in forma di ragno dalla testa umana, al centro di una vasta tela. Il ragno umano ha lunghe mani adunche e villose, che protende minacciosamente.

La didascalia dell'illustrazione di Du Maurier è "An incubus" e illustra una frase del romanzo che esplicita un'impressione della giovane modella Trilby, insidiata dal musicista ebreo Svengali:

"Le sembrava un demone spaventoso e potente (...) che la opprimeva e pesava su di lei come un incubo". (Trilby, A Novel by George Du Maurier, with illustrations by the author. Harper and Brothers Publishers, New York 1894; trad. di Pierdomenico Baccalario, Gallucci, 2024)

Non so quali antecedenti, prossimi o remoti, abbia questa immagine dell'ebreo in forma di ragno; certo nel 1894 non è banale, lo diverrà negli anni '20 e '30 del ventesimo secolo. Quello che ha attirato la mia attenzione è che tanto il romanzo di Du Maurier, quanto i Protocolli hanno al centro la rappresentazione di uno stesso mito: il mito dell'onnipotenza ebraica.

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Non sto assolutamente postulando un rapporto tra questi due testi, non sto ipotizzando che Trilby sia da annoverare tra le fonti letterarie dei Protocolli. Vorrei invece suggerire che uno dei motivi del lunghissimo e straordinario successo dei Protocolli risieda nel fatto che propongono un'immagine dell'onnipotenza ebraica già ben radicata nella cultura popolare europea e americana di fine Ottocento e primo Novecento, grazie ai testi letterari individuati da Umberto Eco, certo, ma anche grazie ad altre influenze più indirette, tra le quali possiamo annoverare quella di un romanzo come Trilby. Best seller in Inghilterra e negli USA fin dal 1894 e ispiratore di spettacoli teatrali sin da allora e di film di successo dal 1914 al 1954, Trilby accredita presso un pubblico vasto, anche femminile, anche adolescente, lo stesso mito veicolato dai Protocolli: quello dell'ebreo che consegue una sorta di onnipotenza grazie alla sua astuzia sovrumana e all'assoluta assenza di morale.

Nei Protocolli, l'idea dell'onnipotenza ebraica è variamente declinata, su diversi piani temporali. È constata nel presente, dove si manifesta – come Drumont aveva affermato in La France juive sin dal 1886 – attraverso il controllo sulla Stampa, sui governi, sui partiti d'opposizione, sulle società segrete, sulla finanza, sulla letteratura, sull'educazione. È ipotizzata nel passato, dove secondo i Protocolli gli ebrei hanno distrutto l'aristocrazia, fomentato tutte le rivoluzioni e tutti i disordini, orientato le scienze e la filosofia verso il materialismo. È proiettata nel futuro, dove troverà la sua compiuta realizzazione nel dominio incontrastato del mondo. Tuttavia questa onnipotenza è più descritta che spiegata. Veniamo a sapere che è attraverso la corruzione e il ricatto che gli ebrei arrivano a controllare le più diverse forze politiche, e che la loro lungimiranza e il loro machiavellismo hanno facilmente ragione dell'ingenuità dei gentili, ma non ci viene mai fornita una spiegazione convincente dell'arcano potere che permette loro di trasformare in strumenti dei propri disegni una sterminata folla di esseri umani. Nei Protocolli il genio ebraico della manipolazione e del dominio psicologico è dato per scontato; non ne vengono descritte né le tecniche né le strategie.

Ma nella cultura popolare, nell'immaginario collettivo europeo e americano, nel momento in cui attraverso il moltiplicarsi delle traduzioni i Protocolli si diffondono in tutto il mondo, cioè dopo il 1918, il genio ebraico della manipolazione psicologica ha già un nome e una precisa fisionomia: l'ha incarnato alla perfezione il musicista Svengali, il più popolare, anche se il più inquietante dei personaggi di Trilby.

Il romanzo di Du Maurier mette in scena la bohème parigina a metà degli anni '50 del XIX secolo. Al Quartiere latino vivono in gioiosa povertà tre giovani artisti inglesi e una modella di origine irlandese, Trilby, alta e statuaria, che unisce il candore britannico alla grazia seducente della grisette. Sono leali, spensierati, nobili e ingenui; il loro carattere fa risaltare, per contrasto, quello opposto del musicista ebreo Svengali, dai bei lineamenti sinistri, dai lunghi riccioli unti, dalle mani sempre luride. Mentre la piccola comunità inglese è indifferente al denaro e assapora un cameratismo innocente e felice, Svengali aspira alla ricchezza e si aggira per Parigi "cercando qualcuno da ingannare, tradire, sfruttare". È un buon musicista e soprattutto un esperto, irresistibile ipnotizzatore. Questo dono di Svengali è al centro del romanzo e lo sarà ancor più nelle sette trasposizioni cinematografiche che si succedono dal 1912 al 1954. Se le prime quattro di queste trasposizioni si intitolano Trilby, quelle successive, a partire dal film muto tedesco del 1927, si intitolano significativamente Svengali: i produttori pensano evidentemente che il personaggio più interessante per il pubblico sia l'ebreo dai misteriosi poteri di suggestione. Nel frattempo, nei paesi di lingua inglese, il nome di Svengali è diventato sinonimo di astuto, crudele e nefasto manipolatore.

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La modella Trilby, insidiata da Svengali, dice di lui:

"Che tipo strano, eh? Mi ricorda un grosso ragno affamato e mi fa sentire come fossi una mosca". (trad. cit.)

Uno degli amici di Trilby, il pittore scozzese soprannominato The Laird, cerca di metterla in guardia contro Svengali, spiegandole quanto insidiose siano le pratiche degli ipnotizzatori:

"Ti sottomettono al loro volere e ti fanno fare qualsiasi cosa gli piaccia: mentire, uccidere, rubare, qualsiasi cosa, e ti uccidono quando hanno finito con te! È troppo orribile da pensare." (trad. cit.)

Le parole del Laird si riferiscono agli ipnotisti e non agli ebrei; nel romanzo però l'unico a praticare l'ipnotismo è Svengali, i cui tratti stereotipi di ebreo sono costantemente ricordati. Questo suggerisce al lettore l'associazione tra "potere ipnotico di suggestione" e "identità ebraica". È così che nel romanzo di Du Maurier l'ipnotismo diventa insieme la spiegazione e l'allegoria di quella stessa onnipotenza ebraica che i Protocolli illustreranno dettagliatamente una decina d'anni più tardi.

Come la mosca, Trilby cade nella rete del ragno Svengali, che la riduce totalmente in suo potere. Ipnotizzata da lui, la modella, che era totalmente priva di doni musicali, diventa una diva del bel canto di fama mondiale, che il suo mentore sfrutta per ottenere ricchezza, successo mondano e popolarità. Dominata dall'ascendente di Svengali, Trilby si trasforma in una sorta di prodigiosa macchina canora, in cui non resta nessuna traccia della sua personalità originaria, dolce e scanzonata, seducente e infantile. Il potere mesmerico di Svengali – di cui soltanto la morte ha ragione verso la fine del romanzo – è dunque una metafora del potere ebraico di manipolare, asservire, sfruttare. Du Maurier, di cui Orwell ha notato e commentato l'antisemitismo, mette al centro del suo romanzo lo stesso mito che sarà al centro dei Protocolli: quello dell'insinuante e irresistibile potere ebraico di sottomettere ai propri fini le menti degli ingenui e sprovveduti gentili. Di quel mito, Trilby fornisce una versione fiabesca, immaginosa e melodrammatica. Fiabesca è la trasformazione di Trilby, la cui voce stonata, come per magia, grazie all'ipnotismo riporta sulle scene di tutta Europa le meraviglie del "bel canto" del secolo precedente. Le illustrazioni di Du Maurier – che all'epoca è forse il più celebre caricaturista inglese e un illustratore di grande talento – traducono in immagini efficacissime il contrasto tra i giovani artisti dalle fisionomie aperte e accattivanti e l'ebreo dal tratto viscido e dagli occhi spiritati. La componente melodrammatica è data dall'innocenza dell'orfanella Trilby, insidiata da un villain particolarmente ripugnante qual è Svengali. Certo Trilby non è illibata come le orfanelle portate sulla scena del melodramma da Pixérécourt o da D'Ennery; fa la modella di nudo e la sua morale è quella delle giovani bohémiennes del Quartiere latino già descritte da Murger. Ha tuttavia un suo candore, su cui Du Maurier insiste molto e che rende particolarmente odiosa l'impresa seduttiva del perfido Svengali:

"She was out of the common clever, simple, humorous, honest, brave, and kind, and accustomed to be genially welcomed wherever she went" (p. 16).

“Avreste pensato di lei che era una donna fuori dal comune, intelligente, semplice, spiritosa, onesta, coraggiosa e gentile, abituata a essere accolta con calore ovunque andasse” .(Trad. cit.)

Nei Protocolli non ci sarà spazio per una caratterizzazione delle vittime della perfidia ebraica: il genio malefico dei Savi non vedrà in loro che una folla indistinta, anonima, materia bruta per l'opera che deve preparare l'avvento della provvidenziale tirannide del re della stirpe di David. In Trilby invece la vittima di Svengali è la figura più commovente dell'intero romanzo, creata per suscitare nel lettore la stessa struggente e dolorosa tenerezza che destava nella Bottega dell'antiquario la piccola Nellie di Dickens, ammiratissimo da Du Maurier. Se i Protocolli, con la loro approfondita e apparentemente documentata esplorazione degli arcani del potere, offriranno al pubblico un discorso che mima la più gelida e inconfutabile razionalità, Trilby fa appello invece alle emozioni del lettore, resuscita in lui il terrore infantile per gli orchi delle fiabe e la compassione irresistibile per l'orfanella indifesa. È la forza indifferenziata, profonda, tendente all'infinito delle emozioni che Du Maurier mobilita per chiamare il suo lettore alla riscossa contro l'insinuante magia dell'ebreo onnipotente; i Protocolli utilizzeranno un'altra strategia argomentativa e si varranno di esempi tratti dalla Storia, dalla politica, dalla scienza economica. Se i Protocolli troveranno però tanto credito, e così a lungo, in un pubblico incredibilmente vasto, è anche perché alle loro argomentazioni apparentemente razionali avrà preparato il terreno una letteratura popolare dal forte impatto emotivo. Svengali, archetipo dell'ebreo che tesse come il più malefico dei ragni la sua tela di inganni e tradimenti, da quella letteratura popolare passa, a partire dal 1912, sugli schermi del cinema; condizionerà l'immaginario di più generazioni, affiancando al messaggio dei Protocolli la sua traduzione nel linguaggio di una tradizione gotica il cui fascino non conosce declino.

In copertina, George Louis Palmella Busson Du Maurier, George du Maurier.

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